Noi, oggetti femminili non identificati
«Cassandra a bruciapelo» è un’elegia macabra, sorprendente, ironica e femminista, dedicata a tutte le donne che non sono potute essere, che nessuno ha capito, nemmeno loro stesse
di Lara Ricci
3' di lettura
3' di lettura
Case abbandonate diventano gusci per contenere tutto quello che non siamo mai state, che avremmo potuto essere, o quello che siamo costrette a impersonare, noi, «oggetti femminili non identificati», nella sorprendente, ironica, spregiudicata raccolta Cassandra a bruciapelo. Elegia macabra della poeta e artista francese di origini basche e italiane Sandra Moussempès, tradotta con cura da Valentina Gosetti, Tommaso Santi e Adriano Marchetti.
Alter ego o sorelle, affollano con i loro corpi o con le loro voci fuori campo poesie che sono come nuvole in cui indovinare forme. Cantano «principesse cinematografiche fuggite da un convento», divette hippie che dormono raggomitolate l’una contro l’altra nei loro maglioni, studentesse spogliatesi della tenuta da ragazze pom-pom, veneri in minigonna e crop top che lasciano intravedere pance piatte, grandi occhi a mandorla e le labbra carnose.
Sono «creature forgiate nel cemento/ bambole o lucchetti» che abitano stanze dal languore polveroso di decadute dimore vittoriane, con le loro carte da parati spellate, gli slabbrati drappeggi floreali. Che trasmutano in incubi alla Mullholland drive e diventano teatro dello scempio millenario delle donne imbalsamate. La «dittatura dell’Happy End» come ultimo sfregio.
Cassandra a bruciapelo, opera vincitrice nel 2022 del premio Théophile Gautier dell’Académie française, è una raccolta talmente compatta che pare un’unica lunga poesia che torna e ritorna sulla stessa straziante quête, infinita enumerazione di «ectoplasmi alla ricerca/ della loro storia, corpi che cercano d’infiltrarsi in altri corpi», di «donne che s’incontrano per la millesima volta senza incontrarsi», bambole «sature di speranza» che «cercano il loro riflesso invano» mentre «l’interlocutrice bionda [le] attende/ si contorce sul pavimento violetto». Eroine punk in «vestaglia rosa fantasma» nel mezzo della foresta intente a tagliarsi, il polso fasciato, masticando «chewing gum alla fragola selvatica». Fanciulle che «non sono disposte né a scintillare nel vuoto né a muoversi in bikini, a percorrere metri di pensieri, fra ricordi al bisturi e abitazione psichica prefabbricata», che frequentano laboratori per la «riappropriazione degli specchi» volendo «poter scegliere la [loro] lingua senza essere disturbat[e] dal riassemblaggio di parole riparate».
Una ricerca poetico-esoterica guidata da quelle donne che comunque hanno provato a essere: «Lilith, Ifigenia, Emily, Cindy, piene di grazia che siete nei cieli/ Offrono il loro viso alle loro quattro controfigure con nomi fittizi/ (ricodificate qui da voci sottili)». Emily uno e due, Dickinson e Brontë. Anzi, «le dodici Emily brune e sospettose» che «portavano lo stesso terzo occhio in mezzo alla fronte ma con sguardi diversi». Cindy che sta per Cinderella, Cenerentola, «Cindy che si sgola per tradurre un’altra/ Cindy con una voce più dolce (Cindy bis clonata durante una maratona di/ ectoplasmi dove s’incontravano le sue amiche paranormali)».









