Dfp alla Camera

Patto di Stabilità, ok in Parlamento alla risoluzione di maggioranza sul Dfp. Giorgetti: «Paese indebitato non è totalmente libero»

Ok sia dalla Camera che dal Senato alla risoluzione di maggioranza sul Documento di finanza pubblica. Montecitorio ha approvato il testo con 180 voti favorevoli (97 i contrari e 4 gli astenuti), mentre Palazzo Madama con 96 sì, 60 no e zero astenuti

di Redazione Roma

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti durante la discussione sul Dfp, documento di finanza pubblica, alla Camera dei deputati ANSA

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Ok alla risoluzione di maggioranza sul Documento di finanza pubblica. Sia Camera che Senato hanno approvato il testo (180 sì e 97 no a Montecitorio e 96 sì e 60 no a Palazzo Madama) che impegna il governo ad attivare «interlocuzioni presso l’Unione Europea volte al riconoscimento dell’eccezionalità della situazione in vista di una possibile attivazione delle clausole di salvaguardia». Precluse, dunque, le altre due risoluzioni (una unitaria delle opposizioni e quella di Azione).

Il testo della risoluzione - ha detto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, interpellato dai cronisti in Senato dopo l’integrazione al testo della risoluzione di maggioranza - l’ho validato io, quindi vuol dire che è stato condiviso». 

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Giorgetti: Paese indebitato non totalmente libero, vincolo che non possiamo ignorare

Prima, intervenendo alla Camera durante l’esame sul Dfp, Giorgetti ha ricordato che «questo Paese ha il debito più elevato in percentuale d’Europa. Io invidio il collega tedesco che ha spazi fiscali che noi non abbiamo ma questo dato da cui partire, chi ignora questo dato ignora la realtà e non si può fare politica ignorando la realtà». «Un paese indebitato non è totalmente libero, dipende da questo vincolo che non si può ignorare», ha aggiunto.

«Noi dobbiamo scrivere delle previsioni che sono realistiche e quello che abbiamo scritto oggi e che presentiamo oggi al Parlamento sul Pil, non è un Pil gonfiato per darci possibilità di spendere o fare cose elettorali - ha affermato il responsabile del Mef -. Abbiano semplicemente scritto che il Pil, che certifica oggi l’Istat, è già acquisito per lo 0,5%, quindi se non succede niente nei prossimi tre trimestri, cioè se non si va in recessione, quello è un dato acquisito, che in qualche modo fa riferimento a quello utilizzato per il calcolo dei nostri conti e delle nostre previsioni».

Le divergenze iniziali sul testo

I punti di partenza di Lega e Fi sulla risoluzione erano distanti e il confronto è andato avanti per tutta la giornata. Gli Azzurri più propensi a rimodulare i fondi di coesione e del Pnrr sull’energia, utilizzando la flessibilità anche per interventi per stimolare la crescita; i leghisti in pressing con il responsabile econonomico Alberto Bagnai per inserire un riferimento alla possibilità di ampliare i margini di bilancio anche in maniera unilaterale, se la Ue non dovesse dare assensi. Anche se Matteo Salvini nell’intervista ieri al Sole 24 Ore ha chiesto di «investire tutte le risorse per aiutare famiglie e imprese in difficoltà» con «l’ok dell’Europa».

Scostamento non citato, interlocuzioni per attivare clausole salvaguardia

Alla fine sono stati esclusi dal testo le ipotesi di iniziative unilaterali. E manca un riferimento diretto allo scostamento di bilancio. Ma, fermo restando il rispetto del «percorso di spesa netta programmatica indicato nel Piano e previsto nelle raccomandazioni del Consiglio del gennaio 2025», si impegna il governo ad attivare «al contempo interlocuzioni presso l’Unione Europea volte al riconoscimento dell’eccezionalità della situazione in vista di una possibile attivazione delle clausole di salvaguardia».

Un riferimento esplicito alle clausole di salvaguardia non contenuto nella penultima bozza del testo. E giustificato in premessa dagli «eventi bellici sviluppatisi a partire dal 28 febbraio scorso» con la guerra in Iran, che hanno «una situazione economica caratterizzata da un rilevante impatto asimmetrico sui costi energetici, in conseguenza di fattori chiaramente al di fuori del controllo degli Stati dell’Unione, per i quali sono previste specifiche clausole di salvaguardia nella disciplina della governance economica europea».

