L’analisi del dopo Hormuz

Medioriente «senza» gli Usa: soldati italiani in avanguardia e 8.000 pakistani in Arabia Saudita

Mentre Trump, dopo gli alert, annuncia l’ennesimo accordo sullo Stretto e nucleare, le vere trattative con l’Iran si gestiscono nell’area, dove - visto l’inefficace ombrello statunitense - è in atto un riassetto storico nella Difesa. Riad, Ankara, Islamabad e Il Cairo proseguono con l’alleanza diplomatica. Mentre i primi tre Paesi hanno siglato un patto che incrocia Nato, diplomazia trasversale e progetti energetici. Roma si muove nel mezzo

Un soldato Houthi issato su un pick up gestisce una mitragliatrice. Sullo sfondo un cartellone pubblicitario che inneggia alla campagnia contro l’Arabia Saudita  EPA

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Mentre gli Usa, da un lato, avvertono i propri cittadini presenti in Medioriente per una nuova possibile escalation con l’Iran e dall’altro fanno trapelare informazioni relative a difficoltà di approvvigionamento bellico e alla fine assistono all’ennesima dichiarazione di Donald Trump sull’ennesimo accordo a Hormuz, gli equilibri militari nell’area stanno attraversando una faglia di cambiamento drastico. Un cambiamento che coinvolge anche l’Italia nelle sue alleanze energetiche e – di conseguenza – militari. Quando il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele hanno lanciato una campagna militare congiunta contro l’Iran, l’obiettivo dichiarato era neutralizzare una minaccia nucleare e missilistica. L’effetto collaterale, tuttavia, è stato ben più profondo: ogni capitale del Golfo ha compreso che l’ombrello di sicurezza americano non era in grado di impedire attacchi diretti sul proprio territorio. Nel giro di tre settimane, il 19 marzo, i ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Turchia, Pakistan ed Egitto si sono riuniti a Riad - a margine di un vertice convocato proprio per condannare la rappresaglia iraniana contro gli Stati del Golfo - per discutere, per la prima volta in forma quadrilaterale, la possibilità di integrare le proprie capacità di sicurezza. Quell’incontro, passato quasi inosservato, ha segnato l’avvio della più rilevante ricomposizione degli equilibri di sicurezza del Golfo dai tempi degli Accordi di Abramo del 2020. È la risposta strutturale di quattro potenze regionali - una nucleare (il Pakistan), una industrialmente avanzata e membro Nato (la Turchia), una finanziariamente centrale ma militarmente esposta (l’Arabia Saudita) e una geograficamente decisiva per i traffici marittimi (l’Egitto) - a un vuoto di sicurezza che Washington non è più in condizione, o non è più disposta, a colmare da sola.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Meno petrolio e deficit fiscale saudita

La genesi del progetto quadrilaterale non può essere compresa senza partire dai numeri del blocco dello Stretto di Hormuz. Il 4 marzo 2026 il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha dichiarato lo stretto “chiuso” al traffico commerciale; l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha in seguito definito la conseguente interruzione di fornitura come la più grave nella storia del mercato petrolifero globale. La produzione combinata di Arabia Saudita, Kuwait, Iraq ed Emirati Arabi Uniti è crollata di circa 6,7 milioni di barili al giorno entro il 10 marzo, e di almeno 10 milioni di barili al giorno entro il 12 marzo. Una contrazione pari a circa un decimo dell’offerta mondiale. Secondo stime di Bloomberg, il deficit fiscale saudita del primo trimestre 2026 ha raggiunto i 33,5 miliardi di dollari, a fronte di un obiettivo annuale di 44 miliardi. Riad si è quindi trovata, nello stesso trimestre, a fronteggiare contemporaneamente un’esposizione militare diretta e una contrazione fiscale: sono esattamente le condizioni in cui la condivisione degli oneri di difesa diventa una necessità. Inoltre, secondo l’analisi dell’Arab Gulf States Institute pubblicata nel 2026 (Beyond the U.S. Umbrella), dopo circa quaranta giorni di attacchi iraniani, Arabia Saudita, Emirati e Qatar sono stati “spinti verso una postura difensiva ad alta intensità” per una “crisi materiale di disponibilità” di mezzi.

