Usa

Attacco di Trump alla Fed: accuse su gestione e ristrutturazione da 2,5 mld

L'amministrazione Trump accusa Powell di gestione fallimentare e violazione delle normative, scatenando una crisi istituzionale senza precedenti

di Silvia Martelli

Donald Trump e s Jerome Powell. REUTERS/Carlos Barria/File Photo

4' di lettura

4' di lettura

L’amministrazione Trump ha sferrato giovedì il suo attacco più frontale alla Federal Reserve, accusando il presidente Jerome Powell di cattiva gestione dei fondi e di aver violato le normative federali. Al centro della bufera una ristrutturazione multimiliardaria della sede della banca centrale e l’inerzia della Fed nel tagliare i tassi d’interesse nonostante le richieste del presidente.

Il direttore dell’Office of Management and Budget (OMB), Russell Vought, ha inviato una lettera pubblica a Powell, definendo la sua gestione “gravemente preoccupante” e puntando il dito contro un progetto di rinnovamento da 2,5 miliardi di dollari, giudicato “sfarzoso e ostentato”. Secondo l’amministrazione, il presidente della Fed avrebbe anche mentito davanti al Congresso sui dettagli del piano edilizio. “Invece di correggere la rotta fiscale della Fed, avete proseguito con una ristrutturazione sfarzosa del vostro quartier generale a Washington,” ha scritto Vought in un messaggio reso pubblico sui social.

Loading...

Dietro l’architettura, un attacco politico

Questo nuovo attacco arriva appena due settimane dopo una lettera manoscritta di Donald Trump, in cui il presidente chiedeva esplicitamente a Powell di abbassare i tassi d’interesse. Ma le pressioni non si sono limitate alle parole. L’amministrazione ha infatti silurato tre membri della National Capital Planning Commission, che supervisiona i progetti urbanistici federali nell’area di Washington, rimpiazzandoli con funzionari fedeli alla Casa Bianca, tra cui il segretario Will Scharf e il vicedirettore dello staff James Blair.

Blair, intervistato dalla CNN, ha espresso “gravi preoccupazioni” sul fatto che la ristrutturazione non rispetti i piani approvati nel 2021 e ha chiesto ispezioni, documentazione aggiornata e chiarimenti. In particolare, ha detto: “O i lavori non sono conformi ai piani originariamente approvati, oppure Powell ha mentito al Congresso. Una delle due cose deve essere vera.”

La ristrutturazione della discordia

La ristrutturazione riguarda il complesso Marriner S. Eccles, sede della Federal Reserve. I costi, inizialmente stimati in 1,9 miliardi, sono lievitati fino a 2,5 miliardi nel 2025. Powell ha spiegato che i rincari sono dovuti all’aumento dei prezzi delle materie prime, ai costi del lavoro e alla necessità di prolungare l’utilizzo di spazi in affitto durante i lavori.

In audizione al Senato lo scorso giugno, Powell ha negato l’esistenza di elementi di lusso, dichiarando: “Non ci sono sale VIP, né nuovi marmi, né ascensori riservati. Solo vecchi ascensori già esistenti.”

Nonostante ciò, Vought lo ha accusato di aver mentito e di aver violato regolamenti federali in materia di trasparenza. È importante notare, tuttavia, che la Fed ha un proprio bilancio autonomo e non risponde direttamente al controllo esecutivo del governo federale.

Pressioni per le dimissioni?

Secondo analisti come Ed Mills (Raymond James), l’obiettivo politico potrebbe essere quello di creare un clima tale da spingere Powell a dimettersi. Mills ha avvertito: “La Corte Suprema ha chiarito che il presidente non può licenziare Powell arbitrariamente. Ma si può costruire un caso per ‘giusta causa’, oppure rendere il clima talmente tossico da farlo rinunciare volontariamente.”

Powell è stato nominato da Trump nel 2018 e confermato da Biden nel 2022 per un secondo mandato, in scadenza nel 2026. Il presidente ha già lasciato intendere di voler annunciare presto il nome del successore. Un tale anticipo, però, secondo l’ex vicepresidente della Fed Alan Blinder, potrebbe minare la fiducia dei mercati: “Se l’indipendenza della Fed viene messa in discussione, i mercati reagiranno negativamente. I tassi non scenderanno, ma saliranno.” Blinder ha aggiunto: “Stanno cercando di fare pressione in ogni modo perché Powell si dimetta. Ma non credo che lo farà. Né credo che dovrebbe.”

I tassi d’interesse e il nodo delle tariffe

Uno dei principali motivi dello scontro è la linea monetaria della Fed. A differenza della Banca centrale europea o della Banca del Messico, che hanno già tagliato i tassi più volte nel 2025, la Fed ha mantenuto i tassi invariati da dicembre. Trump e i suoi consiglieri hanno accusato Powell di frenare la ripresa, sostenendo che la mancata riduzione sia motivata politicamente.

Ma Powell ha risposto con prudenza, segnalando che l’economia è influenzata dai cambiamenti introdotti dalla nuova amministrazione, in particolare dalle tariffe. La politica protezionista di Trump ha aumentato i rischi inflattivi, frenando l’azione della Fed.

“Se non ci fossero stati cambiamenti significativi nelle politiche economiche dell’amministrazione, la Fed avrebbe probabilmente già tagliato i tassi,” ha detto Powell all’inizio di luglio.

Tuttavia, la maggioranza dei membri del board della Fed prevede ancora di effettuare un taglio entro la fine dell’anno.

Un precedente rischioso

Il caso Powell potrebbe segnare un punto di svolta nei rapporti tra politica e istituzioni indipendenti. L’autonomia della banca centrale è uno dei pilastri della credibilità monetaria statunitense, tanto che qualsiasi interferenza percepita può avere conseguenze sui mercati finanziari globali, sul cambio del dollaro e sulle aspettative d’inflazione.

La Fed, con un bilancio vicino ai 7.000 miliardi di dollari, è uno degli attori principali nella stabilizzazione del ciclo economico. Intaccarne l’autorevolezza, anche solo simbolicamente, potrebbe rivelarsi un boomerang per la Casa Bianca stessa.

Lo scontro tra Powell e Trump va ben oltre il piano edilizio o il livello dei tassi: rappresenta una sfida diretta all’indipendenza della Federal Reserve in un momento delicatissimo per l’economia globale. Le prossime mosse – dall’annuncio del possibile successore di Powell alla reazione dei mercati – diranno se ci troviamo di fronte a una crisi istituzionale, o a una manovra tattica che finirà per rafforzare il ruolo della banca centrale. In entrambi i casi, l’epilogo non sarà indifferente per investitori, imprese e famiglie.

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti