Paul McCartney e Rolling Stones, i nuovi album spiegati con Emmanuel Carrère
L’ex Beatle e i Glimmer Twins in tarda età seguono l’«asse verticale» della vita: guardano al passato o al futuro. Come teorizzato dal romanziere
di Francesco Prisco
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Lo scrittore francese Emmanuel Carrère, presentando il suo ultimo libro Kolchoz, lo ha spiegato bene: «È come se ci fossero due assi nella vita, quello orizzontale – delle nostre relazioni, dei nostri amici, delle persone che ci accompagnano nella vita – e quello verticale, che ci lega alle generazioni dei nostri figli e dei nostri genitori, dei nostri nonni. Ho la sensazione di aver sempre vissuto nell’asse orizzontale, e adesso, con il passare degli anni, mi interessa l’asse verticale». Carrère ha 68 anni, si sente vecchio e si guarda dietro le spalle, dopo una vita trascorsa a indagare la sua contemporaneità.
Paul McCartney di anni ne ha addirittura 83, Mick Jagger e Keith Richards 82 ma la logica, evidentemente, non deve essere molto diversa: l’opera d’arte della tarda età guarda o al passato o al futuro, proprio come fanno The Boys of Dungeon Lane, 21esimo album solista di Macca in uscita il 29 maggio, e Foreign Tongues, 25esimo lavoro in studio dei Glimmer Twins previsto per l’11 luglio.
I due dischi, annunciati in queste settimane, hanno tanto in comune. Innanzitutto la casa discografica: Universal Music, la prima major del mercato globale, alle prese con la scalata al capitale del fondo Pershing Square. Poi il produttore: Andrew Watt, 35enne newyorchese bravissimo a rivitalizzare i mammasantissima del rock (si veda alle voci Ozzy Osbourne e Iggy Pop), prodottosi anche con Hackney Diamords (2023), precedente uscita stonesiana non proprio esaltante. Insomma: si parla di due dischi «cugini», quant’è vero che McCartney suona il basso in una traccia di Foreign Tongues (circostanza che si verificava già in Hackney Diamonds) perché Beatles e Rolling Stones - alla faccia della vulgata che li voleva contrapposti come Coppi e Bartali, Rivera e Mazzola - a stringere sono sempre andati d’amore e d’accordo. Questi due album, seguendo l’asse verticale carrèriano, guardano al passato per provare a interpretare il futuro.
The Boys of Dungeon Lane è un’ode a Liverpool, intesa come l’anonima città del Nord dell’Inghilterra dove tutto ebbe inizio, ma anche il «centro di coscienza dell’universo umano» (copyright Allen Ginsberg). A cominciare dal titolo: Dungeon Lane è un’oscura stradina del quartiere Speke, quello che ospita l’aeroporto oggi intitolato a John Lennon e che una settantina di anni fa fu teatro delle scorribande dei Beatles prima dei Beatles. Nella commovente ballad acustica Days we left behind, primo singolo estratto dall’album, Paul non va tanto per il sottile: «We met at Forthlin Road/ and wrote a secret code/ to never be spoken». Il riferimento è alla strada del quartiere Allerton dove oggi è visitabile la casa abitata dai McCartney, nel cui salotto dalla carta di parati improbabile furono scritte le prime hit dei Fab Four. Casa sua. Home to Us, se possibile, fa anche di più con il primo «duetto» tra McCartney e Ringo Starr dallo scioglimento dei Beatles, logica prosecuzione di quello che era stato l’esperimento Now and then.
Foreign Toungue, al di là della discutibile copertina firmata dall’artista americano Nathaniel Mary Quinn, vuole essere un disco ruvido e casinista, come nello spirito stonesiano delle origini. Si apre con il blues elettrico di Rough and Twisted, tra Mick che cita Nijinsky pur non essendo Battiato e Ron Wood che si diletta con la slide (a proposito: il 17 luglio il vecchio Ronnie suonerà al Lucca Summer Festival, segnatevelo ché vale sempre la pena). In The Stars è furbacchiona quanto nel precedente disco riusciva a esserlo Mess it Up.







