Lo scenario

Studio Cgil: pensioni dipendenti pubblici, tagli fino a 6.100 euro l’anno, 700mila lavoratori coinvolti

La Cgil ha analizzato l’impatto della legge di Bilancio 2024 che introdotto la revisione delle aliquote di rendimento pensionistico per i dipendenti pubblici iscritti alla cassa di previdenza di enti locali, sanitari, insegnanti, ufficiali giudiziari

di Giorgio Pogliotti

Anche i lavoratori della sanità sono interessati dalla revisione delle aliquote pensionistiche IMAGOECONOMICA

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La revisione delle aliquote di rendimento pensionistico, per una retribuzione annua di 30 mila euro produce un taglio annuo da circa 927 euro (per chi ha iniziato la contribuzione dal 1983) fino a oltre 6.100 euro annui nei casi più penalizzati (per i lavoratori con inizio contribuzione nel 1994).

Sono 700mila lavoratori di quattro comparti della PA coinvolti

L’osservatorio previdenza della Cgil ha analizzato l’impatto della legge di Bilancio 2024 che ha modificato in modo significativo la determinazione della quota retributiva delle pensioni per i dipendenti pubblici iscritti a quattro casse di previdenza: per le pensioni liquidate con decorrenza dal 1° gennaio 2024 riguarda le quote retributive degli iscritti alla Cassa pensioni dipendenti enti locali (CPDEL), alla Cassa pensioni sanitari (CPS), alla Cassa pensioni insegnanti di asilo e di scuole elementari parificate (CPI) e alla Cassa pensioni ufficiali giudiziari, aiutanti ufficiali giudiziari e coadiutori (CPUG). La relazione tecnica alla Legge di Bilancio 2024 stima l’impatto per circa 700mila dipendenti pubblici, con particolare impatto sulle cosiddette carriere “miste”, caratterizzate da anzianità contributive maturate sia nel sistema retributivo sia in quello contributivo, con un taglio complessivo di 32,9 miliardi al 2043. Il numero delle pensioni interessate dalla modifica delle aliquote di rendimento nelle quattro gestioni coinvolte è destinato a crescere progressivamente, passando da circa 31.500 trattamenti nel 2024 a oltre 732.000 nel 2043.

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Per retribuzioni di 50mila euro perdita da circa 1.545 a oltre 10mila euro

Proiettando tale riduzione prevista per una retribuzione di 30 mila euro sull’attesa media di vita pensionistica, la perdita economica complessiva oscilla da 17.613 euro (con inizio contribuzione nel 1983) e può arrivare fino a oltre 117 mila euro (inizio contribuzione nel 1994).
Per retribuzioni pari a 50 mila euro, il taglio annuo stimato varia da circa 1.545 euro annui (inizio contribuzione nel 1983) fino a oltre 10 mila euro annui nei casi più penalizzati (inizio contribuzione 1994), determinando una perdita cumulata sull’attesa media di vita pensionistica compresa tra 29 mila euro (inizio contribuzione 1983) fino a 196 mila euro (inizio contribuzione 1994).

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Nei casi di retribuzioni da 70 mila euro annui, la penalizzazione oscilla da 2.163 euro (inizio contribuzione 1983) e può raggiungere oltre 14 mila euro all’anno (inizio contribuzione 1994), con una perdita economica complessiva lungo l’intero periodo di pensionamento che è stimata nel primo caso superiore a 41mila euro superiore e raggiunge nel secondo caso 273mila euro.

E intanto l’età per la pensione di vecchiaia si sposta in avanti

A ciò si aggiunga l’incremento progressivo delle finestre di accesso alla pensione anticipata che colpisce gli iscritti alle quattro casse di previdenza - la finestra passa dai precedenti 3 mesi fino a 9 mesi nel 2028 - e il progressivo aumento dei requisiti pensionistici previsto dalla legge di Bilancio 2026 (un mese in più dal 2027 e ulteriori due mesi dal 2028), determinando uno slittamento ulteriore dell’uscita dal lavoro. La Cgil ha stimato l’impatto combinato delle tre misure in tre casi concreti.

Prendiamo un lavoratore nato nel 1968 che inizia a lavorare nel 1987, a 19 anni. Il requisito per la pensione anticipata viene perfezionato nel 2030, con 43 anni e 4 mesi di contributi. Tuttavia, per effetto della finestra mobile incrementata di 9 mesi, l’uscita effettiva si sposta al 2031, con 44 anni e 1 mese di lavoro. Se il lavoratore volesse evitare il taglio delle aliquote di rendimento, dovrebbe attendere la pensione di vecchiaia, raggiungibile nel 2036 a 67 anni e 10 mesi, arrivando così a 49 anni e 2 mesi complessivi di attività lavorativa.

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Nel caso di un lavoratore nato nel 1970, che inizia l’attività nel 1990, a 20 anni, il requisito contributivo per la pensione anticipata viene raggiunto nel 2034, con 43 anni e 7 mesi di contributi. La finestra mobile di 9 mesi sposta l’uscita effettiva al 2034, con 44 anni e 5 mesi di lavoro. Per evitare la penalizzazione sull’importo della pensione, il lavoratore dovrebbe invece attendere la pensione di vecchiaia nel 2038, a 68 anni, maturando 48 anni e 4 mesi complessivi di lavoro.

Passiamo ad un lavoratore nato nel 1972 inizia a lavorare nel 1993, a 21 anni. Il requisito per la pensione anticipata viene perfezionato nel 2037, con 43 anni e 10 mesi di contributi. L’applicazione della finestra mobile incrementata determina l’uscita effettiva nel 2038, con 44 anni e 7 mesi di lavoro. Per evitare il taglio delle aliquote, l’accesso alla pensione di vecchiaia avverrebbe nel 2040, a 68 anni e 2 mesi, con 47 anni e 8 mesi complessivi di attività lavorativa.

Cgil: i giovani rischiano di lavorare 49 anni prima della pensione

La conclusione della Cgil è che «lavoratori entrati nel mondo del lavoro tra i 19 e i 21 anni, tra finestre mobili, adeguamento alla speranza di vita e necessità di evitare i tagli sulle pensioni, rischiano di arrivare a oltre 48 o addirittura 49 anni complessivi di lavoro prima dell’accesso alla pensione di vecchiaia». Particolarmente pesante risulta inoltre la situazione nel settore sanitario, dove «anche i meccanismi di salvaguardia previsti dalla normativa comporterebbero comunque permanenze lavorative superiori ai 46 anni e mezzo di attività, in contesti già caratterizzati da elevato stress lavorativo, turnazioni e forti carichi fisici e psicologici».

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