Rapporto Inapp

Per l’impatto dell’inflazione perso il 7,9% del potere d’acquisto rispetto alla fase pre Covid

Nel 2024 la dinamica dei salari nominali è stata inferiore a quella dei prezzi per quasi tutte le attività economiche: in minor sofferenza le attività bancarie, quelle assicurative e la manifattura. Più penalizzati il commercio, gli alberghi e ristoranti e l’informazione-comunicazione

di Giorgio Pogliotti

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4' di lettura

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La frenata dell’inflazione e il rinnovo di numerosi contratti collettivi di lavoro stanno producendo una graduale crescita del valore reale delle retribuzioni. Ma c’è ancora molto terreno da recuperare. Ad aprile del 2024 ammontava ancora al 7,9% la perdita del potere di acquisto rispetto al 2019, anno precedente la diffusione dell’epidemia Covid, dovuta all’incremento dell’inflazione del biennio precedente. Anche le indagini Ocse confermano una perdita del 6,9% dei salari reali italiani (il confronto è tra il primo trimestre 2024 e il quarto trimestre 2019), insieme ad un ulteriore aumento della distanza rispetto alla media dei Paesi sviluppati legata alla bassa crescita della produttività.

Il rapporto annuale Inapp evidenzia come la dinamica dei salari nominali sia stata inferiore a quella dei prezzi per la quasi totalità delle attività economiche, anche se l’andamento è stato differenziato a livello settoriale. In minor sofferenza le attività bancarie, quelle assicurative e la manifattura. Risultano allineati alla media le costruzioni e i trasporti. In maggiore sofferenza il commercio, gli alberghi e ristoranti e l’informazione-comunicazione. Le cause sono molteplici: dai meccanismi previsti dai contratti collettivi per il recupero dell’inflazione ai ritardi dei rinnovi contrattuali rispetto alle scadenze, all’impatto differenziato della crisi pandemica nei settori.

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L’impatto di 3-4 punti sulle retribuzioni di fatto del taglio del cuneo contributivo

L’Inps ha registrato per il 2024 le retribuzioni di fatto su livelli leggermente superiori rispetto a quelle contrattuali, e un impatto positivo sui salari netti di 3-4 punti percentuali dovuto al taglio del cuneo contributivo disposto con le leggi di bilancio degli ultimi tre anni (la riduzione del 7% dei contributi che gravano sui lavoratori per i salari fino a 25 mila euro lordi, -6% per i salari fino a 35 mila euro lordi, poi confermato per il 2025 come bonus fino a 25mila euro di retribuzione e come detrazioni fino a 40mila euro). Gli effetti più favorevoli hanno interessato i bassi salari. L’elevata copertura sul totale degli addetti dei settori si riduce al 78% per il peso del lavoro parasubordinato, delle collaborazioni continue e occasionali che risulta più rilevante nei comparti dei servizi e delle costruzioni. L’incidenza effettiva dei cosiddetti contratti pirata appare rilevante come numero dei contratti depositati al Cnel ma poco significativa per l’entità dei lavoratori e delle imprese effettivamente coinvolte.

L’andamento salariale risente della produttività in calo (-2,5%)

Sule dinamiche salariali, sottolinea l’Inapp, pesa l’andamento stagnante della produttività in diversi settori dei servizi, soprattutto a causa del tasso decrescente degli investimenti nei comparti dei servizi privati ad alta intensità di occupazione. L’ultima rilevazione dell’Istat (relativa al 2023) la produttività del lavoro è diminuita del 2,5% nel 2023. La dinamica negativa della produttività segue un lungo periodo di crescita, seppur lenta (+0,5% in media negli anni 2014-2023). (+0,5% l’incremento medio tra il 2014 e il 2023) per effetto di un aumento delle ore lavorate maggiore del valore aggiunto, la riduzione è diffusa a tutti i settori, inclusa l’industria.

Anche la produttività del capitale cala, dello 0,9%, e si riduce sensibilmente (-2,5%) la produttività totale dei fattori (PTF) che riflette progresso tecnico, cambiamenti nella conoscenza e variazioni nell’efficienza dei processi produttivi. Considerando le determinanti della crescita della produttività del lavoro, la marcata flessione della PTF ne spiega l’ampia diminuzione.

Sui salari di fatto hanno un peso rilevante anche la bassa incidenza delle qualifiche medio alte e il sottoutilizzo delle persone occupate nei settori caratterizzati da una elevata incidenza delle prestazioni sommerse. In questi comparti di attività si concentra anche la quota più rilevante dei salari poveri di fatto (inferiori al 60% del salario mediano).

«I limiti della contrattazione centralizzata nel tutelare il potere di acquisto - sostiene il presidente dell’Inapp, Natale Forlani - hanno orientato la richiesta di interventi legislativi e di trasferimento di risorse pubbliche per la tutela dei salari netti. Nei tempi recenti anche per introdurre per legge un salario minimo orario sulla base di diverse combinazioni (importi salariali orari minimi e/o applicazione vincolante dei contratti collettivi maggiormente rappresentativi). Gli orientamenti sulla materia risultano difformi tra le forze politiche e le Parti sociali, ma resta il fatto che l’intervento dello Stato, non può supplire alla complessità delle cause che hanno concorso alla stagnazione dei salari».

La spinta dei contratti di produttività che riguardano il 26% dei dipendenti

Una spinta al potere d’acquisto delle retribuzioni dei lavoratori è arrivata anche dai contratti aziendali e territoriali di secondo livello che hanno consentito un ulteriore recupero con dinamiche salariali collegate alla redditività e alla produttività, per il 26% dei lavoratori dipendenti con livelli di copertura settoriali molto differenziati (78% banche e assicurazioni, 57% public utilies, 53% trasporti, 41% manifattura, inferiori al 20% negli altri comparti dei servizi). Nel 2024 in media valgono 1.500 euro di importo su cui applicare la cedolare secca al 10%.

La copertura contrattuale è cresciuta al 94%

Le performance non positive dei salari reali italiani contrastano paradossalmente con il rilevante tasso di copertura della contrattazione collettiva nazionale promossa dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative (94%, secondo dati Cnel-Inps), che ha avuto un tasso di crescita di 5 punti percentuali tra il 2018 e il 2022.

«La contrattazione collettiva nazionale - conclude Natale Forlani - non appare in grado di incentivare la crescita dei salari reali se non vengono adottati altri indicatori per orientare gli aumenti delle retribuzioni: l’incremento della produttività dei fattori; il fabbisogno di lavoratori competenti; l’attrattività delle proposte salariali rispetto all’andamento dell’offerta di lavoro. Il potenziamento del secondo livello aziendale o territoriale è il complemento necessario per rendere aderente la contrattazione collettiva alle evoluzioni delle organizzazioni produttive e del mercato del lavoro».

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