Il rapporto di «Itinerari previdenziali»

Pensioni: il sistema regge ma troppi anticipi, età bassa e un peso dell’assistenza di 92,8 miliardi

Per il Centro studi presieduto da Alberto Brambilla non c’è un allarme immediato: nel 2023 rapporto attivi-pensionati a quota 1,4636. Ma risultano a carico della fiscalità generale, con destinazione “assistenza”, 164 miliardi: una spesa lievitata dal 2008 ad oggi 3 volte più rapidamente di quella per pensioni. L’ex sottosegretario al Lavoro: «vanno compiute scelte oculate su occupazione, anticipi ed età di pensionamento. Occorre adeguare i requisiti anagrafici e i coefficienti di trasformazione all’aspettativa di vita». Ancora in pagamento 334mila baby pensioni

di Marco Rogari

6' di lettura

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Con un rapporto tra attivi e pensionati nel 2023 a quota 1,4636, seppure non proprio in prossimità della soglia della “semi-sicurezza” dell’1,5, anche grazie a un’occupazione in ripresa ma ancora «distante dai livelli europei, il sistema previdenziale regge. «E continuerà a farlo a patto di compiere scelte più oculate su politiche attive per il lavoro, “anticipi” ed età di pensionamento» limitando le «troppe eccezioni alla riforma Monti-Fornero». Anche perché occorre anzitutto fare i conti con le ricadute della transizione demografica in atto. E, quindi, pure con il rischio di un calo delle entrate contributive. Di qui l’invito a limitare il ricorso alle forme di decontribuzione. Ma non va dimenticata «l’eccessiva commistione tra previdenza e assistenza cui si è assistito negli ultimi anni». A scattare questa fotografia è il dodicesimo rapporto “il bilancio del sistema previdenziale italiano. Andamenti finanziari e demografici delle pensioni e dell’assistenza per l’anno 2023” del centro studi e ricerche “Itinerari previdenziali”, presieduto da Albero Brambilla. Un dossier che mette in evidenza come il peso delle voci assistenziali abbia continuato a salire andando ad assorbire, sempre nel 2023, oltre 92,8 miliardi (il 4,36% del Pil) del “conto previdenziale”, mentre la reale spesa pensionistica, anche se in crescita non avrebbe superato i 267,107 miliardi. Con un impatto sul Pil del 12,55%, pertanto significativamente più basso di quello indicato, ad esempio, da Eurostat e Ragioneria generale dello Stato. Non solo: nel rapporto si sottolinea che nel 2023 sono stati 164 i miliardi a carico della fiscalità generale, quindi destinati all’assistenza, con uscite lievitate dal 2008 ad oggi «3 volte più rapidamente di quelle per pensioni», tra l’altro «senza generare miglioramenti negli indicatori povertà Istat».

Aumenta il numero dei pensionati

Nel dossier di “Itinerari previdenziali” si sottolinea che, dopo un trend positivo avviato nel 2009 e proseguito in modo costante fino al 2018 per effetto delle ultime riforme previdenziali che hanno innalzato gradualmente requisiti anagrafici e contributivi, il numero di pensionati italiani si mostra di nuovo in risalita: nel 2023 i beneficiari di assegni pensionistici risultano 16.230,157, mentre erano 16.131.414 nel 2022 e 16.004.503 nel 2018, anno in cui si era toccato il valore più basso di sempre. In particolare, nel 2023 sono stati registrati 98.743 pensionati in più rispetto al 2022 (+0,61%), con gli uomini che sono saliti di 68.963 unità e le donne pensionate di 29.780 unità. Proprio le donne, nel complesso, rappresentano il 51,6%, dei pensionati italiani.

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Dalle troppe deroghe alla legge Fornero l’estensione della platea dei pensionati

Secondo il centro studi presieduto da Brambilla l’aumento dei pensionati è «ascrivibile alle molteplici vie d’uscita in deroga alla “Fornero” introdotte dal 2014 in poi e culminate negli ultimi anni con l’approvazione dapprima di Quota 100 nel 2019 e, a seguire, di Quota 102 e Quota 103». Su 3,63 residenti italiani almeno uno è pensionato, «dato obiettivamente molto elevato se si tiene conto che il picco dell’invecchiamento della nostra popolazione verrà toccato nel 2045».

Ancora in pagamento 334.078 «baby pensioni»

Il report fa riferimento anche ai 334.078 assegni previdenziali che a inizio 2023 risultavano pagati dall’Inps a persone andate in pensione nel lontano 1980, o ancora prima, a causa di requisiti di eccessivo favore. «Un monito - si legge nel dossier – che viene dal passato per i fautori di eccessive anticipazioni o di età di pensionamento non coerenti con le tendenze demografiche».

Si allarga anche il bacino delle prestazioni

Nel 2023 risultano in pagamento 22.919.888 prestazioni, con una crescita di oltre 140mila trattamenti (+0,65%) sul 2022. Nel dettaglio, si tratta di 17.752.596 prestazioni erogate nella tipologia Ivs (invalidità, vecchiaia e superstiti), cui vanno aggiunte – si legge nel dossier - 4.540.149 pensioni assistenziali Inps e 627.143 prestazioni indennitarie Inail.

