Lo shopping nel biotech
La patent cliff, l’ormai noto “baratro brevettuale” che incombe sulle grandi case farmaceutiche, sembrava destinata a fare da principale motore a un anno record per le fusioni e acquisizioni nel biotech. Ma, con il valore delle operazioni in costante crescita, emerge con sempre maggiore chiarezza che il timore di perdere l’esclusiva sui farmaci di punta non è l’unico fattore che sta alimentando il mercato.
Dall’inizio dell’anno sono state concluse 23 operazioni di M&A nel biotech, per un controvalore complessivo di 94 miliardi di dollari, avvicinandosi ai 103 miliardi investiti nell’intero 2025 attraverso 22 transazioni, secondo Bernstein Research. Se alcune acquisizioni, come quella di Tern da parte di Merck, del valore di 6,7 miliardi di dollari, rispondono all’esigenza di colmare future lacune nei ricavi, altre seguono logiche decisamente meno difensive. È il caso dell’acquisizione di Apogee Therapeutics da parte di AbbVie per 10,9 miliardi di dollari. Anche AbbVie deve confrontarsi con una futura scadenza brevettuale: il farmaco antipsicotico Vraylar, destinato a perdere l’esclusiva nel 2030, genera circa il 5% del fatturato del gruppo. Tuttavia, la più importante acquisizione degli ultimi cinque anni rappresenta soprattutto una mossa per rafforzare la propria franchise nell’immunologia, segmento sottoposto a una crescente pressione competitiva da parte di Johnson & Johnson.
La prossima ondata di scadenze brevettuali rappresenta senza dubbio un potente catalizzatore. Nei prossimi sette anni le principali aziende farmaceutiche mondiali rischiano di perdere ricavi pari a un ammontare 2,5 volte superiore rispetto a quello interessato dalle scadenze registrate nell’arco dei precedenti sedici anni. Eppure molte delle operazioni concluse nel 2026 hanno riguardato asset ancora nelle prime fasi di sviluppo. Bernstein stima che circa il 60% del valore complessivo delle acquisizioni biotech di quest’anno sia riconducibile a progetti in fase 2 o precedente, cioè dalla prima fase in cui un farmaco sperimentale viene testato sui pazienti. Negli ultimi cinque anni questa quota si attestava mediamente intorno al 45%.
Eli Lilly, storicamente orientata all’acquisizione di programmi scientifici in fase iniziale, ha ulteriormente accelerato questa strategia. Nel corso dell’anno ha acquistato Ajax Therapeutics, società con un programma in fase 1, per 2,3 miliardi di dollari, oltre a rilevare tre aziende attive nello sviluppo di vaccini in fase iniziale per circa 1 miliardo di dollari ciascuna. Novartis ha investito 4 miliardi di dollari nell’acquisizione di due biotech early stage, mentre Gilead, tradizionalmente focalizzata sull’HIV, sta ampliando la propria esposizione in aree terapeutiche come l’oncologia attraverso l’acquisto di Tubulis, società con un asset in fase 2.
L’accelerazione delle attività straordinarie è dovuta anche al miglioramento del contesto regolamentare. Il lungo contenzioso antitrust seguito all’acquisizione di Horizon Therapeutics da parte di Amgen nel 2023 aveva raffreddato il mercato delle grandi operazioni farmaceutiche negli Stati Uniti durante l’amministrazione di Joe Biden. L’attuale approccio più permissivo delle autorità antitrust ha invece reso il quadro più favorevole alle operazioni straordinarie. Inoltre, gli accordi raggiunti in precedenza tra i grandi gruppi farmaceutici e il presidente Donald Trump sui prezzi dei farmaci negli Stati Uniti hanno contribuito a rendere più prevedibile la valutazione degli asset biotech, facilitando le decisioni di investimento.