Il Graffio del lunedì

Domenica di grandi feste: dopo Sinner e Antonelli il 21esimo scudetto dell’Inter

Il 2-0 casalingo sul Parma consacra i nerazzurri campioni d’Italia. Una vittoria che ha soprattutto un nome e un cognome: Cristian Chivu

di Dario Ceccarelli

Nel suo primo anno sulla panchina dell’Inter Cristian Chivu vince il primo titolo da allenatore che per i nerazzurri è il 21esimo scudetto della storia (IPP)

6' di lettura

English Version

6' di lettura

English Version

È una domenica così: di feste e fuochi d’artifico. Meno male: di questi tempi ne abbiamo davvero bisogno. La prima festa con Sinner che, travolgendo in meno di un’ora a Madrid il povero Zverev, ci ha confermato che, con lui, non dobbiamo più stupirci di nulla: che il nostro Jannik è capace di qualsiasi impresa. Se un mago gli trasformasse la racchetta in bicicletta, lascerebbe indietro anche Pogacar, l’altro marziano dello sport globalizzato.

La seconda grande festa è quella spumeggiante di Kimi Antonelli, nuova rockstar mondiale della Formula 1, che ha trionfato anche a Miami senza avere la macchina più veloce. Che un 19enne bolognese dia la birra a gente come Norris e Verstappen, lo ammettiamo, un po’ ci stupisce ancora, ma è il bello di quando la realtà supera la fantasia.

Loading...

La terza grande festa, prevista ma non per questo meno attesa, è quella dell’Inter che, battendo il Parma 2-0 (Thuram al 45’, Mikhitaryan all’80’), manda in delirio i 75mila di San Siro dando finalmente l’avvio, con fuochi d’artificio e un gran boato di felicità anche in piazza Duomo, al Big Bang nerazzurro per la conquista del 21esimo scudetto della sua storia.

Uno scudetto meritato, per gioco e continuità, in un campionato però avaro di emozioni e spettacolo come dimostra la corsa, sempre più zoppicante, delle inseguitrici per un posto in Champions. I demeriti degli altri però non devono oscurare la straordinaria cavalcata dei nerazzurri in testa dalla quindicesima giornata dopo un avvio non brillantissimo dovuto alla velenosa coda della stagione precedente.

Una macchina da gol, quella di Chivu, con 82 reti all’attivo, Lautaro capocannoniere (16 reti) e Thuram tornato al top nelle ultime settimane, a quota 13. Come per tutti gli scudetti, ognuno ha messo la sua firma: quella di Federico Dimarco, con i suoi 17 assist e 6 gol, è però la più memorabile. Difficile trovare un altro difensore che abbia dato un così forte contributo offensivo. Un anno strepitoso, il suo, parzialmente oscurato solo dal complessivo fallimento della Nazionale.

Tra cori, canti e fuochi d’artificio, in attesa della festa finale del 17 dopo Inter-Verona, c’è una cosa da ripetere con chiarezza: che questo nuovo titolo ha un nome e un cognome: Cristian Chivu. È lui il vero artefice di una squadra, sicuramente la più attrezzata del nostro campionato, uscita l’anno scorso da una doppia mazzata (Napoli e Psg) che poteva essere devastante.

Inutile qui ricordare lo spaesamento di tutto un gruppo che sembrava ormai avviato al capolinea. Chivu invece, con quell’aria un po’ così, morbido e duro allo stesso tempo, una specie di Ancelotti nerazzurro, ha saputo rigenerare una squadra finita all’angolo. Non era facile, soprattutto in un ambiente come quello interista, facile agli entusiasmi ma ancor più propenso all’autoflagellazione. Non era facile perché il tecnico romeno, pur avendo partecipato al Triplete, veniva da un tirocinio limitato che avrebbe potuto nuocergli se la società, grazie anche a Marotta, non l’avesse ben tutelato. Ma poi Chivu ha fatto tutto da solo, crescendo con il suo stesso gruppo che ora bisognerà vedere se concluderà in bellezza l’ultimo giro di giostra oppure verrà semplicemente rinnovato con qualche pezzo pregiato. Si vedrà.

L’impressione, se arriverà anche la Coppa Italia (finale il 13 maggio con la Lazio), è che sarà difficile smontare tutto il giocattolo. Più probabile che si lavori su una rifondazione morbida per cercare di far diventare l’Inter non solo la più forte squadra italiana ma anche una delle più temute in Europa. Traguardo, questo, molto più complicato. Non dimentichiamo che l’unica ferita di questa stagione è stata l’uscita prematura dalla Champions. Lasciato quel peso, l’Inter ha ripreso il suo volo, ma la cicatrice resta evidente. L’obiettivo chiaramente è quello di riportarla al top anche fuori dai confini, impresa non facile considerando la deriva complessiva del calcio italiano. Servirà un altro attaccante, un valido ritocco al centrocampo e soprattutto un rafforzamento in difesa, il punto più debole di una squadra che fa del gioco offensivo la sua cifra.

Juventus-Verona 1-1 . Avanti col gambero. Anche la squadra di Spalletti partecipa a pieno titolo a questa buffa corsa per la Champions che premia chi va piano, ma meno piano dei rivali. L’imbarazzante pareggio casalingo con il Verona, già matematicamente retrocesso in B, complica infatti alla Juve la strada per la conquista del quarto posto facendole fare una magra figura davanti ai suoi tifosi che già davano per scontato l’aggancio al Milan, rimasto quindi terzo con 2 punti in più sui bianconeri (65). Che a loro volta hanno tre punti in più sul Como (62).

