Previdenza

Pensioni, ecco le strade per uscire prima dal lavoro

Le opzioni: dall’anticipata quota 103 alle misure per donne e precoci. Ma vincoli e disincentivi hanno ridotto le uscite prima della vecchiaia

di Matteo Prioschi

(Agf)

3' di lettura

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Tempo di ultime scelte nel 2025 per chi si avvicina alla pensione. E tempo di valutare, prima di possibili interventi in manovra, se le opzioni per un’uscita anticipata sono praticabili con un vademecum rapido quale quello che proponiamo oggi. Anche perché i dati di inizio anno, su questo fronte, certificano un andamento lento degli anticipi.

Il bilancio di sei mesi

Le 98.356 pensioni anticipate erogate dall’Inps nel primo semestre di quest’anno rispetto alle 118.550 della prima metà del 2024 (si veda Il Sole 24 Ore del 24 luglio) danno bene l’idea di come sia diventato difficile, o meno opportuno, accedere al pensionamento prima di raggiungere i 67 anni di età necessari per il pensionamento di vecchiaia. Dopo il “periodo d’0ro” degli anticipi, costituito dall’introduzione di quota 100 e, successivamente e in parte, di quota 102, nonché da opzione donna nella versione originaria, il Governo ha via via messo a punto paletti e disincentivi per limitare i pensionamenti anticipati. Così se da un lato, complice anche la riduzione della speranza di vita dovuta al Covid, dal 2019 i requisiti “ordinari” sono rimasti invariati, dall’altro le scorciatoie sono divenute meno praticabili.

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Le strade aperte

Ma vediamo quali strade restano aperte. L’alternativa principale, per non attendere i 67 anni, è la pensione anticipata ordinaria, che richiede 42 anni e 10 mesi di contributi (un anno in meno per le donne) a prescindere dall’età. Tra la maturazione del requisito e la decorrenza deve trascorrere una finestra di 3 mesi, che diventa di 4 nel caso la pensione sia liquidata dalla Cassa per i dipendenti degli enti locali, da quella dei sanitari, da quella degli ufficiali giudiziari e da quella per gli insegnanti di asilo e di scuole elementari parificate. A parte il progressivo ampliamento di quest’ultima finestra (da 4 arriverà a 9 mesi per chi maturerà i requisiti dal 2028), è sostanzialmente l’unica forma di anticipo che non comporta penalizzazioni economiche o requisiti troppo stringenti.

Ancora poco utilizzabile per ragioni anagrafiche la pensione contributiva anticipata prevista con 64 anni di età e almeno vent’anni di contributi. Un’uscita che prevede un importo soglia di almeno tre volte l’assegno sociale. Inoltre fino al raggiungimento dell’età per la vecchiaia l’importo pagato non sarà superiore a cinque volte il minimo, anche se si avesse diritto a una quota maggiore.

Gli anni di contributi, sempre indipendentemente dall’età, scendono a 41 per i lavoratori “precoci” cioè quelli che hanno maturato almeno 12 mesi di contributi da lavoro prima dei 19 anni di età. Ma contemporaneamente devono rientrare in una delle categorie ritenute meritevoli di questo sconto (disoccupati, invalidi civili, care giver, addetti a mansioni gravose o usuranti).

I 41 anni di contributi devono coesistere con almeno 62 anni di età per accedere a quota 103, che però comporta il calcolo dell’importo dell’assegno con il metodo contributivo (in genere più sfavorevole di quello misto), una finestra di 7 mesi per il comparto privato e di 9 mesi nel pubblico, un limite massimo di importo (attualmente 2.413,60 euro lordi mensili) fino al raggiungimento dell’età per la pensione di vecchiaia.

A fronte di questi paletti, va seriamente presa in considerazione l’opportunità di attendere di maturare il requisito per l’anticipata ordinaria, magari beneficiando nel frattempo della nuova versione del “bonus Maroni” introdotta dall’ultima legge di Bilancio.

Anche il canale di pensionamento riservato alle donne è stato strozzato nel corso degli ultimi anni. In questo caso l’obbligo di calcolo con il metodo contributivo non costituiva più un deterrente (si sono superate le 25mila uscite in un anno) e così si sono alzati i requisiti ed è stato reso accessibile solo a disoccupate o dipendenti da aziende in crisi, care giver e invalidi civili. Di conseguenza quest’anno sono state stimate 2.600 beneficiarie che devono anche possedere i due requisiti principali richiesti da “opzione donna”: almeno 61 anni di età e almeno 35 anni di contributi maturati entro il 2024. E poi devono attendere una finestra di 12 mesi se lavoratrici dipendenti e di 18 mesi se autonome.

Altrettanto residuale è l’utilizzo del pensionamento per chi svolge attività “usuranti”, che consente di accedere alla pensione con un meccanismo di quote (età + contributi) a partire da un requisito minimo anagrafico di 61 anni e 7 mesi. Resta, infine, la carta dell’Apesociale: uno scivolo pensionistico a carico dello Stato per lavoratori in condizioni di difficoltà. Si tratta di un’indennità temporanea che accompahna alla pensione di vecchiaia a partire a da 63 e 5 mesi.

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