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Perché pochi Hr diventano Ceo? il valore strategico di un ruolo (spesso) sottovalutato

Nel mondo manageriale, gli HR raramente raggiungono la carica di CEO, a causa di una percezione limitata del loro ruolo. Tuttavia, un professionista HR che integra competenze di business e leadership può diventare un agente di cambiamento strategico

di Luca Brambilla* e Rossella Zaminga**

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Può un professionista HR ambire a diventare CEO? La realtà del mondo manageriale suggerisce che la risposta, nella maggior parte dei casi, sia ancora negativa. Gli Amministratori Delegati provengono infatti prevalentemente da percorsi finance, commerciali o talvolta legali, mentre il background HR resta una rarità nelle traiettorie che conducono ai vertici aziendali. Si contano i casi come Leena Nair, oggi CEO di Chanel dopo la sua carriera come responsabile delle risorse umane di Unilever, o leader come Cristina Scocchia (Illycaffè) che pur non provenendo dall’ambito HR ha sempre integrato una forte sensibilità “people” nella propria leadership.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Le ragioni di questo fenomeno sono molteplici. La più evidente è legata all’interpretazione del ruolo: l’HR sconta forse più di altri la sua funzione di corporate staff, spesso considerata un “nice to have” più che un “must have”. Ne consegue che il professionista delle risorse umane, specialmente se tende a interpretare il ruolo con un approccio transazionale, rischia di essere percepito come un mero centro di costo amministrativo. Viceversa, chi è più centrato nella professione, più orientato al business e promotore della cultura organizzativa riesce a trasformare il ruolo in un agente di cambiamento.

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Da puro tecnico a business partner

Come dovrebbe essere, dunque, un HR che agisce da strategic thinker? Innanzitutto, deve diventare un profondo conoscitore delle dinamiche di business dell’azienda. La definizione di “HR business partner”, andata alla ribalta qualche anno fa, si basa proprio su questo presupposto. La parola “business” posizionata graficamente al centro della definizione ne evidenzia l’importanza: per poter diventare un partner capace di incidere sulla strategia aziendale, l’HR deve avere familiarità con il settore dell’organizzazione e parlare lo stesso linguaggio. Solo questo può abilitarlo a entrare nella discussione, ad assumere una voce autorevole come business leader.

Al contrario, focalizzarsi solo sugli aspetti tecnici tipici della sua area di competenza ne penalizza la capacità di esprimersi e portare impatto, oltre a impoverire la qualità delle relazioni lavorative.

Dimostrare il valore con la competenza

Con ciò non si vuole sminuire l’importanza di conoscere la materia HR: l’attenzione al business non deve togliere luce alla componente “people”. Ma proprio perché spesso percepita come accessoria, la funzione HR deve sforzarsi più di altre di dimostrare il suo valore. Ad esempio, se un CFO si svela inesperto nella sua area di competenza, verranno messe in discussione le sue abilità; quando accade a un Direttore del Personale, è il ruolo stesso a essere percepito come fragile. C’è un’eccessiva sovrapposizione dei due piani – quello della persona e quello del ruolo – che rende i professionisti HR ancor più responsabili anche a tutela della funzione stessa.

Ciò che serve è una sincera curiosità sia verso le materie squisitamente people, sia verso quegli ambiti trasversali che inevitabilmente contaminano la professione HR, che deve saper coniugare vari livelli, come ad esempio la comunicazione chiara e responsabile per creare quel consensus necessario nelle dinamiche aziendali, e la negoziazione, una competenza che si esercita quotidianamente a tutti i livelli, dalla relazione con il CEO fino al lavoratore junior.

Oltre il people washing

L’integrazione tra dimensione business e dimensione people dovrebbe essere la regola, non emergere solo nei momenti di crisi o forte disruption, quando il business arretra e l’attenzione sulle persone diventa l’unica opzione apparente. È ciò che è accaduto durante la pandemia da Covid-19, che ha dato un boost ai massimi livelli verso il people management.

Ecco perché lo slogan “persone al centro” risulta propagandistico, se non quasi tautologico: dove dovrebbero stare, le persone, se non al centro?

Un CEO che porta sulle spalle un percorso HR può dare all’azienda un orientamento sostenibile. In qualità di massimo esperto dell’organizzazione, delle interconnessioni tra reparti e dei talenti disponibili, ha tutte le carte in regola per ottimizzare la struttura, mantenendo competenze e cultura allenate e orientate al futuro, spesso con uno sguardo più prospettico e progressista di quanto il business, da solo, tenderebbe a richiedere.

Questa visione sostenibile è ancor più rilevante in un’epoca come l’attuale, colpita da costanti cambiamenti che non possono non intaccare il benessere delle persone. L’Intelligenza Artificiale ha le potenzialità per stravolgere il business, ma senza una corretta preparazione della componente people la sua integrazione resterà impraticabile. Spesso le potenzialità tecnologiche superano di gran lunga la capacità degli esseri umani di assimilarle e farle proprie.

Una Bugatti può raggiungere i 490 km/h, ma quante persone sarebbero in grado di guidare a questa velocità? La domanda da porsi, in definitiva, non è quanto si possa correre, ma come abilitare le persone a sostenere tale accelerazione.

*Direttore Accademia di Comunicazione Strategica

**HR Director CSV LifeScience

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