Il paradosso

Dipendenti pubblici costretti a pagare per anticipare il Tfs: tempi lunghi e svantaggi economici rimetterci

In precedenza l’Inps era arrivata a concedere un finanziamento per dare in anticipo la liquidazione ai dipendenti pubblici

di Gianfranco Ursino

INGRESSO PALAZZO WEDEKIND PIAZZA COLONNA ESTERNO SEDE INPS

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Ci risiamo. I dipendenti pubblici per avere dall’Inps i propri soldi, parcheggiati nel Trattamento di fine servizio (Tfs), quando cessano il rapporto di lavoro devono attendere anche anni. E se desiderano ridurre un po’ i tempi di attesa, devono mettere in conto che - in qualche misura - qualcosa devono pure pagare per avere quanto gli spetta.

Se per i lavoratori del settore privato, il Tfr viene in genere erogato insieme all’ultima busta paga o, al più tardi, entro 30-45 giorni, nel settore pubblico i tempi sono molto più lunghi: un dettato normativo prevede che per avere il Tfs/Tfr, i dipendenti pubblici devono attendere un anno in caso di quiescenza per raggiungimento dei limiti di età e di servizio.

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L’attesa scende a tre mesi in caso di invalidità o decesso del lavoratore, ma sale fino a due anni per tutti gli altri casi di cessazione, come per esempio le dimissioni, il licenziamento e le uscite anticipate, con ritardi che non di rado superano i già previsti lunghi tempi di attesa.

La Corte costituzionale su Tfs/Tfr

La Corte Costituzionale ha più volte invitato il legislatore a superare la disciplina sul differimento della liquidazione del Tfs/Tfr ai dipendenti della Pubblica Amministrazione. Un reiterato sollecito che lo Stato ha più volte cercato di aggirare con soluzioni che prevedono svantaggi economici per i titolari delle somme accantonate nel corso degli anni di lavoro.

La legge di Bilancio su Tfs/Tfr

L’ultimo tentativo è inserito nella Legge di Bilancio in corso di definizione in questi giorni nelle aule parlamentari. L’articolo 44 del testo inizialmente depositato, prevede che la prima rata del Tfs/Tfr venga corrisposta dopo nove mesi (invece di 12), impedendo però ai lavoratori, interessati all’anticipo solo di tre mesi, di maturare il diritto alla detassazione del 1,5% introdotta dall’articolo 24 del decreto-legge n. 4/2019 per i pagamenti effettuati oltre il dodicesimo mese.
La detassazione serviva a compensare parzialmente il danno economico derivante dai lunghi tempi di differimento della liquidazione. Non copre infatti neanche l’inflazione. Già era una compensazione parziale, adesso l’agevolazione viene azzerata, mentre l’attesa per avere i propri soldi viene ridotta soltanto di tre mesi. Non viene anch’essa azzerata.

In precedenza, per “andare incontro” alle esigenze dei pensionandi, l’Inps era arrivata a concedere un finanziamento per dare in “anticipo” il Tfs ai dipendenti pubblici che erano iscritti alla Gestione unitaria delle prestazioni creditizie e sociali (il cosiddetto Fondo Credito). Un prestito a tasso agevolato dell’1% più una ritenuta dello 0,50% per le spese, che il pensionando doveva pagare, sempre per avere anche in questo caso la disponibilità dei suoi soldi. Una soluzione prevista in via sperimentale per tre anni, ma che è stata chiusa anzitempo dal Mef dopo poco più di un anno (dal 1° febbraio 2023 al 24 aprile 2024) per mancanza di risorse, secondo quanto risulta a Plus24.

Ora se anche la soluzione prevista in Manovra sarà bocciata dalla Corte Costituzionale, quale sarà il prossimo escamotage per penalizzare i lavoratori che una volta andati in pensione vogliono solo avere la loro liquidazione?

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  • Gianfranco Ursino

    Gianfranco UrsinoResponsabile Plus24

    Luogo: Milano

    Argomenti: Fondi comuni, Etf, Assicurazioni, Conti correnti, Conti deposito, Mutui, Polizze fideiussorie, Anatocismo, Usura, Risparmio postale, Libretti Coop, Banche, Borsa, Consob, Banca d’Italia, Abf, Acf, Oam, Ocf, Consulenza finanziaria, Fondi pensione, Casse di previdenza, Fintech

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