Pellestrina, terra argine, sarebbe stata travolta mille volte e non sarebbe quello che appare in un mite giorno di inizio luglio a chi scende, un po’ per caso, all’ultima fermata del bus di linea. Il capolinea sud. Per chi invece volesse continuare, basta aspettare un po’: sta per arrivare il traghetto per Chioggia e può cominciare un’altra storia. Se no, si torna indietro verso il borgo di Pellestrina, città principale dell’isola (si fa fatica a definirla così, tanto è diversa l’immagine che si presenta alla mente quando si pronuncia la parola «isola», che, a me e probabilmente a tanti, evoca una terra tondeggiante con un montarozzo in mezzo).
È passato da poco mezzogiorno, il sole è caldo e non c’è brezza. Il silenzio stupisce. Molte porte di casa semi-aperte, all’interno quiete e ombra. Grandi dimore di stile veneziano si alternano a piccoli edifici tinteggiati con colori stridenti. Che anche qui arrivi la moda del fluo, del verde acido o del rosa shocking che ha invaso Burano? Quel vezzo del nostro tempo per cui l’esagerazione fa colore locale?
Camminiamo dal lato «riva», quello della laguna. Qualche ciclista accaldato, con bandana e borraccia, automobili parcheggiate (talvolta, mi fa notare la mia amica, ricoperte da teloni protettivi, come una memoria viva degli anni Sessanta). I barconi da pesca dormono indolenti l’uno accanto all’altro. Carichi di catene, nasse, arnesi in metallo arrugginito. Costruite su palafitte a pochi metri dall’argine, un po’ sbilenche, casupole di pescatori si riflettono nell’acqua bassa. Hanno porte e finestrelle ritagliate come capita, talvolta una piccola piattaforma, i materiali più vari fanno del tetto e delle pareti un mantello di Arlecchino rappezzato con fantasia: la lamiera si sovrappone al legno di recupero, l’alluminio alla plastica sbiadita. Le guide turistiche vi diranno che sono «cason» e servono da rifugio ai pescatori. Noi ci siamo domandate a che cosa poteva servire un cason nell’epoca della miticoltura e della pesca industriale. Estraniarsi dalla vita famigliare?, forse. Alle donne i marciapiedi ornati di vasi e vasetti, fiori e piante di gelsomino e ortensie, sedie e tavolini per chiacchierare – agli uomini questi antri umidi e l’acqua che sale e scende lungo i pali, inesorabilmente e instancabilmente, ogni sei ore.
Pare gli abitanti discendano tutti da quattro famiglie chiozzote. E i nomi sulle porte e i cancelli dei giardini lo confermano: Vianello, Scarpa, Zennaro, Busetto… La città gloriosa è vicinissima, lì si sentono parlare centocinquanta lingue tutti i giorni, nelle calli e nei campi. Qui i secoli sono trascorsi senza grandi stravolgimenti, stessa parlata, pochi innesti di forestieri, le case passavano di famiglia in famiglia. Al Pellestrina Calcio, in anni non lontani, capitò di convocare diciassette giocatori di cui tredici si chiamavano Vianello. Per fortuna dell’arbitro, le magliette portano ben visibile il numero.
Il nastro di terra è solcato da due vie. La strada maestra, dove passano gli autobus, corre lungo i murazzi, e dunque lungo il mare e la riva lagunare dove si concentra la vita degli abitanti. A tratti regolari, stradine numerate permettono di passare da un lato all’altro: si chiamano «carizzate». Alcune sono chiuse, inglobate nell’abitato, somigliano a cortili di case, altre languono circondate da orti polverosi. Ma si capisce che fanno parte della struttura originaria. Servivano a trasportare i massi ciclopici dei murazzi, issati dalle chiatte ai carri, fatti poi scivolare e allineati uno accanto all’altro. Se chiudo gli occhi, mi pare di sentire le urla di incoraggiamento, il rumore delle corde che strisciano e si tendono.