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Patto quadrilaterale e operatività bellica

È essenziale distinguere tra ciò che è vincolante e ciò che è mera consultazione politica. Al momento l’unico strumento giuridicamente cogente dell’intera architettura resta l’Accordo Strategico di Mutua Difesa firmato al Palazzo di Al-Yamamah il 17 settembre 2025 dal principe Mohammed bin Salman e dal Primo Ministro pakistano Shehbaz Sharif, che stabilisce che un’aggressione contro l’una delle due parti sarà trattata come un’aggressione contro entrambe. Il ministro pakistano per la Produzione Difensiva, Raza Hayat Harraj, ha confermato a Reuters, a metà gennaio 2026, che una bozza trilaterale parallela - Pakistan, Arabia Saudita e Turchia - circolava già da circa dieci mesi, collocando l’avvio delle trattative attorno a marzo 2025, ben prima della firma del patto bilaterale saudita-pakistano. Tra il 19 marzo e il 22 giugno 2026 i quattro ministri degli Esteri — il Principe Faisal bin Farhan Al Saud per l’Arabia Saudita, Hakan Fidan per la Turchia, Ishaq Dar per il Pakistan e Badr Abdelatty per l’Egitto — hanno tenuto quattro round ministeriali senza produrre alcun comunicato congiunto. L’appello del Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, pronunciato al Cairo, per una trasformazione del meccanismo consultivo in un «quadro istituzionale più strutturato» resta, ad oggi, un’aspirazione politica senza una precisa traduzione giuridica.

Dietro l’ambiguità diplomatica si cela però un dispiegamento militare tutt’altro che ambiguo. Fonti Reuters, corroborate da cinque diverse testate regionali, documentano come il Pakistan abbia trasferito in Arabia Saudita, a partire dai primi giorni di aprile 2026, circa 8.000 militari, un’intera squadriglia di circa sedici caccia JF-17 Thunder (variante Block III, con avionica avanzata e missili beyond-visual-range), due squadroni di droni, e un sistema di difesa aerea cinese HQ-9 con un raggio d’ingaggio dichiarato superiore ai 200 chilometri, concentrato nella Provincia Orientale saudita, cuore delle infrastrutture petrolifere del Regno. L’intero dispositivo è finanziato da Riad, ma operato esclusivamente da personale pakistano. Una fonte governativa ha riferito, in forma anonima, che il testo confidenziale del patto consentirebbe un’espansione fino a 80.000 militari pakistani, cifra che nessuno dei due governi ha confermato ufficialmente.

Il contributo turco non più soltanto di natura industriale. L’accordo Baykar del 2023 per la fornitura del drone da combattimento Akinci, del valore di circa 3 miliardi di dollari e definito dal produttore «il più grande contratto di esportazione della storia della Repubblica Turca», ha incluso un trasferimento tecnologico verso la Saudi Arabian Military Industries, con linee di produzione già in costruzione sul suolo saudita. Il 5 febbraio 2026 il Presidente Recep Tayyip Erdoğan ha annunciato che Riad e Ankara erano pronte a finalizzare «in qualsiasi momento» un investimento congiunto nel caccia di quinta generazione Kaan delle Turkish Aerospace Industries. Ma da venerdì 7 luglio c’è una grossa novità. Erdogan si è recato alla Mecca e assieme a Bin Salman e al premier pakistano Sharif ha sottoscritto un accordo trilaterale di mutuo soccorso, che prevede intervento reciproco in caso di attacchi. L’intesa «intende rafforzare la deterrenza collettiva contro ogni forma di aggressione e prevede che qualunque attacco armato contro qualunque dei tre Stati sarà considerato come un attacco a tutti loro», ha scritto il ministero degli Esteri di Islamabad sui social.

