Previdenza

Pensioni, ai giovani servono i fondi

I redditi bassi, uniti alle nuove regole di calcolo di età e assegni, rendono indispensabile per i ragazzi puntare sulla contribuzione integrativa

di Margherita Ceci

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Il primo pilastro zoppica e chiede al secondo di sostenerlo. Ma anche quest’ultimo ha bisogno di un bastone, perché coloro che dovrebbero fare da supporto e a cui dovrebbe essere più utile – i giovani – non sono messi nelle condizioni di poterlo fare, tra stipendi bassi, lavori precari e aumento del costo della vita.

Non a caso, la crescita che ha investito la previdenza complementare negli ultimi anni si deve soprattutto agli iscritti più anziani. L’età media degli aderenti ai fondi pensione a fine 2024– stando agli ultimi numeri del monitoraggio Covip (la Commissione di vigilanza sui fondi pensione) – è di 47 anni (nel 2019 era di 46,6). Sui quasi 10 milioni di aderenti, gli under 35 sono meno del 20 per cento. E hanno un peso maggiore nella categoria “altri iscritti” (soprattutto sotto i 15 anni): si tratta di soggetti non lavoratori e fiscalmente a carico, figli a cui i genitori hanno aperto una posizione previdenziale.

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Il peso delle famiglie

Insomma, la crescita del secondo pilastro non sta arrivando dal mercato del lavoro, ma dalle famiglie, e a “fare da bastone” sono comunque le fasce d’età più avanzate. Ed è qui che si apre il vero tema: la previdenza complementare è una forma di investimento che conviene soprattutto ai cosiddetti “lavoratori forti”: coloro, cioè, che hanno un reddito, pagano l’Irpef e possono trarre un beneficio immediato dall’agevolazione fiscale (deduzione annua fino a 5.164,57 euro).

A questo si aggiunge il tema delle soglie per il pensionamento contributivo. Fonti sindacali ricordano come, dopo la riforma Fornero, gli importi minimi richiesti risultino, per molti lavoratori intermittenti o con salari bassi, molto lontani: anche versando, non si arriva alla soglia. Chi ha redditi poveri rischia di andare in pensione tardi e con un assegno risicato. Inoltre, per chi sta sotto gli 8.500 euro annui – circa 4,5 milioni di lavoratrici e lavoratori, spesso donne in part-time – la deduzione dal reddito non genera vantaggi dato che l’imposta è già azzerata dalla no tax area.

Le proposte di Covip e del Governo

In uno scenario del genere, la proposta portata avanti dalla Covip è di spostare il baricentro sulle nuove generazioni, con la creazione di un salvadanaio previdenziale alla nascita (si veda Il Sole 24 Ore del 26 novembre). Una misura che punta ad ampliare la platea degli iscritti ma anche a riequilibrare la partecipazione di un Paese diviso in due tra Nord e Sud, e che potrebbe vedere la luce già in questa finanziaria.

Tra gli emendamenti “segnalati” al Ddl di Bilancio c’è quello, prima firmataria Lavinia Mennuni (Fratelli d’Italia), che propone l’istituzione presso l’Inps di un Fondo di previdenza per i giovani, destinato ai nuovi nati dal 1° gennaio 2026. In pratica, i genitori o i familiari potranno attivare il fondo entro i primi tre mesi di vita del neonato, tramite un versamento di almeno 100 euro, a cui l’Inps ne aggiungerà altri 50. Bisogna attendere l’ok del Parlamento e, comunque, i dettagli saranno demandati a un decreto ministeriale del Lavoro, di concerto con il Mef e sentiti Inps e Covip. L’idea è che questa somma possa diventare la base della posizione previdenziale integrativa; anche se viene riconosciuto al beneficiario il diritto di riscattare la posizione al compimento dei 18 anni (essenzialmente, per finalità di studio, formazione o avvio di un’attività), il che potrebbe vanificarne la funzione di accumulo.

Le incognite

La questione però resta aperta: saranno questi nuovi nati in grado, un domani, di continuare a versare alla previdenza integrativa? E coloro che sono chiamati oggi a sostenere il sistema contributivo? Domande tutt’altro che secondarie, se si pensa a come di recente il Senato abbia ricordato al Governo che la pensione delle giovani generazioni «necessiterà dell’integrazione del secondo pilastro» (G/1689/6/5). Non un’opzione, insomma, ma una necessità. Un imperativo che, ricordano i sindacati, rischia di penalizzare proprio i lavoratori più fragili.

A complicare ulteriormente il quadro c’è un fattore culturale che incide sulla capienza dei fondi. Al momento di riscattare la propria pensione integrativa, prevale la scelta della liquidazione in capitale, opzione che “svuota” i fondi ed elude la finalità per cui si dovrebbe aver risparmiato, cioè beneficiare di una seconda pensione. Secondo gli esperti, il vero cambio di passo si avrà quando le famiglie inizieranno a vedere i primi pensionati in solo regime contributivo. Un passaggio che preoccupa, perché la spesa pensionistica pubblica tenderà a ridursi e la previdenza integrativa sarà sempre più chiamata a contribuire alla tenuta sociale del Paese, cercando di arginare la povertà in vecchiaia.

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