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Manovra, la Bce avverte sulle tasse alle banche: «Possibili effetti negativi»

Possibile conseguenze per quanto riguarda l’erogazione del credito, gli utili, il patrimonio e la liquidità

di Redazione Roma

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Una analisi approfondita sulle «eventuali conseguenze negative» che gli interventi previsti nel disegno di legge della manovra avrebbero sul settore bancario. È ciò che chiede la Banca centrale europea in un documento di sette pagine in cui esprime il suo parere «relativo alla tassazione delle istituzioni finanziarie».

Vengono analizzati i diversi provvedimenti a carico del settore creditizio e viene sottolineato che il testo della manovra «non è accompagnato da alcuna relazione illustrativa che ne illustri la ratio. Inoltre, la documentazione tecnica presentata al Senato in merito al disegno di legge contiene una sintesi delle principali disposizioni legislative, ma non fornisce alcuna spiegazione circa la ratio alla base del disegno di legge».

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Le tasse alle banche

Il governo, infatti, ha chiesto un contributo agli istituti di credito e assicurazioni che, come ha sottolineato il vicepremier Matteo Salvini ad Atreju, «dopo tre anni di buon governo hanno decine di miliardi di euro di utili e quindi abbiamo fatto qualcosa che la sinistra non ha mai avuto la forza o la libertà di fare. Abbiamo chiesto un contributo per aiutare famiglie e lavoratori in difficoltà». In particolare, l’intervento prevede l’aumento dell’Irap del 2%.

I possibili effetti negativi

Queste misure, ha avvertito la Bce, potrebbero avere delle conseguenze sul comparto del credito italiano per quanto riguarda l’erogazione del credito, gli utili, il patrimonio e la liquidità. Ciò, «sebbene gli enti creditizi presentino ancora una buona solidità finanziaria e una prima valutazione dell’impatto del disegno di legge suggerisca che la situazione non cambierebbe dopo la sua adozione».

Per la Bce, inoltre, l’affrancamento delle riserve straordinarie di capitale, istituite nel 2023 e per cui la manovra prevede un regime di tassazione speciale, «inciderà in particolare sugli enti meno significativi, che tendono ad essere più concentrati sull’erogazione del credito, mentre gli enti significativi tendono ad avere una quota maggiore di reddito basata sulle commissioni».

Tuttavia, si legge ancora, «alcuni intermediari possono ora trovarsi in una differente posizione finanziaria rispetto al 2023 e questo onere aggiuntivo potrebbe comportare delle sfide. Per effetto dell’applicazione generale dell’affrancamento, gli enti creditizi con minore solvibilità o più concentrati sull’erogazione del credito (come, ad esempio, le banche di piccole dimensioni) o che hanno proiezioni patrimoniali impegnative potrebbero vedere ridotta la loro capacità di assorbire potenziali rischi al ribasso di una recessione economica».

«Aumenta ingiustificatamente incertezza politica sul quadro fiscale»

Quindi, servirebbe un’analisi per «illustrare dettagliatamente, in particolare, l’impatto specifico dell’affrancamento sulla redditività di più lungo periodo e sulla base patrimoniale degli enti creditizi, sull’accesso alla provvista e sulla concessione di nuovi prestiti».

Per concludere, la Bce ha sottolineato che, nonostante spetti agli Stati membri «progettare i propri regimi fiscali e distribuire l’onere fiscale», introdurre «in modo ricorrente disposizioni ad hoc in materia fiscale aumenta ingiustificatamente l’incertezza politica riguardante il quadro fiscale, danneggiando la fiducia degli investitori e incidendo potenzialmente anche sul costo del finanziamento degli enti creditizi».

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