Il graffio del lunedì

Calcio, europei 2024: nessuno si dimette ma l’Italia è sempre di più nel pallone

di Dario Ceccarelli

L'allenatore Luciano Spalletti (IPP)

5' di lettura

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E se la smettessimo di prendercela così tanto per il calcio? E per i destini della nostra nazionale? Con queste facce lunghe, con questi processi  al vetriolo che arrivano sempre dopo, con questa pesante cappa di lutto collettivo che ci avvolge tutti, come ci fosse  morto qualcuno di cui non possiamo fare a meno?

“Niente scuse”, titolano i giornali. “Serve una riflessione corale “ ammonisce il Corriere della sera come se parlassimo della minaccia nucleare o del declino dell’America e dell’Europa. “Una disfatta, chiediamo scusa…”  dicono i conduttori nei telegiornali con facce a lutto che nemmeno Caporetto o i danni del maltempo in Val d’Aosta.  

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Quanto a Luciano Spalletti, da audace salvatore della patria che  aveva rimesso in sicurezza la nazionale, ora è giustamente  nella centrifuga: e se prima gli perdonavamo le sue stravaganze lessicali, con quelle sue funamboliche analisi da cui si usciva con un forte mal di testa, ora tutto gli si ritorce contro. 

E anche se fa autocritica (“Ho sbagliato, sono il primo responsabile. Ma resto e voglio ringiovanire l’Italia”),  Spalletti appare come uno dei tanti che, dopo il malfatto,  s’aggrappa alla poltrona, anzi alla panchina, per non farsi travolgere dallo bufera. Non proprio come  il presidente Gravina, tutto proteso ad andare avanti comunque, ma insomma come uno sconfitto che  dopo aver sprecato il suo giro di giostra chiede, nonostante tutto,  di poterne fare un altro.

Non sarà facile ricominciare, dopo questo tonfo. Ci vorrebbe un progetto serio, radicale, ma sono in grado Gravina e Spalletti da qui al prossimo Mondiale di realizzarlo? Al momento non si direbbe.

Gli stessi commentatori, tutta quella compagnia  di ex giocatori ed allenatori che prima con linguaggio altrettanto criptico (ormai sono sacerdoti di una casta a parte) lodavano le scelte  di Spalletti, adesso gliele rinfacciano.  “Troppi errori, caro Luciano. Troppi cambi, troppe indecisioni…” E poi la preparazione atletica, e tutti quei moduli, e lo spirito di gruppo e gli immancabili giocatori lasciati a casa. Tutte critiche  legittime, per carità. Ma non lo sapevamo già che Spalletti è fatto così? Che gli piace un calcio fin troppo moderno e complicato per dei giocatori non in grado di ritradurre tutto sul campo? 

Allenatore da club o da nazionale?

Prima le sue parole erano Vangelo, adesso follie da visionario. Prima era il tecnico rigoroso, il  padre di famiglia che strigliava  giocatori  bamboccioni che passavano le notti davanti alla playstation;  ora è un dogmatico Savonarola che  con “comandamenti”  troppo rigidi  li ha intristiti e depressi.  Prima era il grande allenatore che aveva condotto il Napoli a un fantastico scudetto, ora a babbo morto lo si accusa di non essere un tecnico da nazionale, dove non si ha tempo per far filosofia, ma  solo da grandi  club  

Ci fidiamo di te, caro Luciano, era il coro unanime. Anche quando, fin dallo scorso autunno, aveva cominciato a parlare di di “calcio relazionale” che si poteva intendere anche “perimetrale” e diagonale, ed esagonale e chissà quante altre diavolerie tattiche. E quell’elenco di moduli coi numeri che tutti fingono di conoscere  senza capire niente? E i braccini? E la qualità? E la quantità? E la profondità? E la ripartenza dal basso? E la ricomposizione tattica? 

