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Perché la formazione di leader AI nativi è la chiave per il futuro delle aziende

L’AI richiede di integrare responsabilità e metriche nel management aziendale

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Negli ultimi mesi il confronto con i vertici di una trentina di aziende italiane ha evidenziato come la domanda più ricorrente non riguardi tanto le modalità di implementazione dell’intelligenza artificiale, quanto l’individuazione del soggetto deputato alla sua governance. La risposta che le aziende stanno adottando con crescente uniformità risiede nell’istituzione della figura del Chief AI Officer (CAIO).

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Uno studio recente condotto da IBM, intervistando oltre 2300 organizzazioni ha dimostrato che nel 2026 la quota di aziende con un Chief AI Officer ha raggiunto il 26% a livello globale. Parallelamente, quasi la metà delle FTSE 100 britanniche ha già nominato un CAIO. In Italia la tendenza si sta consolidando, con profili ricavati per scorporo dalla figura del Chief Technology Officer o dal Chief Innovation Officer, oppure attraverso il reclutamento esterno di profili caratterizzati da un solido background ibrido, a cavallo tra business e tecnologia.

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Si tratta di una risposta organizzativa comprensibile. Tuttavia, dall’osservazione delle realtà che stanno concretamente ridisegnando i propri processi operativi — distinguendosi da quelle che si limitano a una narrazione di facciata — emerge un modello strutturale differente.

Il problema non è chi decide sull’AI, ma la distribuzione dei processi decisionali

Il caso di Klarna appare in tal senso emblematico: l’azienda non si avvale di un Chief AI Officer. Il CEO dell’azienda adotta l’intelligenza artificiale come strumento di lavoro quotidiano, avendo identificato nella revenue per dipendente - un indicatore chiave che misura l’efficienza e la produttività della forza lavoro - la metrica centrale della trasformazione, riconfigurando l’intera organizzazione intorno a questo principio. Dal 2023 a oggi la revenue per dipendente ha registrato un incremento del 152%, con il 96% della forza lavoro che impiega quotidianamente sistemi di intelligenza artificiale .

Analogamente Ramp, tra le startup a più in rapida crescita negli USA con una valutazione di 44 miliardi di dollari , ha istituito la figura del “Head of Internal AI”, assegnandole tuttavia un mandato antitetico rispetto alla concezione tradizionale del CAIO: l’obiettivo non è centralizzare le decisioni di investimento e sviluppo, bensì abilitare ogni singola risorsa dell’organizzazione a farsi promotrice e sviluppatrice di soluzioni basate sull’AI.

La differenza non è semantica. È strutturale.

Quando un’azienda nomina un Chief AI Officer senza aver prima ridefinito le responsabilità di ogni altro C-level rispetto all’adozione dell’intelligenza artificiale, rischia di replicare l’errore strategico già osservato precedentemente con l’introduzione del Chief Digital Officer: isolare la trasformazione in un ruolo, deresponsabilizzando il resto del management. Il risultato più frequente nelle aziende italiane è che il CAIO si trasformi nel catalizzatore di aspettative irrealistiche e di deleghe prive di effettivo supporto operativo, come emerge direttamente dai racconti dei CEO di oltre 150 corporate nazionali.

Cosa fa davvero la differenza

Le organizzazioni che stanno ottenendo risultati misurabili hanno in comune tre caratteristiche distintive. In primo luogo, il CEO esprime un orientamento strategico personale e non meramente formale sull’AI all’interno dell’azienda. In secondo luogo, le metriche di adozione dell’AI risultano pienamente integrate nei KPI di ciascuna linea di business, superando la logica della gestione centralizzata. Infine, lo sviluppo delle competenze non viene configurato come un intervento formativo una tantum, bensì come un processo di apprendimento continuo, strutturato per ridefinire i ruoli man mano che gli strumenti cambiano.

Secondo le stime IDC, entro il 2028 il 70% dei CIO appartenenti alle organizzazioni G1000 dovrà possedere le competenze necessarie per implementare modelli di business basati sull’AI . Questa previsione non riguarda l’evoluzione dei titoli organizzativi, bensì la natura stessa delle competenze richieste. Il nodo centrale non risiede nell’attribuzione della dicitura “AI” all’interno del job title, quanto nella capacità diffusa della classe manageriale di comprendere l’addestramento, la validazione e l’integrazione di un sistema di AI all’interno di processi decisionali complessi.

Vi è tuttavia un interrogativo sistematicamente eluso dal dibattito corrente: quale modello di intelligenza artificiale si intende perseguire e a chi spetterà la definizione dei relativi confini etici? Federico Faggin — fisico italiano a cui si deve l’invenzione del microprocessore e che da anni si occupa del rapporto tra coscienza e macchina — esprime una posizione netta: la tecnologia non è neutrale, in quanto ogni sistema di intelligenza artificiale incorpora scelte di valore, spesso invisibili per chi lo usa. Un Chief AI Officer sprovvisto delle categorie concettuali necessarie per governare tali implicazioni finirà inevitabilmente per subire la trasformazione anziché guidarla, scaricandone le esternalità sull’intera organizzazione.

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Perché abbiamo bisogno di un percorso dedicato

L’analisi dell’evoluzione della trasformazione AI, che come Talent Garden abbiamo condotto a supporto di oltre 150 aziende europee — inizialmente attraverso programmi di formazione diffusa rivolti a decine di migliaia di professionisti, e successivamente a livello di C-suite — conduce a una conclusione evidente: il problema attuale non risiede nella tecnologia, ma nella capacità di chi deve governarla. Il profilo che le aziende cercano non esiste ancora in numero sufficiente. La criticità non è da imputarsi a una carenza di profili tecnici o di figure prettamente gestionali, quanto alla scarsità di professionisti in grado di coniugare entrambe le dimensioni, dotati del vocabolario, del rigore analitico e dell’esperienza sul campo necessari per operare nell’intersezione in cui si determinano le scelte strategiche che contano.

La tesi di fondo è che la classe dirigente del 2030 non possa formarsi attraverso la fruizione passiva di contenuti o la partecipazione a convegni divulgativi. Quest’ultima richiede l’esposizione a decisioni complesse in contesti reali, supportata da una solida struttura concettuale alle spalle. Si tratta del medesimo impianto metodologico che le grandi business school hanno storicamente riservato alla formazione dei futuri amministratori delegati, oggi necessariamente declinato in un nuovo scenario macroeconomico.

L’Italia sta scontando un problema di velocità nell’adozione dell’intelligenza artificiale a livello manageriale. Ciononostante, l’attuale congiuntura ci offre anche una notevole finestra di opportunità: formare la prima generazione di leader per i quali l’AI possa rappresentare una competenza nativa e non un semplice aggiornamento da innestare su un profilo manageriale costruito per un’epoca diversa. Quella finestra non resterà aperta a lungo.

*Founder di Talent Garden

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