La Roma, a quota 61, stasera impegnata con la Fiorentina, ha quindi buone chances per rifarsi sotto. Per la Juve una domenica da dimenticare: sotto di un gol (Bowie al 34’), è riuscita ad arrivare al pareggio nella ripresa con una punizione di Vlahovic. Nel finale però il Verona ha colpito un palo con Zhegrova meritando alla fine gli applausi dello Stadium “Ci manca un trequartista bravo nello stretto, ma meritavamo di vincere” ha precisato Spalletti dimenticando che, davanti, non aveva il Bayern di Monaco ma una squadra che sta precipitando in B

Sassuolo-Milan 2-0

Ma cosa sta succedendo ai giocatori di Allegri? Sono contagiati da un virus alieno? Da una malattia inspiegabile che paralizza testa e gambe? Altrimenti non si capisce. C’è qualcosa di inspiegabile, materia per scienziati che andrà scoperta, in questo incredibile suicidio collettivo che i rossoneri stanno consumando rischiando di compromettere la Champions. A Reggio Emilia il Milan non è mai sceso in campo: spento, svuotato, un fantasma che fa paura a sé stesso. La cronaca è impietosa. Dopo cinque minuti è andato sotto per un gol di un super Berardi (che se giocasse sempre contro i rossoneri farebbe concorrenza a Mbappé e Yamal); dopo ventiquattro minuti, è rimasto in dieci per l’espulsione di Tomori (doppio giallo). Non bastasse, al secondo minuto della ripresa è stato di nuovo affondato da un tiro di Armand Laurentiè, libero di fare i suoi comodi.

Mai una reazione, zero tiri in porta. Leao che butta via un gol già fatto. Difficile spiegare questo naufragio da balena spiaggiata: possibile che l’assenza di Modric (comunque un quarantenne che Allegri non avrebbe dovuto far giocare tutta la stagione) sia sufficiente a svuotare una squadra che, fino a qualche settimana fa, era in lotta per il titolo?

Per conquistare l’Europa, al Milan servono sei punti, ma con questi chiari di luna nulla è sicuro. Al prossimo turno c’è l’Atalanta, un’altra che cammina con il deambulatore, però non è detto che, fiutando il colpo, non si risvegli all’improvviso. Il Milan nelle ultime cinque partite ha segnato un gol realizzando solo quattro punti. «Non si può buttare via il lavoro di dieci mesi», ha tuonato Allegri. Ma con questo gruppo tutto si rimette in discussione. Per dire: Jashari, che ha sostituito Modric, non è pervenuto. Un altro acquisto indecifrabile. E Ricci? Perché non gioca più? Tante domande sul presente e sul futuro che inevitabilmente investono sia Allegri, sia la società di nuovo schiacciata da un futuro tutto da ridisegnare. Anche i tifosi sono esasperati. A fine partita hanno fischiato i giocatori rossoneri che, su indicazione del capitano Maignan, non sono andati sotto la curva per evitare situazioni imbarazzanti. Comunque, brutti segnali di un malessere diffuso.

Como-Napoli 0-0

Quando Conte vuole imbrigliare la partite per portare a casa qualcosa (nel caso specifico: la Champions) ci riesce benissimo. Le due squadre finiscono per annullarsi lasciando un retrogusto di noia e stanchezza. Però i partenopei ottengono quello che volevano, mentre i padroni di casa (che hanno fallito due grandi occasioni, ma va calcolata anche una gran traversa di Politano), devono solo rammaricarsi per aver perso un’altra ghiotta occasione per fare il grande salto. Fabregas, poco generosamente, ma giustamente, dà la colpa ai suoi attaccanti («Se vai tre volte davanti al portiere e non segni ti manca qualcosa»), però l’impressione è che questo Como, pur brillantissimo, faccia trenta e mai trentuno. Un peccato, perché i lariani, sul piano del gioco e del coraggio, hanno dominato. Nico Paz ha regalato due perle a Douvikas e Diao che son finite ai porci, mentre De Bruyne, quasi annoiato, è uscito dopo un’ora nell’indifferenza generale. Divertenti le scintille tra Fabregas e Conte: sono due galletti di due pollai diversi, se li metti vicino non possono che azzuffarsi. Ma tra prepotenti alla fine ci si intende.

Atalanta-Genoa 0-0

Come è scialba questa Dea! Non sa più vincere. Quasi come il Milan. Due punti nelle ultime quattro partite dicono tutto. Non è un bel finale per la squadra di Palladino che, probabilmente, paga la difficile partenza con Juric e la perdita di obiettivi. «Siamo poco brillanti, dobbiamo difendere il settimo posto e nessuno si deve sentire titolare», ammonisce Palladino consapevole che la sua creatura gli sta sfuggendo di mano. Il Genoa invece, non avendo più nulla da perdere, gioca in scioltezza. Per Daniele De Rossi un altro passo avanti nella crescita della sua squadra. Arrivare a 40 punti non era scontato.

Risultati

Pisa-Lecce 1-2

Udinese-Torino 2-0

Como-Napoli 0-0

Atalanta Genoa 0-0

Bologna-Cagliari 0-0

Sassuolo-Milan 2-0

Juventus-Verona 1-1

Inter- Parma 2-0

Oggi

Cremonese-Lazio 18.30

Roma-Fiorentina 20.45

Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti

Tutto mercato WEB