Pellestrina, lunga diga che dà brezze di felicità
Oltre la bocca di Malamocco c’è un mondo diverso: undici chilometri di un’isola, larga al massimo qualche decina di metri, che da sempre protegge Venezia e la laguna
di Teresa Cremisi
5' di lettura
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Due topoloni. Ecco a che cosa mi fanno pensare gli autobus di linea che, sincronizzati, si staccano dal terminal del piazzale Santa Maria Elisabetta al Lido di Venezia. Dapprima, nel borgo, a passo d’uomo, poi via via più rapidi, sempre uno a pochi metri dall’altro. Saltano le fermate, svelti verso la meta, superano le bici, i monopattini e le automobili guidate da anziani lidensi, vanno indifferenti alle braccia alzate delle famiglie di gitanti che aspettano alle fermate. Sempre più agili e veloci, come ballando insieme: mica possono perdere tempo, loro. Vanno a Pellestrina: il traghetto li aspetta!
Superati gli Alberoni, rallentano. I due topoloni dal muso piatto salgono sulla rampa con la disinvoltura dell’abitudine e si sistemano, l’uno dietro l’altro, nel centro della chiatta, libera dagli ormeggi in men che non si dica. I marinai chiacchierano tra loro, lo sguardo è lontano, ma i gesti precisi.
La navigazione attraverso la bocca di Malamocco dura abbastanza per preparare il viaggiatore a un mondo diverso: di qua il verde degli alberi di alto fusto e un faro bianco dall’aria smarrita, di là una striscia sottile, appena sollevata dall’orizzonte, giallognola e minerale. Una lunghissima diga. Undici chilometri, qualche decina di metri di larghezza. Ecco che cosa è l’isola di Pellestrina.
A sinistra il mare, blu come si conviene, con piccole onde bianche che s’inseguono. A destra la laguna, appena increspata, di colore cangiante dal verde fango al grigio azzurro. Le sue strade d’acqua sono segnalate dalle bricole, i pali conficcati tre a tre nel fondale. Mentre il traghetto s’avvicina all’approdo basta uno sguardo per capire dove siamo. Qualcosa ci dice che tutto è in ordine come è stato pensato. Destino delle lagune di tutto il mondo sarebbe quello di insabbiarsi col passare degli anni, di sparire prosciugate, per poi – forse – rinascere altrove. A Venezia non è così: la laguna si domina, si modella, si mantiene in buono stato. E si protegge.
Senza la protezione dei cordoni lagunari del Lido e di Pellestrina, niente laguna. Senza i murazzi che difendono la laguna, niente città-gioiello, niente architettura merlettata a cantare la gloria e l’audacia di una città-repubblica indipendente. Senza i palazzi e le chiese, addio civiltà orgogliosa. Senza orgoglio, inconcepibili le conquiste lontane. Senza avventure e spedizioni militari, non prende l’abbrivio la storia secolare. Per riassumere: senza questa ostinata volontà di piegare le leggi della natura, di costruire con l’acqua, di fare come se l’estensione acquea fosse una normale proprietà fondiaria da accudire e difendere, la civiltà veneziana non sarebbe esistita.


