Calcio

Morto Evaristo Beccalossi, genio e sregolatezza dell’Inter anni Ottanta

Più che un calciatore, un’icona: Brera lo soprannominò «Dribblossi», Paolo Rossi gli dedicò una «Lode» per i rigori sbagliati contro lo Slovan

di Francesco Prisco

Morto Evaristo Beccalossi, leggenda dell’Inter e del calcio italiano

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Ha fatto in tempo a godersi la festa per il 21esimo scudetto. Poi, un passettino dopo l’altro, come quando mal digeriva una sostituzione, se n’è andato. È morto nella sua Brescia Evaristo Beccalossi, una delle bandiere dell’Inter, storico numero 10 della squadra milanese prima di intraprendere la carriera di dirigente. «Nelle pieghe dei ricordi e nella vita di tutti i giorni, Evaristo era sempre uno di noi», lo ricorda il club neolaureatosi campione d’Italia.

Avrebbe compiuto 70 anni tra pochi giorni, il 12 maggio, ma da oltre un anno le sue condizioni di salute erano critiche a seguito di un malore accusato a gennaio 2025 che non gli aveva risparmiato un periodo di coma. Il decesso è avvenuto nella notte tra martedì e mercoledì in clinica Poliambulanza a Brescia, dove si trovava ricoverato.

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Pochi calciatori assurgono al rango di icone e Beccalossi, nel bene e nel male, iconico lo era. Grazie a Paolo Rossi - non il «Pablito» del Mondiale 1982, ma il Lenny Bruce italiano - diventò infatti a tutti gli effetti un personaggio della cultura popolare di questo Paese. Tutto grazie a una partita, quell’Inter-Slovan Bratislava del 15 settembre 1982 valevole per i sedicesimi di Coppa delle Coppe, dove il numero 10 nerazzurro sbagliò addirittura due rigori in otto minuti. Una specie di trauma collettivo per il popolo interista. «Poi mi feci male, entrai nello spogliatoio e spaccai due porte», racconterà un giorno «Becca».

La Lode a Evaristo Beccalossi di Paolo Rossi, tifoso interista impenitente, tratta proprio di questo surreale episodio. E si apre così: «Questo pezzo è dedicato a due grandi talenti della cultura mondiale, che han fatto sì che alcuni di noi, se pur perdenti, si ritenessero destinati a una vittoria futura e possibile. Questi due talenti nel campo della cultura, della musica, dell’arte, dell’evoluzione in genere, sono per me Charlie Parker ed Evaristo Beccalossi». La memorabile partita con lo Slovan Bratislava si concluderà comunque 2-0 per la squadra italiana, ma il risultato vero nessuno se lo ricorda: tutti ricordano la sfortuna di Beccalossi e i suoi rigori sbagliati che, in alcuni racconti iperbolici, diventano addirittura tre, quattro, cinque, un po’ come il 20-0 di Italia-Inghilterra nel Secondo tragico Fantozzi. Funziona così quando si attiva la memoria collettiva: è il bello del genere epico.

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Beccalossi non se l’è mai presa: era uno autentico, come solo quelli che arrivano dalla provincia sanno essere. Nato a Brescia e cresciuto calcisticamente nel vivaio della squadra della sua città, si mise presto in luce come uno dei talenti più puri della sua generazione. Il grande salto è datato 1978, quando viene acquistato dall’Inter, seguendo le orme di Alessandro Altobelli che a Milano da Brescia ci era finito un anno prima.

La segnalazione a Sandro Mazzola - suo predecessore con la 10 e all’epoca dirigente nerazzurro - pare arrivi dopo una partita in cui Beccalossi dribbla cinque giocatori, prima di fallire il gol davanti al portiere. Una specie di manifesto poetico. In nerazzurro il fantasista visse il periodo più importante della sua carriera, rimanendovi per sei stagioni (1978-1984) e collezionando 216 presenze tra campionato e coppe, con 37 reti complessive.

Morto Evaristo Beccalossi, numero 10 dell’Inter anni Ottanta

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Beccalossi è stato uno dei giocatori più iconici del suo tempo, non tanto per i risultati quanto per lo stile. E qui il paragone con Charlie Parker, uscito fuori dalla fantasia di Paolo Rossi, si fa azzeccatissimo. Mancino naturale, fantasista puro, era capace di giocate sorprendenti: dribbling stretti, assist illuminanti, colpi improvvisi che accendevano le partite. Gianni Brera gli affibbiò il soprannome «Dribblossi», sottolineando la sua predisposizione per la giocata elegante e imprevedibile. Del suo modo di stare in campo, non sempre gradito agli allenatori, Beccalossi diceva: «Faccio quello che vedo». Forse proprio per questo, in quello che è sempre stato il campionato più tattico d’Europa, la sua carriera fu segnata da una certa discontinuità. Il suo rendimento alternava giornate di pura ispirazione a gare incolori, alimentando la celebre battuta dei compagni: con lui in campo «si giocava in dieci o in dodici», a seconda dell’umore.

Con l’Inter conquistò lo scudetto nella stagione 1979-1980. Fu uno dei protagonisti di quella squadra allenata da Eugenio Bersellini e divenne rapidamente uno dei beniamini della tifoseria. Indimenticabile la sua doppietta nel derby del 28 ottobre 1979 che per l’Inter rappresentò il ritorno alla vittoria sul Milan (2-0), dopo quasi cinque anni di astinenza. Nel suo palmares anche una Coppa Italia (1981-1982) e il contributo al raggiungimento della semifinale di Coppa dei Campioni nel 1980-1981 persa contro il Real Madrid. Dopo l’esperienza nerazzurra vestirà le maglie di Sampdoria (con cui vinse la Coppa Italia 1984-1985), Monza, nuovamente Brescia e poi Barletta, Pordenone e Breno, chiudendo la carriera nel 1991.

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Per l’Italia giocò nelle selezioni giovanili e olimpiche, senza però mai approdare stabilmente nella Nazionale maggiore. Il più grande rimpianto della sua carriera resterà la mancata convocazione di Enzo Bearzot a Spagna ’82: «L’avrei ammazzato», diceva col senno di poi. Ci è voluto un po’ di tempo, poi il Becca ha capito che «se mi avesse convocato tutti avrebbero spinto perché giocassi titolare. Il cittì aveva il suo gruppo, non poteva permettersi altri casini. Poi io non ero proprio il suo tipo di giocatore». Ad avercene oggi di talenti così, in azzurro. Dopo il ritiro dal calcio giocato intraprese la carriera dirigenziale e fu anche capo delegazione delle Nazionali giovanili azzurre, tra cui l’Under 19.

Negli ultimi anni il «Beck», come lo chiamava Beppe Viola nei servizi per la Domenica Sportiva, aveva continuato a frequentare l’ambiente calcistico, anche nel ruolo di commentatore, prima del grave malore del gennaio 2025 che lo aveva costretto a un lungo ricovero e a un difficile percorso di riabilitazione. Fedele fino alla fine al suo personaggio, ci piace pensare che se ne sia andato come nel finale della Lode tributatagli da Paolo Rossi: «Palleggia, di tacco, di punta, di lingua; scarta tutti gli ultras, scarta tutti i poliziotti con i cani lupo; tutti quelli che stracciavano i biglietti... fa fuori un’altra inferriata... Scartò i bagarini, quelli che vendevano le pizzette, gli hot-dog». Palla al piede, un dribbling dopo l’altro, fino alla porta del Paradiso.

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