Fuentes, l’influencer che elogia Hitler e Stalin manda in crisi i conservatori Usa
Il suo incontro con Tucker Carlson, trasmesso a fine ottobre, ha fatto esplodere una crisi nella destra americana. Fuentes, a 27 anni, ha saputo usare la tv e il web per rendere virale il linguaggio dell’estremismo
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I punti chiave
- Gli esordi
- I “Groypers”, l’esercito del sarcasmo
- L’odio come intrattenimento
- Il banchetto di Mar-a-Lago e la rottura con Trump
- L’affaire Tucker Carlson e la frattura morale del conservatorismo
- L’infiltrazione sistematica
- La teologia dell’odio e la crisi dei valori
- La minaccia globale e il contagio digitale
- Il futuro della destra americana
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«Adolf Hitler era molto, molto fico», e poi: «Sono un fan di Joseph Stalin». «Sarebbe meglio tornare al Medioevo, quando le donne non potevano votare e contraccettivi e fornicazione erano vietati». L’Afghanistan dei Talebani? Ottimo, perché «vietato l’aborto, i vaccini e i matrimoni gay». A ventisette anni, Nick Fuentes ha imparato a trasformare l’odio in intrattenimento. Non urla, non indossa divise e non minaccia. Sorride, anzi, scherza, parla di fede e patria. È il volto levigato dell’estremismo 2.0, quello che usa i podcast al posto dei comizi e i meme al posto dei manifesti. E nei suoi show, milioni di giovani americani trovano un linguaggio comune fatto di rabbia, ironia e nostalgia per un Paese che immaginano perduto.
A fine ottobre, Fuentes è tornato a far parlare di sé dopo un’intervista con Tucker Carlson, ex volto di Fox News, che lo ha accolto nel suo show per una conversazione di due ore senza contraddittorio. Quando ha parlato di «organized Jewry», accusando la comunità ebraica di ostacolare l’unità nazionale, Carlson ha annuito. Quelle frasi, rilanciate a milioni di visualizzazioni, hanno fatto esplodere un terremoto nella destra statunitense. Il senatore Lindsey Graham ha ironizzato: «Io sto nell’ala “Hitler fa schifo” del partito repubblicano». Figure di primo piano del GOP, da Ted Cruz a Josh Hawley, fino allo speaker Mike Johnson, hanno preso le distanze dalle parole del giovane. Altri, come il presidente della Heritage Foundation Kevin Roberts, hanno difeso Carlson, spaccando il fronte conservatore tra chi vuole chiudere la porta all’estremismo e chi teme di perdere la base più radicale.
Gli esordi
Nato nel 1998 a La Grange Park, un sobborgo di Chicago, Nicholas J. Fuentes cresce in una famiglia cattolica di classe media. Frequenta la Lyons Township High School e si iscrive alla Boston University per studiare relazioni internazionali. Abbandona nel 2017, dichiarando che l’università è «un campo di rieducazione liberal». È l’anno del raduno di Charlottesville, e Fuentes – presente o vicino a quel clima – diventa parte della rete alt-right che usa YouTube come megafono politico.
Nel suo livestream “America First”, un misto di talk politico e spettacolo da gamer, costruisce una comunità di giovani bianchi che si sentono esclusi da un Paese multiculturale. La sua retorica mescola cristianesimo tradizionalista, anti-globalismo e teoria della “sostituzione etnica”. Gli Stati Uniti, dice, «non sono nati per essere un melting pot, ma una nazione cristiana e bianca». Il messaggio funziona. Nel giro di un anno, passa da sconosciuto a simbolo di una destra giovanile ribelle e organizzata.
I “Groypers”, l’esercito del sarcasmo
Attorno a lui nasce il movimento dei “Groypers”. Giovani uomini, in gran parte studenti, che diffondono i suoi slogan in rete con l’iconografia di una rana obesa e ironica, una versione distorta di “Pepe the Frog” (il fumetto online creato nel 2005 dall’artista americano Matt Furie, nella serie Boy’s Club). Nel 2019 i Groypers portano la battaglia nel mondo reale: si infiltrano nei raduni di Turning Point Usa, l’organizzazione giovanile repubblicana, e attaccano i relatori accusandoli di essere «filosraeliani» o «schiavi del politicamente corretto». L’operazione diventa virale: centinaia di video mostrano giovani che zittiscono figure del conservatorismo moderato come Charlie Kirk e Ben Shapiro.








