Euro 24

Perdiamo in campo, vinciamo fuori. Con umiltà e una nuova governance tecnica

La Nazionale è una cosa seria ed è un veicolo promozionale potentissimo per proiettare attrattività, capacità organizzativa e di programmazione, nonché serietà

di Luca Arnaboldi

Tifosi azzurri con poca voglia di parlare dopo l'eliminazione europea

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Alea iacta est: Luciano Spalletti dunque resta, almeno fino ai prossimi mondiali.
Denotando una leadership che i giocatori in campo non hanno dimostrato di possedere, Il Presidente della Federcalcio Gravina ha ufficializzato la prosecuzione del mandato di Luciano Spalletti, insediatosi meno di un anno fa, tacitando immediatamente chi pretendeva le dimissioni del commissario tecnico toscano.

Si tratta di una decisione di buon senso, pragmatica e tempestiva, che consente di dare continuità al progetto in corso ma, al contempo, rimescola le carte anche affidando programmaticamente a un collegio di 5 tecnici della Serie A (da individuare) la responsabilità di instaurare un confronto piu’ serrato con i Club della massima serie anche per individuare i giovani di interesse nazionale da valorizzare. Se l’uomo solo al comando non ha funzionato a dovere, non bisogna gettare il bambino con l’acqua sporca, ripartendo daccapo e vanificando quel poco di buono che e’ stato fatto sin qui: occorre portare vicini al Club Italia piu’ competenza tecnica, che sappia ritrovare, energicamente e senza indugio, il bandolo della matassa, medicando le debolezze e le vulnerabilità della gestione “spallettiana”, cosi’ come si sono manifestate in Germania.

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Politicamente, un arrocco geniale, sportivamente, lo vedremo.

Gravina blinda Spalletti

Proviamo, quindi, a riassumere alcuni principi di base a cui il nuovo corso dovrà ispirarsi, partendo dalle lacune più clamorosamente evidenziate nelle quattro recenti uscite dei nostri “eroi”.

Anzitutto la scelta dei giocatori

Occorre certamente selezionare un gruppo che costituisca l’ossatura principale della squadra (il “Blocco” da cui partire) e ovviamente si sceglierà il gruppo dominante del momento, quello che ha, da ultimo, dimostrato coesione, affiatamento e mentalita’ vincente (il bene piu’ prezioso).
Una volta fatta questa scelta preliminare, tale blocco non bisogna mai “toccarlo”, se non per infortuni dei suoi componenti. Non bisognerebbe mai “pasticciare” col “sacro” Blocco e soprattutto mai cadere nella tentazione di presupporre di poterlo migliorare. Quello e’. E’ un blocco: granitico e intoccabile. E’ come la formula chimica del cloruro di sodio (39,337% di sodio e 60,663% di cloro in peso) non modificabile, neanche minimamente, pena un disatro. Non si cambia lo schema con cui il blocco e’ abituato a giuocare, non si modificano i ruoli, non si riscrivono i compiti. “If it ain’t broken don’t fix it”, recita un antico adagio popolare americano. Vale anche nello sport. Nel calcio tale saggezza si declina, grosso modo, con “(pezzo di) squadra che vince non si cambia” e non si tocca.

Al Blocco (come sopra definito) bisogna poi aggiungere qualche tassello non secondario: un portiere che pari (e noi abbiamo uno dei migliori), un playmaker che faccia girare la palla, accompagnato e protetto da due centrocampisti di buona lena e infine uno o due attaccanti che o segnino, ovvero creino gli spazi affinche’ altri segnino. Allegri lo spiegherebe dicendo che il calcio e’ semplice. E poi aggiungerebbe che ogni volta che vai in vantaggio, la partita la lasci agli altri e Tu pensi a difenderTi con ordine e feroce determinazione. E quando hai il miglior portiere del mondo e alcuni difensori eccezionali (Chiellini e Bonucci lo erano), probabilmente vinci, in Europa e nel Mondo. E’ pur vero che Sacchi inorridirebbe e altri con lui, ma bisogna pur ispirarsi a qualcuno di quelli che in passato hanno vinto, convincendo. E noi, tradizionalmente, abbiamo raggiunto i migliori risultati piu’ difendendoci e con le ripartenze, che in qualsiasi altra maniera. Piaccia o no.

