Rapporto Iai

Politica estera: l’Italia, Trump e i conflitti in Ucraina e Medio Oriente

Il responsabile del Programma politica estera dell’Istituto affari internazionali Leo Goretti sullo scontro tra Israele e Hamas: «L’Italia di per sé non è in grado di svolgere un ruolo dirimente nelle negoziazioni. Molto dipenderà da quello che avverrà a livello internazionale»

di Andrea Carli

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4' di lettura

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La crisi in Ucraina, con l’ipotesi di un ruolo dell’Italia nel processo di superamento del conflitto e di ricostruzione del paese travolto dall’aggressione russa. La relazione con gli Stati Uniti, ora che Donald Trump è tornato alla Casa Bianca e che il governo Meloni, forte di rapporti amichevoli con il nuovo presidente, punta a ruolo di mediatore nella relazioni con la Ue, a cominciare dai dossier “caldi” dei dazi e della trattativa sui fondi per la difesa. Infine, il conflitto tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza, e lo scenario di una replica in quei territori del modello libanese Unifil.

«Finora il Governo ha mantenuto una posizione di basso profilo, ribadendo da un lato la ferma condanna a ogni forma di terrorismo da parte di Hamas, dall’altra l’impegno per una soluzione basata sulla formula dei due Stati», spiega Leo Goretti, responsabile del programma Politica estera dello Iai e direttore de “The International Spectator”. «L’Italia di per sé, però, non è in grado di svolgere un ruolo dirimente nelle negoziazioni - aggiunge subito dopo -. Molto dipenderà da quello che avverrà a livello internazionale».

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Il rapporto Iai sulla politica estera italiana

Goretti ha coordinato assieme a Ferdinando Nelli Feroci il nuovo Rapporto sulla politica estera italiana 2024 dell’Istituto affari internazionali, dal titolo “L’Italia nell’anno delle grandi elezioni”, presentato giovedì 6 febbraio presso la sede romana dell’ente. Il documento, che è stato realizzato da un gruppo di ricercatori dello Iai tra dicembre 2024 e gennaio 2025, analizza un anno particolarmente significativo, il 2024, segnato da sfide cruciali: il posizionamento del paese prima, durante e dopo le elezioni per il rinnovo delle istituzioni europee, il perdurare della guerra contro l’Ucraina, le elezioni presidenziali statunitensi, l’inasprimento della crisi mediorientale e la presidenza italiana del G7. L’analisi evidenzia come il governo abbia mantenuto un indirizzo complessivamente coerente con le tradizionali direttrici della politica estera italiana, nonostante alcune tensioni emerse nella seconda metà dell’anno. Ma il rapporto guarda anche alla politica estera italiana che verrà.

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Il rapporto tra Italia e Usa

A cominciare dal rapporto con gli Stati Uniti. «Meloni - osserva Riccardo Alcaro in un passaggio del documento - ha mantenuto una posizione di equilibrio sulle elezioni presidenziali statunitensi a dispetto della marcata affinità ideologica col nazionalismo nativista dei Repubblicani Maga, in particolare sul fronte dell’aborto, sui diritti della comunità Lgbtq+ e sull’immigrazione. Lo stesso ha fatto Tajani (il ministro degli Affari esteri, ndr), mentre il leader della Lega Matteo Salvini si è schierato con Trump».

Il rapporto con gli Stati Uniti, le relazioni amichevoli tra la premier Giorgia Meloni e Donald Trump possono garantire all’Italia un ruolo di mediatrice nella relazione con l’Unione europea, a cominciare dal dossier dazi oppure a quello delle spese per la difesa? «Il grande tema qui è capire se la premier si muoverà di concerto con gli altri leader europei, proponendosi come protagonista, come capofila nelle negoziazioni con Donald Trump o se porterà avanti in maniera più ristretta e limitata un’agenda di carattere nazionale», risponde Goretti.

Goretti: sull’Ucraina a dare la linea sono le decisioni dei grandi player

Il rapporto con gli Usa si intreccia con l’Ucraina e l’obiettivo di far cessare la guerra nel Paese. «Noi sappiamo che Meloni ha tenuto nel corso degli anni una posizione ferma e coerente di supporto a Kiev - afferma Goretti - . Sappiamo anche che il ministro della Difesa Guido Crosetto ha detto che l’Italia potrebbe valutare di partecipare ad un’eventuale forza di interposizione internazionale che dovesse essere posta lungo la linea del cessate il fuoco. Resta da vedere però, quali saranno le decisioni prese dai grandi player».

La scelta di dire no a un impiego delle armi inviate in territorio russo

Un passaggio del rapporto a firma di Nona Mikhelidze mette in evidenza che «attraverso la cessione di equipaggiamenti militari e materiali strategici, autorizzata dal Parlamento italiano, l’Italia mira a rafforzare le capacità difensive ucraine e a garantire l’efficacia delle operazioni sul campo. Tuttavia, il governo ha più volte sottolineato che le armi inviate dall’Italia devono essere utilizzate dall’Ucraina esclusivamente sul proprio territorio, senza colpire obiettivi in territorio russo.»

«Le iniziative del governo italiano a sostegno dell’Ucraina, consolidate nel 2024, sono state approvate da una maggioranza parlamentare che ha avallato le risoluzioni proposte dall’esecutivo. Tuttavia, il consenso non è stato privo di tensioni: alcune forze politiche hanno manifestato riserve, se non vere e proprie critiche verso un impegno che secondo alcuni rappresentanti del governo rischia di prolungare il conflitto».

Ancora: «All’interno della maggioranza - ricorda Mikhelidze - emergono visioni contrastanti anche riguardo alla natura e alla durata dell’impegno italiano. Mentre Giorgia Meloni ha ribadito il sostegno militare all’Ucraina “anche nel 2025”, una presa di posizione che sfida l’ala meno interventista della coalizione, altri esponenti di governo hanno auspicato una soluzione rapida del conflitto, evidenziando la necessità di un cessate il fuoco per evitare un’escalation ulteriore».

Gli investimenti in difesa

Un aspetto del dossier difesa riguarda il tema fondi. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha assicurato che userà tutta la flessibilità delle nuove regole di bilancio per consentire ai governi di investire in questo ambito. Nel report Nicolò Murgia e Alessandro Marrone ricordano che «il ministro Guido Crosetto, presentando il Dpp (Documento programmatico pluriennale) al Senato, ha evidenziato che nel 2024 il budget complessivo della difesa rappresenta l’1,54 per cento del Pil, con una tendenza al rialzo che dovrebbe superare l’1,60 per cento entro il 2027. Questo aumento porta il Paese più vicino al requisito sottoscritto nel 2014 dall’Italia in ambito Nato del 2 per cento del Pil nella difesa, un obiettivo finora raggiunto da 23 dei 32 membri dell’alleanza». Ma Trump ha alzato la posta. L’aumento delle spese militari, ha osservato, dovrebbe essere al 5% e non al 2 per cento.

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