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Pirateria, il costo nascosto per gli utenti: 1.200 euro a testa tra truffe e cyber rischi

Lo studio I-Com presentato alla Camera accende i riflettori su conseguenze poco considerate dello streaming illegale: frodi digitali, furti di dati e malware valgono oltre 1,42 miliardi di euro. A rischio anche 34mila posti di lavoro nell’industria audiovisiva entro il 2030

di Andrea Biondi

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La pirateria audiovisiva non è più solo il film visto senza pagare o la partita scovata su una piattaforma illegale. È diventata una trappola digitale che si apre con un click e si richiude, spesso, sul portafoglio, sui dati personali e perfino sulla rete domestica degli utenti. È questo il cuore del messaggio contenuto nella ricerca I-Com “Il prezzo nascosto della pirateria”, presentato alla Camera dal presidente I-Com Stefano da Empoli alla presenza di Ylenja Lucaselli, membro della Commissione Bilancio della Camera; Alberto Barachini, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Informazione e all’Editoria; Massimiliano Capitanio, commissario Agcom e Ivano Gabrielli, direttore del servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni. In un flash: dietro lo streaming illegale non c’è solo una violazione del diritto d’autore, ma un ecosistema opaco dove proliferano phishing, malware, furti di identità e truffe economiche.

I numeri danno la misura del fenomeno. Secondo lo studio, in Italia chi utilizza servizi pirata e finisce vittima di furti di dati personali o frodi digitali subisce una perdita economica media di circa 1.200 euro. Per la fascia tra i 45 e i 64 anni il danno supera i 1.500 euro pro capite. Complessivamente il conto è salito da 1,24 miliardi nel 2022 a 1,32 miliardi nel 2023, fino a oltrepassare quota 1,42 miliardi nel 2024: un balzo del 14,5% in tre anni. E non si tratta di una platea marginale, visto che la pirateria, secondo i dati Fapav-Ipsos richiamati nello studio, riguarda circa il 40% della popolazione adulta italiana.

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La fotografia diventa ancora più nitida quando si guarda ai meccanismi del rischio. Le piattaforme illegali non sono semplici scorciatoie per accedere a contenuti gratis o a basso costo: sono spesso costruite per catturare informazioni, reindirizzare verso siti malevoli, spingere al download di software infetti o carpire credenziali bancarie e identità digitali.

Nel materiale presentato da I-Com si ricorda, fra l’altro, che il rischio di malware per chi usa canali pirata può essere dieci volte superiore, mentre fra i giovani tra 15 e 25 anni il 62% dei “pirati” ha subito attacchi informatici. Le Iptv illecite, poi, aggiungono un livello ulteriore di esposizione: non solo contenuti abusivi, ma anche app e software che possono spalancare la porta a botnet, ransomware e controllo da remoto dei dispositivi.

«Con questo studio vogliamo offrire un contributo concreto al dibattito sulla pirateria, portando l’attenzione su un ambito ancora poco esplorato: i rischi per la sicurezza digitale degli utenti che accedono a contenuti illegali», commenta Stefano da Empoli, presidente di I-Com. «Si tratta di un fenomeno allarmante, anche perché le piattaforme illegali sono uno dei principali veicoli di diffusione di malware, attacchi di phishing e di sottrazione dei dati personali sensibili degli utenti, poi rivenduti sul dark web. È quindi fondamentale aumentare la consapevolezza sui pericoli della pirateria, in particolare tra i giovani che, oltre a essere tra i soggetti più esposti ai rischi digitali, sono anche i più penalizzati dagli effetti sempre più rilevanti in termini di perdita di posti di lavoro».

Ed è qui che il dossier allarga il campo. Perché il prezzo nascosto della pirateria non pesa soltanto sulle vittime delle truffe, ma anche su un’industria che in Italia vale oltre 21,6 miliardi di euro di ricavi e occupa quasi 80mila addetti. Il rapporto Fapav/Ipsos richiamato nello studio stima per il 2024 un danno economico diretto di 1,12 miliardi di euro e circa 12.100 posti di lavoro a rischio nell’economia italiana. Ma I-Com spinge lo sguardo più avanti: nel solo 2025 l’impatto occupazionale sarebbe già di 3.399 unità, mentre tra il 2025 e il 2030 la perdita stimata sale a 34.012 posti di lavoro, di cui 26.786 nella produzione cinematografica, video e programmi televisivi.

Il messaggio politico e industriale è chiaro: la pirateria non è un peccato veniale consumato sul divano, ma una filiera parallela che prosciuga valore, indebolisce le imprese, colpisce l’occupazione e trasforma gli utenti in bersagli. Non a caso la ricerca ricorda anche il ruolo di Piracy Shield, la piattaforma che ha consentito di disabilitare 28.041 domini e 6.104 indirizzi Ip in un anno. Ma il punto, suggerisce I-Com, è che la repressione da sola non basta. Serve consapevolezza. Perché dietro l’illusione del contenuto gratis, sempre più spesso, c’è un prezzo molto più alto dell’esborso che si pensava di risparmiare.

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