Deludenti e indifendibili, azzurri bocciati

Ora è facile (e forse ingiusto) leggere tutto quanto successo con spirito critico. Vero. Ma proprio perchè c’era la diffusa consapevolezza di avere a disposizione del materiale umano qualitativamente limitato (rispetto ad esempio a certe rose disponibili in alcuni tornei internazionali del passato), logica avrebbe voluto che ci si attenesse scrupolosamente alle regole base, senza deviazioni “creative”, col risultato di uscire pericolosamente dal seminato e, soprattutto, anzitempo dal torneo.

La motivazione

E la Motivazione? Assente. Non pervenuta. Coaching significa molto di più che semplicemente allenare. Emblematici i famosi 15 minuti nello spogliatoio di Berlino. L’intervallo è il momento più delicato della partita e dell’interazione fra “il Mister” e i giuocatori in campo. Andrebbe studiato assai bene cosa sia stato detto, parola per parola. Al rientro in partita, invece di esprimere energia e postura da riscatto immediato è come se fosse stata staccata la corrente. Da quel momento in avanti, solo agonia e rassegnazione.

Un tempo ci si affidava agli Allenatori “federali” (Valcareggi, Bearzot, Vicini), poi e’ invalsa la moda di ingaggiare nomi famosi per le vittorie nei Club (Lippi, Conte, Mancini, Ventura). A volte abbiamo avuto fortuna, altre meno. Forse sarebbe saggio, in futuro, parzialmente tornare indietro. E in questa esatta direzione si inserisce la scelta innovativa disegnata da Gravina: un compromesso equilibrato e una camera di compensazione tra la esclusiva visione del singolo e un selezionato gruppo di esperti di competenza federale che possano supportarlo e aiutarlo. Una sorta di oligarchia illuminata, che potrebbe rappresentare finalmente quella rivoluzione necessaria a rifondare il Calcio italiano. Insomma, la confortante consolazione che per un allenatore un po’ confuso, esista un Presidente, Gabriele Gravina, lucido, tempestivo e innovatore.

Euro 2024, la Nazionale e' rientrata in Italia

Il Commissario Tecnico della Nazionale rimane sicuramente qualcosa di molto differente da ciò che è richiesto per allenare di Club. Ci vuole anche una forma mentis completamente diversa. Il CT di una nazionale deve fare di necessità virtù. Affermare che si è avuto troppo poco tempo per costruire e amalgamare un gruppo conosciuto e sviluppare una filosofia di giuoco significa, purtroppo, aver in parte frainteso il perimetro del ruolo. Il mestieraccio del CT è ingrato e oggettivamente complicatissimo: non si inventa nulla, si tratta invece di mettere a frutto, con metodo certosino, il lavoro che i Colleghi delle varie squadre hanno avuto il tempo di preparare a casa loro. Con calma e pazienza, settimana dopo settimana. Se alcuni giuocatori vengono sistematicamente impiegati da chi li vede tutti i santi giorni solo in determinate circostanze e unicamente per spezzoni di partita (per lo più nella fase finale del match), forse una profonda e fondata ragione c’è.

La Nazionale è una cosa seria

Naturalmente poi, per completezza di analisi, bisognerebbe valutare e soppesare altre scelte di politica sportiva più generale. Proteggere i vivai nazionali, togliere le agevolazioni per i tesserati che provengono da un altro paese, imporre divieti o meglio ancora elargire incentivi a chi impiega giuocatori nostrani (soprattutto se giovani o giovanissimi) in prima squadra, in modo da far loro acquisire rapidamente l’esperienza necessaria e indispensabile. Ma occorrerebbe altro tempo e altro spazio e forse non è così urgente intervenire in questa direzione come molti propalano, se è vero che tutte le nostre nazionali giovanili negli ultimi due anni hanno raggiunto risultati straordinari e raccolto trofei quasi ovunque. Questi risultati, di valore assoluto, sono un’ulteriore conferma che questa Federazione abbia lavorato bene e con visione.

La Nazionale è una cosa seria (anche per la nostra immagine all’estero) ed è un veicolo promozionale potentissimo per proiettare attrattività, capacità organizzativa e di programmazione, nonché serietà. È molto importante: lo hanno capito da tempo anche tutte le altre nazioni, persino quelle con una tradizione calcistica largamente meno nobile della nostra. Se non siamo nelle condizioni di fare geopolitica con i cannoni, almeno facciamolo con il pallone: più semplice (anche se non sembrerebbe), meno costoso e più sostenibile.

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