Re Carlo III alla corte di Trump per riallacciare la “special relationship” con gli Usa
Il viaggio del sovrano britannico sottolinea i legami storici con gli Stati Uniti, mentre le recenti divergenze politiche e la sicurezza rafforzata segnano un contesto complesso
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LONDRA - Re Carlo III e la regina Camilla atterreranno stasera a Washington per una visita ufficiale programmata da tempo, ma che di recente ha assunto connotati diversi e una nuova importanza. La ragione originale del viaggio negli Usa – il primo di un monarca britannico da vent’anni - è la partecipazione del Re alle celebrazioni del 250esimo anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti.
Nel 1776 la Dichiarazione unilaterale di indipendenza aveva definito Giorgio III, Re della Gran Bretagna e dell’Irlanda, un “tiranno inadatto a governare un popolo libero” che aveva ripetutamente violato “i diritti delle colonie”. Il riluttante riconoscimento ufficiale dell’indipendenza degli Stati Uniti da parte della Casa Reale britannica non era arrivato fino al 1783. La presenza ai festeggiamenti di Re Carlo, discendente di Giorgio III, ha quindi grande valore simbolico e vuole sottolineare gli stretti legami stretti da allora tra gli Usa e l’ex potenza coloniale.
Le misure di sicurezza della visita reale di quattro giorni sono state ulteriormente rafforzate in seguito al tentato attentato al presidente Donald Trump sabato a Washington, anche se il programma è rimasto invariato. L’attentato ha aggiunto una nota drammatica a un viaggio che già si prospettava irto di difficoltà.
La cosiddetta “special relationship” tra Washington e Londra scricchiola da tempo e nelle ultime settimane i rapporti sono deteriorati ulteriormente. Trump ha aspramente criticato il Governo britannico per non avere sostenuto la guerra contro l’Iran e ha diretto la sua ira contro Keir Starmer, dichiarando che il premier “non è all’altezza di Churchill” e ha preso “decisioni molto stupide”.
Starmer non ha reagito agli insulti di Trump, ma ha ribadito che la guerra decisa dagli Usa senza consultare gli alleati “non è la nostra guerra” e che il Regno Unito ha fatto la scelta giusta nell’offrire le basi aeree e sostegno militare solo per operazioni difensive e non offensive.








