Scuola

Lingue straniere, il 60% degli studenti in Europa ne studia due o più

Nel 2023 il 60% degli studenti dell’istruzione secondaria generale nell’Ue ha studiato due o più lingue straniere, ma in Italia i numeri restano bassi

di Davide Madeddu (Il Sole 24 Ore) e Lola García-Ajofrín (El Confidencial, Spagna)

3' di lettura

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È un’opportunità, ma non sempre viene colta. Soprattutto in Italia. Perché il numero di studenti che si dedicano all’apprendimento di più di una lingua straniera resta ridotto. A delineare il quadro nei Paesi dell’Unione europea è il recente rapporto Eurostat, secondo cui nel 2023 il 60,0% degli studenti dell’istruzione generale secondaria superiore ha studiato due o più lingue straniere come materie obbligatorie o opzionali. Il dato segna un lieve calo rispetto all’anno precedente (60,8%). Più bassa la percentuale tra gli studenti dell’istruzione professionale secondaria: la media è del 34,8%, comunque in crescita rispetto al 2022 (33,8%).

Nove Paesi sul podio

A guidare la classifica ci sono nove Paesi nei quali oltre il 90% degli studenti della scuola secondaria superiore generale studia almeno due lingue straniere. Al primo posto la Francia con il 99,8%, seguita dalla Romania (99,1%) e dalla Repubblica Ceca (98,5%).

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Maglia nera, invece, per il Portogallo (6,7%), l’Irlanda (10,4%) e la Spagna, con appena il 22,4%. L’Italia non va molto meglio, con un dato fermo al 25%.

Per quanto riguarda l’istruzione professionale, spicca la Romania, dove il 97,2% degli studenti ha studiato almeno due lingue, seguita dalla Finlandia (85,0%) e dalla Polonia (78,0%). In fondo alla classifica: Malta (0,0%), Spagna e Grecia (entrambe allo 0,1%).

Il caso Spagna: trilinguismo a due velocità

In Spagna, l’apprendimento di una seconda lingua straniera è diffuso soprattutto nella scuola secondaria di primo grado (40,6%), ma cala significativamente al liceo (Bachillerato), dove la percentuale scende al 18%, e nelle primarie (14,3%). La seconda lingua più studiata dopo l’inglese è il francese, scelta tradizionale nelle scuole spagnole.

Tuttavia, il tema del multilinguismo assume una connotazione particolare nel contesto iberico, dove convivono, oltre allo spagnolo, diverse lingue co-ufficiali: il catalano, il basco, il galiziano e il valenciano. Queste lingue sono parte integrante dei programmi scolastici delle comunità autonome in cui sono parlate, e spesso sono utilizzate come lingua veicolare d’insegnamento, a fianco o in sostituzione dello spagnolo.

Allo stesso tempo, la Spagna ha registrato un ampliamento delle esperienze di apprendimento in lingua straniera: nel 2022-2023, oltre 1,8 milioni di studenti hanno partecipato a programmi bilingui o in scuole straniere presenti nel territorio nazionale, con un incremento dell’uso dell’inglese come lingua veicolare.

A livello normativo, le recenti riforme – da LOGSE a LOMLOE – hanno progressivamente rafforzato le competenze plurilinguistiche, dando maggiore autonomia ai governi regionali e promuovendo approcci didattici più attivi e comunicativi.

Le lingue più studiate

L’inglese resta la lingua straniera più studiata nell’Ue, con una diffusione pari al 96,0% tra gli studenti dell’istruzione generale e all’80,1% tra quelli dell’istruzione professionale. Nella secondaria generale seguono lo spagnolo (27,1%), il tedesco (21,2%), il francese (20,8%) e l’italiano (3,2%). Nei percorsi professionali, il tedesco è al secondo posto (18,1%), seguito dal francese (14,1%), dallo spagnolo (6,6%) e dal russo (2,3%).

Il caso italiano

C’è poi il caso italiano. A fare una riflessione è Ottavio Ricci, vicepresidente dell’associazione nazionale Unilingue e direttore del Cla di Ecampus e della Columbus Academy di Roma. «In Italia la situazione è diversa, anzi direi peggiore rispetto agli altri paesi europei – commenta –. Nella maggior parte delle scuole secondarie di secondo grado si studia una sola lingua straniera, l’inglese. Una seconda lingua si può scegliere solo in pochi indirizzi, come i licei linguistici o istituti con percorsi particolari».

Il docente aggiunge che «studiare una lingua diversa dall’inglese, come il tedesco, è diventato difficile, anche in scuole che un tempo lo proponevano in alternativa o in aggiunta. Si è così perso un pezzo importante della diversità linguistica e culturale».

Non meno rilevante è l’approccio dei giovani. «Sono curiosi, interessati alle lingue attraverso la musica, il cinema, il teatro, oggi anche i social. Vedono lo studio delle lingue come un passaporto per il mondo. Ma l’offerta è limitata, spesso legata a ragioni geografiche. A seconda della zona, si studia lo spagnolo, apprezzato per cultura e vicinanza, o il tedesco, utile dove c’è turismo tedesco. Poi ci sono le aree in cui il tedesco o il francese sono lingue di minoranza storica e l’italiano diventa la lingua straniera».

L’importanza di apprendere

Eppure, l’apprendimento linguistico resta una competenza chiave. «Chi non conosce almeno una lingua straniera è un “dinosauro linguistico” – sottolinea Ricci –. E oggi non basta più dire di sapere bene una sola lingua: il mercato cerca persone con competenze in almeno due. È la seconda lingua a fare la differenza, a rappresentare il vero “competitive edge”».

La scuola e il dopo

«Il progetto Lingua in Europa ha sensibilizzato all’importanza delle lingue. E l’introduzione dell’inglese sin dalla primaria ha migliorato i livelli di acquisizione – conclude Ricci –. A distanza di oltre vent’anni, gli studenti italiani escono dalla scuola con livelli B2 o C1 del QCER, mentre in passato si fermavano al B1. Un miglioramento che però deve essere accompagnato da una maggiore apertura al plurilinguismo reale».

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse”

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