Infrastrutture

Finanziamento Ponte sullo Stretto: strategie, bilancio e sicurezza

Dopo il no di Washington all'inserimento dell'opera tra le spese militari, Roma chiarisce che il progetto è interamente finanziato e “non è in discussione”

di Flavia Landolfi

Ponte sullo Stretto di Messina Rendering del progetto (Imagoeconomica)

4' di lettura

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Il Ponte sullo Stretto non è solo una delle opere pubbliche più discusse della storia repubblicana. È anche un terreno di scontro simbolico e finanziario, in cui si intrecciano le esigenze di politica industriale, gli equilibri di bilancio e per qualche mese persino le strategie di sicurezza internazionale. Non stupisce, quindi, che negli ultimi mesi a Palazzo Chigi sia emersa l'ipotesi – poi tramontata – di far rientrare l'investimento nel perimetro delle spese militari da contabilizzare ai fini dell'obiettivo del 5% del Pil richiesto dalla Nato.

L'ipotesi militare

La suggestione nasceva da un passaggio contenuto nei nuovi accordi di cooperazione: l'Alleanza atlantica, nel ridefinire il concetto di “difesa”, ha aperto alla possibilità di includere alcune infrastrutture strategiche, considerate essenziali per la mobilità militare e la sicurezza dei collegamenti in caso di crisi. Di qui la definizione del Ponte “dual use”: un'infrastruttura civile, ma potenzialmente funzionale a garantire la rapidità di spostamenti di mezzi e uomini lungo l'asse Nord-Sud dell'Italia, proiettato verso il Mediterraneo. Prospettiva per altro ventilata anche dal ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini proprio a margine dell'approvazione dell'opera da parte del Cipess, lo scorso 6 agosto. “Che possa avere un ‘dual use' anche per motivi di sicurezza è evidente – ha detto il titolare del dicastero di Porta Pia -. Non entro nel campo di lavoro dei colleghi Giorgetti e Crosetto. Saranno loro a decidere cosa rientra in quell'aumento di spese militari”.

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Gli effetti sui conti pubblici

Per Palazzo Chigi l'idea poteva rappresentare una doppia leva: da un lato, rafforzare l'immagine di un Paese che rispetta le scadenze internazionali; dall'altro, alleggerire l'impatto contabile del progetto sugli equilibri di finanza pubblica. Se il Ponte fosse stato incluso tra le spese certificate Nato, parte dei miliardi destinati all'opera sarebbero stati “riconosciuti” come contributo italiano alla sicurezza collettiva dal momento che destinare il 5% del Pil alle spese militari si tradurrebbe in un incremento di spesa quantificabile in oltre 70 miliardi di euro. La proposta, tuttavia, ha sollevato più di un dubbio, sia a Bruxelles sia all'interno delle stesse cancellerie alleate. La classificazione di un'infrastruttura civile come spesa militare avrebbe rischiato di creare un precedente, spalancando la porta ad altre rivendicazioni simili.

L'altolà di Washington

 Da qui il rapido raffreddamento della pista, che ieri, come se non bastasse, ha anche ricevuto la bocciatura di Washington. In un'intervista rilasciata a Bloomberg dall'ambasciatore Usa alla Nato Matthew Whitaker, è arrivato il no degli Usa: il governo americano non approverebbe qualsiasi forma di “contabilità creativa da parte degli alleati europei” attuata per raggiungere l'obiettivo della spesa militare dell'Alleanza, “mettendo così in guardia l'Italia mentre il governo valuta se conteggiare il ponte sullo Stretto come spesa militare”.

La risposta di Roma

La replica di Roma non si è fatta attendere e ha preso, come era facile immaginare, la forma dei distinguo e delle rassicurazioni sulla tenuta del progetto. Il ministero di Salvini, in una nota, ha sottolineato come il Ponte sullo Stretto sia “già interamente finanziato con risorse statali, non sono previsti fondi destinati alla Difesa” e che “al momento, l'eventuale utilizzo di risorse Nato non è all'ordine del giorno e - soprattutto - non è una necessità irrinunciabile. L'opera non è in discussione”. La copertura, sulla carta, è solida; resta però sottoposta alle revisioni di bilancio annuali e all'andamento della spesa effettiva. L'ipotesi di inserire il Ponte tra le spese Nato, in fondo, nasceva anche da qui: dalla consapevolezza che 13,5 miliardi non sono un capitolo qualunque, e che la loro contabilizzazione pesa sugli indicatori di deficit e debito. Per ora il progetto resta nel perimetro nazionale, finanziato con fondi pubblici e di coesione.

I finanziamenti

Nel 2025 la “dote” complessiva per il Ponte ammonta a 13,532 miliardi di euro, suddivisi in più capitoli e fonti. Secondo la ricostruzione di Stretto di Messina spa, 9,280 miliardi di euro sono allocati sul capitolo 7190 del bilancio del Mit. Più nel dettaglio, si tratta della Missione 14- Infrastrutture pubbliche e logistica, Programma 14.11 – Pianificazione strategica di settore e sistemi stradali e autostradali, Capitolo 7190 – Somme per la realizzazione del Ponte sullo Stretto. La destinazione è blindata sull'opera e non affogata nei fondi generali per evitare rimescolamenti dell'ultima ora e distrazioni future. I 9,2 miliardi sono così ripartiti: 6.962 provengono direttamente dal bilancio dello Stato; 718 milioni dai Fondi sviluppo e coesione in capo alle amministrazioni e altri 1,6 miliardi sempre di derivazione Fsc ma in quota regioni (1,3 miliardi Sicilia e 300 milioni Calabria). A queste risorse si aggiungono altri 3,882 miliardi a valere sul Fsc nazionale mentre 370 milioni arrivano dalla stessa società concessionaria, la Stretto di Messina S.p.A., a titolo di risorse proprie e di reinvestimento di capitalizzazioni pregresse.

Ponte Stretto, Mit: "Progetto già finanziato, non previsti fondi Nato"

I ricavi di esercizio

L'opera che secondo i piani dovrebbe essere conclusa nel 2032 e iniziare a “lavorare” nel 2033, conterà anche su introiti di esercizio: il traffico di veicoli e di treni sarà sottoposto a pedaggio garantendo ricavi stimati per il primo anno di gestione nel 2033 in 163 milioni di euro, nel 2062 in oltre 300 milioni di euro. “Il Piano Economico Finanziario conferma l'equilibrio economico finanziario della concessione - dice al Sole24Ore l'ad della concessionaria, Pietro Ciucci -. L'intero investimento, al netto dei contributi pubblici previsti, sarà ammortizzato entro la scadenza della concessione (2062)”. Secondo il numero uno di Stretto di Messina, poi “il capitale sociale viene rimborsato integralmente, con un rendimento in linea con il costo della provvista pubblica” mentre “per quanto riguarda i pedaggiamenti per il traffico veicolare, sono state previste tariffe che garantiscono nel periodo di esercizio dell'Opera la copertura integrale dei costi operativi e della manutenzione ordinaria e straordinaria, promuovendo al contempo la continuità territoriale tra Sicilia e Calabria con costi sensibilmente inferiori alle attuali tariffe di attraversamento”.

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