Usa

Fbi perquisisce Bolton, ex consigliere ora rivale di Trump. Il presidente: «Non sapevo del raid, ma è un delinquente»

L’ex consigliere per la sicurezza nazionale critica il tycoon sul conflitto in Ucraina mentre l’agenzia investigativa federale entra nella sua casa. Il direttore dell’Fbi twitta: «Nessuno è al di sopra della legge. Agenti Fbi in azione»

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Gli agenti dell’Fbi hanno fatto irruzione nell’abitazione nel Maryland e nell’ufficio di Washington di John Bolton, 76 anni, ex consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Trump. L’operazione, iniziata intorno alle 7:00, ora locale, di oggi, 22 agosto, rientra in un’indagine di alto profilo sulla gestione di documenti classificati già iniziata anni fa, ma che l’amministrazione Biden aveva chiuso «per motivi politici», secondo un alto funzionario statunitense. Lo ha rivelato il New York Post, confermato poi da altre testate internazionali. Al momento, Bolton non è stato arrestato né formalmente incriminato.

Mentre gli agenti erano in azione, il direttore dell’Fbi, Kash Patel, nominato da Trump a febbraio 2025, scriveva su X: «Nessuno è al di sopra della legge. Agenti Fbi in azione». Nessun riferimento esplicito alla vicenda, ma il collegamento è apparso a molti osservatori immediato. «Non sapevo del raid. Non voglio essere coinvolto. Non sono un suo fan, è un delinquente. Non è intelligente e non è patriottico», ha commentato il presidente Usa.

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Bolton pubblica un messaggio critico verso Trump durante il raid

L’account X di Bolton ha pubblicato un messaggio alle 7:32 del mattino in cui criticava l’approccio di Trump alla guerra della Russia contro l’Ucraina, proprio mentre gli agenti dell’Fbi si trovavano all’interno della sua abitazione. Non è chiaro se si trattasse di un post programmato. Questo il testo del messaggio, tradotto:

«La Russia non ha cambiato il suo obiettivo: trascinare l’Ucraina in un nuovo impero russo. Mosca ha chiesto all’Ucraina di cedere il territorio che già detiene e il resto del Donetsk, che non è riuscita a conquistare. Zelensky non lo farà mai. Nel frattempo, gli incontri continueranno perché Trump vuole il Premio Nobel per la Pace, ma non vedo alcun progresso in questi colloqui».

Bolton non ha risparmiato attacchi al tycoon negli ultimi mesi. Come quando ha contestato duramente il rapporto della direttrice dell’intelligence, Tulsi Gabbard, secondo cui Barack Obama avrebbe orchestrato un lungo “complotto” ai danni di Trump. O quando, parlando del vertice con Vladimir Putin, ha accusato il tycoon di essere arrivato a ventilare la cessione dell’Alaska a Mosca.

Trump, dal canto suo, non ha mai fatto mistero del suo risentimento nei confronti di Bolton, tanto da definirlo «stupido» e colpevole di aver «fatto saltare in aria il Medio Oriente».

Chi è davvero John Bolton

John Bolton non è un ex collaboratore qualunque. Nato a Baltimora nel 1948, figlio di una famiglia modesta, laureato a Yale, è da sempre considerato un falco repubblicano: sostenitore della forza militare, dell’unilateralismo a stelle e strisce e di un approccio muscolare nelle relazioni internazionali.

Negli anni ’80 entra nell’amministrazione Reagan, incarnando lo spirito aggressivo della Guerra fredda, negli anni ’90 è avvocato e analista, con George W. Bush ricopre incarichi chiave al Dipartimento di Stato. Nel 2005, diventa ambasciatore degli Stati Uniti all’Onu.

In tutta la sua carrienza c’è una costante: la convinzione che l’America debba agire da sola se necessario, anche al di fuori dei vincoli multilaterali. Una filosofia che lo ha reso divisivo, ma anche una voce di riferimento per l’ala più dura del Partito repubblicano (GOP).

Quando Trump lo nomina Consigliere per la sicurezza nazionale nel 2018, molti prevedono fuochi d’artificio. E infatti, dopo poco più di un anno, i rapporti si logorano. Bolton spinge per la linea dura contro Iran, Corea del Nord e Russia; il Potus, al contrario, cerca incontri a effetto con Kim Jong-un, aperture con Mosca e addirittura un accordo con i talebani.

