Ripensare l’impresa

Perché la gerarchia è un dissipatore naturale di conoscenza

Ogni livello dell’organigramma filtra, distorce e rallenta il flusso informativo. Il risultato? Decisioni prese su una frazione della realtà

di Emiliano Pecis*

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Nella rubrica Ripensare l’impresa ci chiediamo spesso quando il management, per come lo conosciamo, è funzionale allo scopo che si è preposto. Una prospettiva interessante è capire quanto liberamente circolano le informazioni nell’organigramma gerarchico per dare al top management i dati necessari per decidere. Le nostre analisi partono sempre dallo scenario migliore, perché come amava ripetere Deming, il 94% dei problemi in un’azienda è causato dal sistema, non dalle persone.

Abbiamo già definito la gerarchia come un ansiolitico organizzativo: questo perché promette chiarezza e coordinamento ma raramente li garantisce. In pratica, più l’informazione attraversa livelli gerarchici, più viene distorta per omissioni e reinterpretazioni. Paradossalmente, il management funziona come un telefono senza fili, producendo versioni dei fatti plausibili ma spesso lontane dalla realtà.

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Cinque filtri che deformano la realtà

Ogni organizzazione funziona come un circuito informativo imperfetto, attraversato da cinque filtri strutturali.

Il primo è cognitivo: nessuno comprende davvero l’intero dominio di ciò che gestisce. Il secondo è interpretativo: come ricordava Karl Weick, le persone non trasmettono informazioni, ma costruiscono senso, traducendo i fatti in narrazioni coerenti con la loro esperienza. Il terzo è di ruolo: come notava James March, ogni individuo agisce secondo ciò che “ci si aspetta da uno come lui”, restando coerente col proprio ruolo anche quando sa di più.

A questi si aggiungono due ulteriori filtri: quello politico, perché ogni manager protegge la propria area e manipola, anche inconsapevolmente, ciò che comunica; e quello culturale, perché le aziende respingono ciò che contraddice la loro narrativa interna. Questi cinque filtri operano in entrambe le direzioni: deformano sia ciò che scende (strategie, direttive, priorità) sia ciò che risale (report, feedback, segnalazioni). Il risultato è un circuito chiuso di conoscenza alterata, che si autoconferma e si autoassolve.

Il decadimento informativo

Osservando matematicamente (**) il flusso della conoscenza dentro una gerarchia, scopriamo un decadimento esponenziale: a ogni livello si perde una frazione di verità. Anche in condizioni quasi perfette -persone competenti, comunicazione trasparente, tempi rapidi - la quantità di informazione corretta e utile si riduce sensibilmente. E quando si aggiungono ritardi, tempi di reporting e costi di coordinamento, il valore effettivo dell’informazione che raggiunge il vertice non supera mai la metà di quella originaria. Nel migliore dei casi, un’informazione che parte al 90% di accuratezza può arrivare al team operativo con un 60-70% di fedeltà, e tornare indietro al vertice con meno del 30%. Non perché qualcuno l’abbia manipolata, ma perché ogni passaggio - ogni filtro cognitivo, interpretativo, di ruolo, politico e culturale -ha eroso un pezzo di realtà.

Un esempio inventato ma verosimile: il caso del Nord-Est

In un’azienda manifatturiera, le vendite del Nord-Est iniziano a calare. Gli agenti sul territorio, che parlano ogni giorno con i clienti, capiscono subito che cosa non va: un concorrente locale consegna più in fretta, il nuovo servizio post-vendita è lento, e il listino aggiornato ha reso i prodotti entry-level meno competitivi. Le cause reali sono chiare e concrete. Ma la realtà inizia a deformarsi non appena l’informazione entra nella catena gerarchica.

Il responsabile d’area sa che la direzione marketing ha fortemente voluto quel nuovo listino e che metterlo in discussione potrebbe essere letto come un attacco politico. Così, nel suo report, parla genericamente di “flessione stagionale” e “leggera contrazione della domanda”. Filtro di ruolo e filtro politico: comunica ciò che è compatibile col proprio ruolo, non ciò che sa.

Il documento arriva alla direzione vendite nazionale, dove subentra un’altra distorsione. La notizia viene reinterpretata come “minore propensione all’acquisto delle PMI”, un fenomeno macroeconomico più rassicurante e più semplice da gestire. Filtro interpretativo: i fatti vengono adattati a uno schema mentale già noto.

La direzione generale sintetizza tutto per l’amministratore delegato: “Domanda in rallentamento nel Nord-Est a causa del clima economico incerto”. Filtro culturale: l’azienda è convinta di essere “forte sul prezzo e sull’affidabilità” e fatica a concepire che proprio lì possa esserci il problema. Il messaggio finale suona plausibile, coerente, perfettamente logico. Ma completamente falso.

Quando l’informazione ridiscende - dopo riunioni, ritardi e presentazioni - incontra l’ultimo filtro cognitivo: il management, ormai distante dal dettaglio operativo, non ha più gli strumenti per validare la diagnosi. Il Ceo reagisce nel modo più razionale possibile rispetto al quadro che ha davanti: approva una campagna nazionale di sconti e pubblicità per “rilanciare la domanda”.

Ma il problema, sul campo, resta identico. Il listino è sbagliato, il servizio post-vendita è lento, e nessuna campagna può cambiare questo. L’informazione si è degradata come in un esperimento di entropia gestionale: da segnale concreto a racconto macroeconomico. Il vertice ha deciso con un decimo della verità iniziale. E la verità vera non è mai arrivata al piano di sopra.

Il limite strutturale della gerarchia

Anche l’azienda più efficiente non può eludere questa legge. Ogni passaggio gerarchico è una perdita: la conoscenza si consuma, si distorce, si dimentica. E poiché l’informazione costa, in tempo, in riunioni, in mediazioni, ciò che arriva in cima è sempre una versione filtrata del reale. La gerarchia, insomma, è un sistema dissipativo di conoscenza: trasforma verità in interpretazioni, interpretazioni in decisioni, decisioni in nuovi problemi da interpretare.

Un possibile ruolo dell’AI per ridurre i filtri

Serve accorciare la catena informativa, creare canali diretti tra chi sa e chi decide, restituire autonomia a chi opera vicino alla realtà. Le tecnologie di intelligenza artificiale possono aiutare, ma solo se progettate per illuminare i flussi, non per controllarli.

Un sistema di inferenza può collegarsi direttamente alle fonti di verità e restituire ai vertici un quadro sintetico ma verificabile, non mediato da ruoli o narrative. La vera sfida non è più avere informazioni, ma preservarne la qualità lungo il percorso.

Finché la conoscenza dovrà attraversare cinque piani e tre comitati per arrivare al vertice, il management continuerà a decidere con una frazione della realtà. E finché la verità dovrà chiedere il permesso per risalire, nessuna organizzazione potrà davvero migliorare.

(**)| La matematica della dispersione gerarchica

Ho ipotizzato una formula per modellare questo fenomeno: U = p₀ × ∏(κᵢ × θᵢ × φᵢ), dove κ misura quanto viene compreso, θ quanto comunicato, φ quanto resta fedele. Anche in condizioni ottimistiche (κ=0.95, θ=0.90, φ=0.92), ogni livello trattiene solo il 79% dell’informazione. Dopo 3 livelli resta il 49%. In un ciclo completo andata-ritorno attraverso 3 livelli (6 passaggi): meno del 38%.

*AI & Organizational Strategist

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