Parole  in libertà. Ma cosa è successo nel nostro calcio? Non solo non produciamo più talenti (i nostri club se vanno avanti è solo perchè sono imbottiti di stranieri), ma per meglio nascondere il nostro declino ci siamo tutti messi  a parlare una lingua incomprensibile che assomiglia sempre più alla “super cazzola”  del conte Mascetti in Amici miei. Ci sono delle telecronache che per capirle ci vuole il traduttore automatico. I cosiddetti “esperti”, seconde voci in tv  per spiegare il verbo al profano, sembra che facciano apposta a complicare piuttosto che a semplificare. 

Un crollo che viene da lontano

E dire che di complicato non c’è molto, la realtà è sotto gli occhi di tutti: il nostro calcio, a parte la fortunatissima parentesi dell’Europeo di Mancini, è sempre meno competitivo. Nei ruoli chiave delle nostre squadre, a parte qualche eccezione, ci sono solo stranieri. E spesso neppure  i migliori. A furia di aumentare gli ingaggi, di assecondare le follie dei procuratori, di costruire squadre dove quasi nessuno parla la nostra lingua, siamo arrivati quasi a un punto di non ritorno.  Continuando a indebitarci, abbiamo lasciato i nostri grandi club  in mano a fondi stranieri che hanno un unico scopo: guadagnarci e tagliar la corda prima che sia troppo tardi. Abbiamo dei buoni allenatori, una ottima scuola, e infatti l’Under 17 ha vinto l’Europeo, l’under 20 è stata seconda al Mondiale. Ma poi dove finiscono questi giovani azzurri emergenti? Solo l’Atalanta con il presidente Percassi investe nei giovani. E infatti si vede. 

Con questo materiale umano, preso tra le poche pause del campionato, diventa arduo mettere assieme una nazionale decente. C'è un altro problema, che però non si può nascondere: questi ragazzi, a parte qualche eccezione che sappiamo, si sono dimostrati di una fragilità inquietante. 

"Non eravamo uniti" ha detto Donnarumma  confermando che oltre ai campioni mancano anche leader come Chellini e Bonucci. Mai una reazione, mai uno scatto di orgoglio. Ma professionisti di questo livello, con stipendi milionari, hanno ancora bisogno dei capiclasse?

 Inutile stupirci se poi abbiamo saltato due mondiali consecutivi e siamo stati  malamente sbattuti fuori  dall’Europeo. Nel passato recente (Sud Africa 2010) abbiamo fatto altri disastri. Ma il calcio italiano era ancora reattivo, capace di rimettersi in marcia. Ora siamo questi ragazzi, spaesati e senza orgoglio,  che piangono dopo la sconfitta. Dovevano regalarci un po’ allegria, farci dimenticare questi incerti chiari di luna, e invece siamo ancora qua,  in terapia intensiva, a farci i processi sulla nazionale.  E a cercare un altro Spalletti che gli asciughi il pianto. 

Tour de France: Pogacar maglia gialla

Bello e intrigante questo Tour partito dall’Italia!  La prima notizia è che sono  tornati i fenomeni.  Nella tappa di San Luca, sui coli bolognesi, l’attesa sfida tra Tadej Pogacar e Jonas Vingegaard è già riesplosa come se non fosse mai finita. La miccia si è accesa negli ultimi 700 metri della seconda ascesa con un improvviso scatto dello sloveno cui con altrettanta reattività ha risposto il danese  Al traguardo di Bologna, il vincitore di tappa è il francese Kevin Vauquelin, secondo successo transalpino dopo quello di Bardet a Rimini, ma la maglia gialla viene subito indossata da Pogacar che, pur arrivando con lo stesso tempo di Vingegaard, Evenepoel e Carapaz, conquista la leadership per la somma di piazzamenti. Roglic è l’unico dei big ad essere rimasto indietro. 

Ma l’altra novità che Vingegaard, nonostante fosse fermo da tre mesi per il grave incidente ai Paesi Baschi, ha risposto da par suo all’attacco di Pogacar.   Un test quanto mai probante  per il danese. E domani c’è già il Galibier, la prima vera montagna di questo Tour. 

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