Flessibilità nel quadro della governance Ue

Nella risoluzione si impegna il Governo a chiedere tutta la «flessibilità» possibile nel Patto di stabilità Ue, attivando «tutte le opportune iniziative, nelle sedi europee competenti, per sfruttare le flessibilità del quadro di governance economica europea al fine di soddisfare le misure in materia di sicurezza economica ed energetica generate dalla crisi internazionale, e fornire risposte efficaci e tempestive nel quadro del perimetro finanziario complessivo delineato nel Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) 2025».

Misure fiscali mirate e tassa sugli extraprofitti

Previste in particolare «misure fiscali mirate, temporanee e non distorsive per mitigare l’impatto del rialzo dei prezzi dei combustibili sulle famiglie, e in particolare su quelle più disagiate, sull’industria ad alta intensità energetica e sui settori dei trasporti, agricoltura e pesca». Per finanziarle, «nel rispetto del percorso della spesa netta», si impegna sempre il governo «a perseguire in tutte le sedi opportune una soluzione a livello di Unione europea che consenta di utilizzare il gettito fiscale straordinario derivante dal rialzo anomalo dei prezzi dei combustibili fossili, secondo le azioni già intraprese in materia di profitti straordinari delle imprese del settore energetico di cui alla lettera indirizzata al Commissario europeo Hoekstra da cinque Ministri europei delle finanze»

La strada più realistica che l’Esecutivo intende imboccare resta quella evocata dalla premier martedì in conferenza stampa e dettagliata dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti nell’audizione alle commissioni Bilancio. In gioco c’è prima di tutto la «flessibilità dello 0,15% del Pil, pari a 3,7 miliardi», che era già stata ipotizzata nel piano dei conti di ottobre tra gli strumenti a disposizione del Governo per aumentare le spese per sicurezza e difesa. L’obiettivo ora è di includere in questo ambito le uscite per fronteggiare lo shock energetico, che andrebbero quindi a erodere spazi al riarmo, non citato peraltro nella risoluzione di maggioranza.

Risoluzione unitaria del centrosinistra

Quanto alle opposizioni, le notizie sono due: la risoluzione che verrà votata oggi è unitaria, e non era scontato, firmata cioè da tutti i componenti della coalizione che sfiderà il centrodestra alle prossime politiche (Pd, M5s, Avs, Italia Viva e Più Europa); inoltre, nonostante il clima di scontro e il giudizio negativo sul Documento di finanza pubblica («il quadro che emerge a quasi quattro anni dall’insediamento del governo Meloni è quello di un Paese più debole, impoverito e privo di ambizioni a fronte dell’assoluta mancanza di efficaci politiche a sostegno della crescita»), nell’anno preelettorale il campo largo apre all’ipotesi di scostamento. «Un’apertura cauta e molto condizionata», ci tiene a precisare il responsabile economico del Pd, Antonio Misiani, che ha lavorato al testo con i colleghi degli altri partiti. Ma sempre di apertura di tratta: «Il Parlamento impegna il governo a garantire che un eventuale scostamento di bilancio sia esclusivamente indirizzato al contrasto della povertà assoluta, al sostegno delle famiglie e delle imprese colpite dalla crisi energetica, al finanziamento della sanità pubblica e non a impegni di spesa militare», si legge nella risoluzione del centrosinistra.

Tinagli (Pd): dov’era il governo due anni fa sulla riforma del Patto di stabilità?

«Dov’era il governo due anni fa quando è stata votata la riforma del patto di stabilità e hanno avallato tutti i vincoli reintrodotti dalla Germania e da altri paesi frugali, mentre noi in Parlamento chiedevamo più flessibilità?», si chiede in una nota l’eurodeputata del Pd Irene Tinagli, già presidente della commissione per gli affari economici e finanziari a Bruxelles. «Si svegliano tardi e corrono ai ripari oggi con una richiesta di sospensione del patto di stabilità per far fronte alle emergenze economiche dovute anche alla guerra - aggiunge - : ma dov’era il governo in questi anni quando aveva a disposizione 200 miliardi per fare una vera transizione energetica che tra l’altro ci avrebbe messo nella condizione di poter affrontare al meglio una crisi energetica che esiste almeno da 4 anni, ovvero da quando è scoppiata la guerra in Ucraina».

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