Caccia turco

Una immagine dall’alto del velivolo Kaan della Turkish Aerospace Industries

L’Egitto non fornisce né truppe né equipaggiamenti. La sua leva negoziale deriva da un’altra fonte: la sicurezza del transito nel Canale di Suez, i cui introiti erano già scesi a circa 7,2 miliardi di dollari nell’esercizio fiscale 2023-2024 a causa delle precedenti interruzioni nel Mar Rosso legate alla campagna Houthi, e sono tornati sotto pressione nel 2026 quando gli assicuratori marittimi hanno reindirizzato i carichi lontano dal corridoio del Mediterraneo orientale. La Turchia resta Paese membro della Nato e ospita, presso la base aerea di Incirlik, un contingente stimato tra le 20 e le 50 bombe nucleari statunitensi B61, nell’ambito dell’accordo di condivisione nucleare dell’Alleanza Atlantica. Un trattato formale di mutua difesa con Riad e Islamabad rischierebbe una collisione giuridica diretta con gli obblighi dell’Articolo 5, qualora il territorio turco fosse colpito. Il modello preferito da Ankara riflette questo limite.

La frattura degli accordi di Abramo

Il rischio più acuto, tuttavia, non risiede a Teheran, bensì ad Abu Dhabi e Gerusalemme. Alla fine di maggio 2026 il Presidente Trump ha telefonato ai leader di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto e Giordania, esortandoli ad aderire «immediatamente» agli Accordi di Abramo prima di qualsiasi intesa definitiva tra Stati Uniti e Iran. La risposta di Riad: irrigidimento. L’assenza vistosa degli Emirati dal quadrilaterale nonostante fossero stati inizialmente coinvolti in colloqui di sicurezza sauditi-turchi insieme al Qatar non appare quindi casuale. Un raggruppamento giustificato come argine anti-iraniano rischia così di irrigidirsi in un contrappeso implicito al blocco degli Accordi di Abramo, frammentando la coesione del Consiglio di Cooperazione del Golfo lungo un asse del tutto estraneo alla sua motivazione fondativa.

Non è dato sapere come si evolverà il quadro attuale, soprattutto dopo la firma del patto militare a tre. Ciascuna delle traiettorie ridisegna l’affidabilità delle forniture energetiche dal Golfo, i termini con cui l’industria bellica di Ankara si espanderà sui mercati arabi, e la tenuta di un ordine di sicurezza a guida americana che quattro capitali stanno oggi iniziando a coprire con soluzioni alternative.

La posizione di Roma nel Golfo

In questo contesto va letta la posizione dei militari italiani nell’area. Il contingente nazionale è costituito da circa 400 militari dell’Aeronautica Militare, schierati in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein. Le Task Force si occupano di sorveglianza aerea, funzioni di comando, controllo e comunicazione. L’assetto consente di rilevare, identificare e tracciare potenziali minacce aeree, difesa dello spazio aereo e sorveglianza attraverso un radar per la difesa aerea AN/TPS-77 oltre ad attività anti drone. Secondo la rivista Rid e Il Giornale nella penisola arabica “è schierato anche un contingente terrestre dell’Esercito Italiano che schiera pure una batteria SAMP-T per la difesa anti-aerea e una batteria di artiglieria contraerea SKYNEX negli Emirati Arabi Uniti. Per l’Italia è importante essere presenti in tale scenario. Che è certamente volatile, ma non consente dilazioni decisionali. Negli ultimi mesi l’industria della Difesa italiana si è avvicinata a quella turca e nel frattempo ha messo in pausa gli accordi con Gerusalemme. Non è da escludere che la mossa sia propedeutica a un avvicinamento al blocco che si sta formando. Se tale blocco riuscirà a plasmare gli equilibri e diventerà stabile, allora vedremo anche nuovi assetti europei. Dall’industria fino all’Europarlamento che per anni è stato aperto al dialogo principalmente con il mondo qatarino, strizzando spesso l’occhio alla filiera sciita.

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