Professioni, negli studi occorre investire sui giovani
Oggi si avverte l’esigenza di coniugare la carriera con vita e la realizzazione personale
di Simona Laderchi*
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Alcune sessioni del Festival dell’Economia di Trento sono state l’occasione di riflessione e confronto in merito al futuro delle professioni e alla tematica della crisi delle vocazioni, sempre più sentita da parte degli Ordini professionali, dei titolari di studi e dei giovani che si affacciano al mondo del lavoro con un interesse specifico per la realtà professionale. E l’articolo pubblicato sul Sole 24 Ore di domenica 25 sui «Giovani lontani dalle professioni» ripropone con forza questo tema.
Da quasi 25 anni, opero nella ricerca e selezione di professionisti nel settore legale e fiscale, a cui si affianca l’impegno accademico in master universitari. Tutto questo rappresenta un osservatorio privilegiato del fenomeno e consente di trarre spunti di riflessione.
Opportunità storica
Le professioni avranno certamente un futuro, avendo davanti a sé un’opportunità storica per tornare a operare da protagoniste nella vita economica e sociale del paese, contribuendo a gestirne la crescente complessità, riacquistando in tal modo quel meritato prestigio che le caratterizza e che ha da sempre rappresentato motivo di attrazione da parte dei giovani.
Il periodo della pandemia ha però modificato profondamente il mercato del lavoro. Una crisi generalizzata coinvolge il mondo del lavoro inteso nella sua globalità e nello specifico il mondo delle professioni.
Ciò è riconducibile essenzialmente al cambiamento nella concezione che i giovani e non solo hanno attualmente del lavoro: il lavoro non è più vissuto come necessità ineludibile, imperativo categorico, quanto piuttosto come luogo della propria realizzazione personale. È avvenuta una metamorfosi radicale del concetto di lavoro che si allontana sempre più dal significato etimologico del termine labor (pena, sforzo, fatica, sofferenza).