Si moltiplicano i trattamenti assistenziali: il 40,40% dei pensionati è «assistito»

Nel dossier si afferma che rispetto al precedente rapporto calano le pensioni indennitarie (-2,19%), mentre crescono sia le prestazioni Ivs (+0,24%) sia quelle di natura assistenziale (+2,70%), «cui va principalmente imputato l’aumento complessivo dei trattamenti somministrati». Una tendenza che trova conferma anche nell’analisi di lungo corso condotta di “Itinerari previdenziali”: «nel periodo compreso tra 2008-2023, si rileva una diminuzione di ben 787.407 prestazioni (-3,32% in sedici anni) cui ha contribuito però soprattutto l’andamento di pensioni Ivs (-4,69%) e prestazioni indennitarie (-34,07%); in netta controtendenza invece i trattamenti assistenziali, che hanno registrato una variazione positiva del 9,95% (pari a 410.855 unità) nello stesso arco temporale». Per “Itinerari previdenziali” i pensionati totalmente o parzialmente assistiti sono 6.556.991, «vale a dire il 40,40% del totale».

Cresce sensibilmente il peso dell’assistenza

Per “Itinerari previdenziali” nel 2023, scorporando le voci assistenziali che hanno inciso per oltre 92 miliardi, la reale spesa complessiva per previdenza è stata di 267,107 miliardi, con un incremento di 19,53 miliardi (+7,88%) «sul quale hanno pesato in maniera sostanziosa sia l’aumento del numero di pensionati (+98.743 rispetto al 2022) sia la rivalutazione degli assegni di importo più basso all’inflazione (+7,3%, ricalcolato all’8,1% per le minime)». L’incidenza sul Pil del “conto pensionistico” sarebbe quindi del 12,55%, sensibilmente più bassa di quella indicata per l’Italia da Eurostat e Rgs. Una percentuale che, secondo “Itinerari previdenziali”, «scende all’11,48%, valore più che in linea con la media Eurostat, se si escludono dal calcolo Gias (la gestione interventi assistenziali dell’Inps) dei dipendenti pubblici, maggiorazioni sociali e integrazioni al minimo per il settore privato (22,809 miliardi in totale): spese che la stessa Inps classifica in realtà come assistenziali». Nel rapporto, inoltre, si fa notare che il capitolo “assistenza” continua a gravare fortemente sul bilancio del nostro welfare: nel 2023 sono stati 164 i miliardi a carico della fiscalità generale, con una spesa che dal 2008 a oggi è cresciuta «3 volte più rapidamente di quella per pensioni», tra l’altro «senza generare miglioramenti negli indicatori di povertà Istat».

Il Welfare assorbe più della metà della spesa pubblica

Un altro dato evidenziato nel report è l’impatto dei costi del Welfare sui conti pubblici. Nel 2023 l’Italia ha complessivamente destinato a pensioni, sanità e assistenza 583,712 miliardi, con un incremento del 4,32% rispetto all’anno precedente (24,2 miliardi). Nel dossier si afferma che la spesa per prestazioni sociali «ha assorbito oltre la metà di quella pubblica totale: il 50,93%», che risulta comunque inferiore al dato del 2022 (51,65%).

Rapporto attivi-pensionati buono, anche se non alla soglia di sicurezza: il sistema è ancora solido

Malgrado l’incremento del numero di beneficiari di trattamenti pensionistici, per effetto del miglioramento della situazione occupazionale a 1,4636 il rapporto attivi-pensionati si attesta, «valore fondamentale per la tenuta di un sistema pensionistico a ripartizione come quello italiano». A giudizio di “Itinerari previdenziali” si tratta del miglior dato di sempre tra quelli registrati, «benché ancora al di sotto di quell’1,5 già indicato nelle precedenti pubblicazioni come soglia minima necessaria per la stabilità di medio-lungo termine della nostra previdenza obbligatoria». Le previsioni per gli anni a venire sono quelle di un ulteriore, lento progressivo miglioramento, «ma, affinché queste stime si concretizzino, sarà innanzitutto necessario investire in politiche industriali che rilancino la stagnante produttività del Paese, capitalizzando le risorse del Pnrr, e migliorare quelle attive per il lavoro, soprattutto allo scopo di arginare il fenomeno del mismatch tra domanda e offerta».

Necessario un freno alle uscite anticipate

Il rapporto sottolinea che è «altrettanto rilevante tenere sotto controllo le uscite anticipate dal mercato del lavoro, garantendo la stabilità del sistema anche ai più giovani, nell’ambito di quel patto intergenerazionale che vede appunto le pensioni di quanti sono già in quiescenza pagate con i contributi versati dai lavoratori attivi».

La «rotta-Brambilla» passa per coefficienti di trasformazione e adeguamento all’aspettativa di vita

Alla luce di questi dati il presidente di “Itinerari previdenziali”, già sottosegretario al Lavoro, indica una possibile strada da percorrere per mantenere in equilibrio il sistema previdenziale. A parere di Brambilla, «serve un serio cambio di rotta da parte del nostro Paese che al momento naviga a vista, senza una bussola, dinanzi alla più grande transizione demografica di tutti i tempi, con grande parte della spesa pubblica indirizzata verso sussidi e assistenzialismo». Per Brambilla «i conti della nostra previdenza reggono, e dovrebbero farlo anche tra 15-20 anni a patto di saper compiere, in un Paese che invecchia, scelte oculate in materia di occupazione, anticipi ed età di pensionamento. E per prima cosa, secondo Brambilla, «occorrerà un’applicazione puntuale dei due stabilizzatori automatici già previsti dal nostro sistema: l’adeguamento dei requisiti di età anagrafica e dei coefficienti di trasformazione all’aspettativa di vita, limitando da una parte le numerose forme di anticipazione oggi previste dall’ordinamento, e, dall’altra, premiando in termini di flessibilità i nastri contributivi più lunghi».

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