Le divergenze esplodono e Bolton lascia la Casa Bianca nel settembre 2019. Da allora, diventa uno dei critici più feroci del tycoon, che accusa di scarsa preparazione, di perseguire obiettivi personali – come un Nobel per la Pace – e di mettere in secondo piano la sicurezza nazionale. Fino alla pubblicazione, nel 2020, del suo memoir, The Room Where It Happened (Simon & Schuster).

Il libro del 2020: accuse per divulgazione di segreti nazionali

The Room Where It Happened è uscito nel giugno 2020 dopo una durissima battaglia legale. L’amministrazione Trump ha tentato di bloccarlo sostenendo che contenesse informazioni classificate e violasse la cosiddetta “prepublication review”, la procedura che obbliga chi ha ricoperto ruoli sensibili a sottoporre i propri scritti a un controllo governativo prima della pubblicazione. Nel libro, Bolton racconta i suoi 453 giorni al fianco del presidente, svelando alcuni retroscena della Casa Bianca trumpiana provenienti direttamente dalla room - la stanza - dove ogni sussurro può diventare un ordine e ogni silenzio una strategia: colloqui privati, fragilità nelle trattative con Putin e Xi Jinping e l’ossessione del Potus per la rielezione.

Tutto - o quasi - riassunto in una frase: «Mi è difficile individuare una decisione significativa di Trump durante il mio mandato che non fosse dettata da calcoli elettorali».

Il Dipartimento di Giustizia intenta una causa civile per confiscare i proventi del libro, ma il giudice Royce Lamberth nega lo stop, pur rimproverando Bolton per non aver rispettato le regole. Nel 2021, sotto Biden, la causa viene archiviata.

Il libro diventa presto un bestseller e l’ex consigliere di Trump inizia ad apparire regolarmente sui notiziari via cavo mentre critica la sicurezza nazionale e la politica estera del presidente.

Kash Patel, un falco al Bureau

In tutto ciò, la figura di Kash Patel è centrale. Avvocato ed ex funzionario della difesa, Patel è da anni un fedelissimo di Trump. Nominato direttore dell’Fbi a febbraio 2025, ha promesso di “ripulire” il Bureau dai retaggi di quello che definisce il “deep state”, liberando il governo federale dalla corruzione e a denunciare gli insabbiamenti. Proprio ieri, aveva accusato l’ex direttore James Comey di aver autorizzato la fuga di notizie di documenti classificati «fuorviando il Congresso» poco prima delle elezioni del 2016

La strategia di Trump contro i “nemici”

Ma dietro il blitz in casa Bolton c’è una strategia precisa. L’amministrazione Trump, infatti, ha trasformato la giustizia federale in un campo di battaglia contro i propri oppositori, con la Casa Bianca che negli ultimi mesi ha colpito a ondate. A gennaio 2025 il presidente ha silurato 17 ispettori generali di vari dipartimenti, figure-chiave di controllo interno. A marzo sono state revocate le security clearance - le autorizzazioni che permettono a funzionari pubblici, militari, dipendenti federali o consulenti esterni di accedere a informazioni classificate negli Stati Uniti - a decine di avvocati e studi legali che avevano avuto un ruolo nelle inchieste sul Russiagate o nelle cause civili contro il tycoon. In maggio, il Dipartimento di Giustizia ha incriminato persino un giudice del Wisconsin e una deputata del New Jersey, attirandosi accuse di “uso intimidatorio” della giustizia.

La scorsa settimana, poi, Trump si è spinto ancora oltre. Ha commissariato il dipartimento di polizia di Washington D.C. e ordinato alla Guardia Nazionale di pattugliare le strade della capitale. Contestualmente, il DoJ ha aperto un’inchiesta per verificare se i dati sulla criminalità fossero stati manipolati, dopo settimane di accuse presidenziali – mai suffragate – di un’escalation violenta in città.

Qualche giorno dopo, il Potus ha chiesto le dimissioni di Lisa Cook, membro del board della Federal Reserve, tirando in ballo presunti casi di frode ipotecaria. Nello stesso filone, il procuratore generale di New York Letitia James, che aveva guidato l’azione civile contro il gruppo Trump per frodi societarie, è oggi sotto indagine da parte del Dipartimento di Giustizia.

Nel frattempo, proprio ieri, 21 agosto, la Corte d’appello ha annullato la maxi-sanzione inflitta al presidente per falsificazione di documenti aziendali, rovesciando una delle più pesanti condanne civili che lo avevano colpito negli ultimi anni.

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