Medio Oriente

Msf e decine di Ong bandite da Gaza dal 1° gennaio

La revoca della licenza, ufficializzata dal ministero per gli Affari della Diaspora, è motivata con il mancato rispetto dei nuovi requisiti richiesti da Tel Aviv in materia di trasparenza su personale, finanziamenti e modalità operative. E arriva mentre dieci Paesi lanciano l’allarme su una situazione nella Striscia definita «catastrofica»

di Redazione Esteri

Sarah Saada, quindicenne palestinese sfollata, fuggita da Beit Lahia, nel nord della Striscia di Gaza, durante i bombardamenti israeliani, disegna mentre si trova accanto alla sua tenda che domina un campo per sfollati a Gaza City, il 30 dicembre 2025. A partire da ottobre, un fragile cessate il fuoco ha finora fermato due anni di guerra tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza, nonostante entrambe le parti si siano scambiate accuse di violazione della tregua. (Foto di Omar AL-QATTAA / AFP)

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La più nota, da tempo sotto la lente del governo israeliano, è Medici senza frontiere. Ma nell’elenco delle 37 organizzazioni umanitarie che da domani, 1° gennaio, non potranno più operare a Gaza ci sono altre Ong di peso e di notorietà mondiale: Oxfam, ActionAid, Caritas Internationalis.

La revoca della licenza, ufficializzata dal ministero per gli Affari della Diaspora, è motivata con il mancato rispetto dei nuovi requisiti richiesti da Tel Aviv in materia di trasparenza su personale, finanziamenti e modalità operative. E arriva mentre dieci Paesi lanciano l’allarme su una situazione nella Striscia definita «catastrofica».

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«La principale inadempienza – si legge nel comunicato del ministero israeliano - è stata il rifiuto di fornire informazioni complete e verificabili sui propri dipendenti», considerando che «le verifiche di sicurezza hanno rivelato che i dipendenti di alcune organizzazioni erano coinvolti in attività terroristiche...in particolare, Medici senza frontiere».

Ma quelle informazioni, come aveva spiegato alcuni giorni fa al Sole 24 Silvia Mancini, responsabile degli affari umanitari per Msf - «sono estremamente sensibili» e «rischiano di creare problemi di sicurezza, non sapendo l’utilizzo che ne verrà fatto».

La legge francese, inoltre, vieta all’organizzazione di fornire informazioni sul suo staff.Il Cogat, l’organismo di difesa israeliano che supervisiona gli aiuti umanitari sostiene che l’impatto su Gaza sarà minimo, visto che le organizzazioni presenti nell’elenco contribuiscono per meno dell’1% degli aiuti totali destinati alla Striscia.

Una valutazione che tuttavia non tiene conto, per esempio, del supporto in campo medico fornito da Msf, che nel solo ultimo anno ha fornito assistenza di base e curato migliaia di abitanti. Diverse organizzazioni internazionali hanno dunque criticato le nuove norme israeliane, definendole arbitrarie e avvertendo che potrebbero mettere a rischio la sicurezza del personale umanitario che, secondo la nuova direttiva, dovrà essere evacuato entro il 1° marzo.

A Gaza si trovano attualmente centinaia di operatori.Per una coincidenza che suona drammatica, la decisione di revocare la licenza arriva mentre i ministri degli Esteri di dieci Paesi hanno diffuso un’allarmante dichiarazione congiunta. «Con l’avvicinarsi dell’inverno, i civili di Gaza si trovano ad affrontare condizioni spaventose, con forti piogge e temperature in calo - avvertono i ministri di Gran Bretagna, Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Islanda, Giappone, Norvegia, Svezia e Svizzera -. 1,3 milioni di persone necessitano ancora di urgenti aiuti per l’alloggio. Oltre la metà delle strutture sanitarie è solo parzialmente funzionante e si trova ad affrontare carenze di attrezzature e forniture mediche essenziali. Il collasso totale delle infrastrutture igienico-sanitarie ha lasciato 740mila persone vulnerabili alle inondazioni tossiche».

All’indomani dell’incontro tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu a Mar-a-Lago, in Florida, emergono intanto maggiori particolari sulla parte meno idilliaca del faccia a faccia, i dissidi sulla Cisgiordania occupata. Secondo il sito Axios, il presidente e i suoi principali consiglieri avrebbero chiesto al premier israeliano di evitare azioni provocatorie,e di «riportare la calma». Anche ieri, tuttavia,una decina di coloni sono entrati nella comunità palestinese di Ras Ein al-Auja, a nord di Gerico in Cisgiordania, scatenando scontri. Cinque palestinesi sarebbero poi stati arrestati, mentre un altro è rimasto ferito.

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