Crisi in Medio Oriente

Ortofrutta, il blocco del Canale di Suez mette a rischio un mercato da 300 milioni

Gli operatori: percorsi più lunghi non solo aumentano i costi, ma influiscono sul deperimento della merce che si riversa sul mercato interno facendo scendere le quotazioni

di Silvia Marzialetti

2' di lettura

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Cresce la preoccupazione dei produttori ortofrutticoli, per le conseguenze commerciali legate al blocco del Canale di Suez. Mediamente l’Italia destina al Medio Oriente e al Sud-Est asiatico rispettivamente circa 150 mila tonnellate e oltre 80 mila tonnellate di ortofrutta, che in valore rappresentano, complessivamente, oltre 300 milioni di euro.

L’entità del danno è facilmente quantificabile: la circumnavigazione dell’Africa cui sono obbligate le merci e il conseguente allungamento dei tempi di consegna (circa venti giorni), concorre ad un aumento dei costi fino a 1.500 dollari a container, che si riflette sul prodotto con rincari fino a oltre 10 cent di euro al chilogrammo, andando necessariamente a ledere la competitività dell’ortofrutta italiana su quei mercati.

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«Per i prodotti freschi come l’ortofrutta il transit time è particolarmente significativo –commenta Cso Italy, dando voce ai propri associati, che rappresentano le più importanti aziende del settore ortofrutticolo in termini di volumi esportati – poichè, oltre ad incidere sui costi, incide pesantemente sulla shelf-life».

Anche dalla durata del blocco dipenderà la quantificazione del danno, pertanto la preoccupazione cresce.«In questo momento per una consegna siamo passati dai 30-35 giorni ai 55-60», dichiara Mauro Laghi, direttore generale di Alegra, gruppo che coordina circa tremila cooperative e imprese agricole italiane da Nord a Sud del Paese, con un fatturato consolidato nel 2022 di 184 milioni di euro. «E questo allungamento dei tempi determina anche una sovrapposizione con le produzioni primaverili dei luoghi cui sono destinati i nostri prodotti», prosegue.

Tali criticità hanno indotto molti operatori a rinunciare ai mercati di Medio ed Estremo Oriente e questo vale per mele, kiwi, arance, considerati i nostri campioni dell’export. «A oggi abbiamo perso 4-5 container a settimana – prosegue Laghi – ovvero 100 tonnellate di prodotto a settimana, che devono trovare necessariamente uno sbocco in Europa».

L’altra conseguenza del blocco è infatti il rischio di un surplus di offerta sul mercato interno: per capire il fenomeno Cso Italy ricorda che i Paesi dell’Unione Europea inviano verso il Medio e l’Estremo Oriente circa 1,4 milioni di tonnellate di ortofrutta l’anno.

Il problema si fa sentire non tanto sui kiwi, falcidiati dalle gelate e contraddistinti quest’anno da una produzione molto scarsa, ma sulle mele, che si riversano in grande quantità dalla Polonia sul mercato europeo, e sulle arance che – non potendo raggiungere l’India dall’Egitto – rischiano di saturare i nostri canali di vendita.

«Se questa situazione dovesse permanere saranno coinvolti anche altri prodotti come uva da tavola e susine, in particolare verso i mercati del Medio Oriente», commenta Elisa Macchi, direttore di Cso Italy.

Preoccupato anche Alessandro Dal Piaz, direttore di Apot, l’Associazione dei produttori ortofrutticoli trentini: «L’India per noi rappresenta un mercato importante per la varietà red delicius e quello che sta accadendo nel Mar Rosso sta compromettendo i nostri traffici commerciali».Dal Piaz ricorda quanto la situazione sia aggravata dall’allentamento progressivo (già in essere) dei rapporti commerciali con i Paesi del bacino del Mediterraneo come Algeria – a causa dell’instabilità politica – ed Egitto, per la forte svalutazione della moneta locale.


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