Dopo Ceuta

Migranti, come funziona il modello Albania che Meloni rilancia

Il sistema ideato dal governo prevedeva la creazione di hub situati in Albania ma finanziati dall’Italia per gestire le procedure di rimpatrio dei migranti verso paesi terzi sicuri

Migranti a Ceuta, il Governo chiude le frontiere con la Spagna

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Dopo la crisi di Ceuta, dove decine di migliaia di persone hanno attraversato a nuoto o via terra il confine tra Spagna e Marocco, il “modello Albania” di gestione dei flussi migratori del governo Meloni è tornato al centro del dibattito pubblico. L’obiettivo dell’Italia è fare in modo che questo approccio - ideato per gestire le procedure di rimpatrio al di fuori dei confini nazionali - venga adottato anche dall’Unione europea.

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L’accordo tra Italia e Albania

Il modello Albania, però, ha incontrato numerose difficoltà, sperimentando battute d’arresto che ne hanno limitato l’efficacia. L’intesa tra Roma e Tirana - firmata nel 2023 e ratificata dal Parlamento nel 2024 - prevede il trasferimento in territorio albanese dei migranti soccorsi da navi italiane nelle acque del Mediterraneo, con l’obiettivo di processare le richieste d’asilo e gli eventuali rimpatri fuori dai confini Ue. Questo sistema riguarda i migranti provenienti da paesi considerati sicuri, dove, secondo il governo, la situazione interna non giustifica la fuga o la richiesta di asilo. Sono poi escluse le persone appartenenti a categorie considerate fragili, tra cui minori e donne in gravidanza.

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L’Italia ha quindi costruito due strutture in Albania, una a Shengjin, pensata come porto di sbarco e luogo di identificazione iniziale, e una a Gjader, destinata alle procedure successive, tra cui trattenimenti e rimpatri. In questi centri, infatti, secondo il progetto iniziale, i migranti avrebbero dovuto presentare domanda di asilo: se fosse stata accolta, sarebbero stati trasferiti in Italia, in caso contrario sarebbe stato dato il via all’iter di rimpatrio.

Il nodo dei paesi sicuri

Le strutture costruite in Albania non erano dunque nate come Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio): nel progetto iniziale, secondo il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, lì si sarebbero dovute trattenere le persone - con provvedimento convalidato da un giudice - in attesa dello svolgimento delle procedure accelerate di identificazione e gestione della domanda d’asilo di persone provenienti da paesi considerati sicuri.

Il trattenimento dei migranti è però spesso stato impedito o limitato dalle sentenze dei tribunali italiani, soprattutto per motivi legati all’individuazione dei paesi sicuri. Già nell’ottobre 2024 il Tribunale di Roma non ha convalidato i trattenimenti dei primi migranti arrivati nel centro di Gjader. A fronte delle battute d’arresto subite, il governo, deciso a non lasciare decadere il progetto, ad aprile 2025 ha attribuito alla struttura di Gjader la funzione di Cpr, ossia di centro dove trattenere persone già destinatarie di un provvedimento di espulsione in attesa del rimpatrio.

Esportare il modello

In una videocall straordinaria dei ministri degli Interni Ue indetta per affrontare il tema delle migrazioni, l’Italia ha messo in mostra la volontà di esportare il modello Albania in Europa, rendendo gli hub situati fuori dai confini comunitari un tassello fondamentale del nuovo Patto su migrazione e asilo. La proposta italiana, che verrà formalizzata nel corso del vertice Ue in programma oggi, prevede la creazione di centri finanziati e coordinati dall’Unione ma situati al di fuori dei confini, un modello di esternalizzazione simile a quello nato dal patto Italia-Albania.

Le polemiche

Le opposizioni accusano il governo di aver sfruttato la crisi di Ceuta come strumento di propaganda, con l’obiettivo di imporre a livello europeo una linea dura sull’immigrazione. Filippo Miraglia, coordinatore del Tavolo asilo e immigrazione, rete di organizzazioni attive nell’ambito della difesa dei diritti dei migranti, ha affermato che “sono circa cento le persone rimpatriate in poco più di un anno dal centro di Gjader” e che questo “dimostra che il modello Albania è solo propaganda”. Miraglia ha poi definito la proposta di creare hub europei in paesi terzi sicuri “l’ennesima trovata propagandistica del governo italiano”.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, invece, ha difeso le ragioni del governo, sottolineando che “occorre creare una strategia comune sull’immigrazione” e ribadendo che “vanno concretamente valutate le possibilità di creare nuovi centri modello Albania in vari paesi africani ma in generale nei paesi di origine e di transito”.

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