Montagna

Austria, condannato per aver lasciato morire sul Grossglockner la compagna

Un alpinista a processo in Austria per la morte della fidanzata durante un’ascesa pericolosa, con possibili ripercussioni legali sulla responsabilità in montagna

aggiornato il 20 febbraio 2026 ore 21:20

Foto simbolica  ANSA/US soccorso alpino Fvg

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E’ stato condannato dal tribunale di Innsbruck l’austriaco 37enne che nel gennaio 2025 abbandonò durante la scalata del Grossglockner (3.798 metri) la sua compagna 33enne che poi morì per assideramento.

Il Grossglockner

Per omicidio colposo per colpa grave, il giudice gli ha inflitto alla fine di un’udienza fiume, durata 13 ore, una pena di cinque mesi con la condizionale e un’ammenda di 9.600 euro.

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Secondo il giudice, specializzato in incidenti di montagna, l’uomo ricopriva “senza dubbio” un ruolo di guida durante l’impresa alpinistica.

La donna - ha proseguito durante il pronunciamento della sentenze - era “distante galassie” per quanto riguarda le capacità alpinistiche e si era affidata a lui.

Il 37enne avrebbe valutato male le reali capacità della compagna. Il giudice ha comunque precisato che l’imputato “non ha agito a sangue freddo, come un omicida”, e che l’ha abbandonata per chiamare aiuto.

L’udienza fiume di 13 ore

Si è svolta il 19 febbraio 2026 a Innsbruck il processo all’alpinista di Salisburgo accusato di omicidio colposo grave per la morte della fidanzata, deceduta assiderata poco sotto la vetta del Grossglockner durante un’ascensione avvenuta nel gennaio 2025.

Secondo l’accusa, la donna – 33 anni – non arrivò mai in vetta e morì circa 50 metri sotto la croce sommitale.

L’ascesa lungo la cresta Stuedlgrat è stata ricostruita grazie ai dati degli smartwatch della coppia e alla webcam del rifugio Erzherzog-Johann-Huette, che mostrerebbe progressi lenti e diverse ore di ritardo rispetto ai tempi consigliati nonostante condizioni meteo estreme.

Per la procura l’imputato avrebbe commesso nove errori, tra cui la scelta di proseguire nonostante il maltempo e l’equipaggiamento inadeguato della compagna.

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Anche la leggenda dell’alpinismo Peter Habeler – primo uomo a scalare l’Everest senza ossigeno insieme a Reinhold Messner – sottolinea che “saper tornare indietro” è fondamentale e definisce impossibile affrontare quel percorso con scarponi da snowboard.

Gli inquirenti sostengono inoltre che durante la notte un elicottero della polizia alpina offrì aiuto più volte, anche con una domanda esplicita via messaggio, rimasta senza risposta.

Intorno alle due di notte, secondo l’accusa, l’uomo avrebbe lasciato la partner sotto la vetta senza proteggerla adeguatamente da freddo e vento, lanciando l’allarme solo in seguito.

All’inizio del processo, l’imputato si è rivolto al giudice con una dichiarazione spontanea, dicendosi “infinitamente dispiaciuto per quello che è successo e per come è successo”.

Tuttavia, si è dichiarato non colpevole. “Abbiamo sempre pianificato il tour insieme e preso le decisioni insieme”, ha affermato l’imputato, contrariamente alle sue precedenti dichiarazioni in cui si era descritto come la persona responsabile dell’escursione in montagna.

Il verdetto potrebbe fare giurisprudenza su una questione centrale per l’alpinismo: dove finisce la responsabilità individuale e dove inizia quella penale verso il compagno di cordata.

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