Nuove migrazioni

I laureati Stem italiani ed europei ora vanno in Cina, Brasile e India

La Cina offre pacchetti contrattuali competitivi, il Brasile attrae nel campo Stem, l'India potenzia la cooperazione scientifica con l'Italia

di Silvia Martelli e Chiara Ricciolini (Il Sole 24 Ore), Alfredo Herrera Sánchez (El Confidencial, Spagna)

STUDENTI UNIVERSITARI  UNIVERSITA'   LAUREANDI  LAUREATI

3' di lettura

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Negli ultimi anni un numero limitato ma significativo di laureati italiani in ambito scientifico ha intrapreso percorsi di studio e lavoro fuori dalle consuete rotte migratorie europee. Tra le destinazioni che stanno emergendo, la Cina è uno dei Paesi in grado di attrarre figure altamente specializzate.

Le università cinesi stanno attivamente “corteggiando” scienziati occidentali con pacchetti contrattuali altamente competitivi. In particolare, il programma governativo cinese “Thousand Talents Plan” offre stipendi elevati, fondi di ricerca dedicati, bonus per l’acquisto di immobili e sostegni familiari, in un contesto in cui le università cinesi scalano le classifiche internazionali. Il fenomeno riguarda soprattutto scienziati e ricercatori nelle scienze naturali, come fisica, biologia e chimica. Anche alcuni italiani, come il fisico Giorgio Parisi, premio Nobel nel 2021, hanno recentemente accettato incarichi prestigiosi in istituzioni cinesi.

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Secondo il Seventh National Population Census pubblicato nel 2020, il paese ospita 1.430.695 immigrati, di cui 845.697 cittadini stranieri e 584.998 provenienti da Hong Kong, Macao e Taiwan. Il censimento non fornisce dati per nazionalità, e non sono disponibili stime ufficiali sulla presenza italiana.

Uno studio del Centro studi emigrazione Roma, pubblicato nel 2013 su Studi Emigrazione (n. 190), ha però documentato l’esperienza di un gruppo di giovani italiani attivi in Cina in settori come ingegneria, intelligenza artificiale e tecnologie applicate. Il saggio descrive una mobilità definita “Cina–Italia–Cina”, in cui i percorsi formativi e professionali si sviluppano principalmente a Shanghai e Pechino. Non si tratta di un’emigrazione di massa, ma di esperienze individuali ad alta qualificazione, spesso legate a progetti internazionali.

Il fenomeno non riguarda solo l’Italia. In Spagna, ad esempio, sono oltre 400 i ricercatori registrati presso la Red de Investigadores España-China (Rice), segno di una mobilità crescente anche tra i giovani scienziati iberici verso il sistema accademico cinese, attratti da condizioni lavorative difficilmente replicabili in Europa. «Lo stipendio è solo una parte delle ragioni — spiega David Pérez, fisico spagnolo e presidente della Red de Investigadores España-China (Rice) —. A Huzhou mi hanno garantito risorse per la mia ricerca e addirittura un impiego per mia moglie. È un’offerta impossibile da trovare in Europa». Pérez collabora con la Zhejiang University e partecipa attivamente alla creazione di start-up tecnologiche sostenute direttamente da fondi pubblici. Una dinamica che riguarda anche giovani italiani specializzati nei settori scientifici più avanzati, sebbene ad oggi in numeri ancora contenuti rispetto ad altre nazionalità europee.

Il quadro cinese si inserisce in una trasformazione più ampia, che coinvolge anche altri paesi del Sud globale. Anche il Brasile viene indicato come possibile meta per profili scientifici italiani. Il Rapporto “Inclusione & Diversità”, pubblicato nel 2024 dal Cnr - Irpps in collaborazione con il ministero dell’Università e della Ricerca, segnala una crescente mobilità femminile verso il paese sudamericano nel campo delle discipline Stem. In occasione della giornata della Ricerca italiana nel mondo, nel 2021 sono stati presentati a Brasilia i primi dati del censimento dei ricercatori presenti in Brasile, realizzato dall’ambasciata d’Italia con l’Associazione dei ricercatori italiani in Brasile. Erano presenti già 577 ricercatori nati in Italia (75% uomini e 25% donne). Gli Stati in cui sono maggiormente presenti sono San Paolo (39%), Rio de Janeiro (16%), Minas Gerais (6%), Bahia e Rio Grande do Sul (5%). La maggior parte di loro lavora nel campo delle scienze esatte e della terra (27%) e delle scienze umane e sociali (23%).

Per quanto riguarda l’India, negli ultimi anni, ha rafforzato la cooperazione scientifica con l’Italia, dando impulso a programmi di scambio e ricerca congiunta in settori ad alta specializzazione. Nel 2025, un accordo bilaterale tra i due Paesi ha previsto progetti condivisi in ambiti come intelligenza artificiale, biotecnologie e tecnologie quantistiche. Questo ha incluso anche la mobilità di ricercatori italiani verso istituzioni accademiche indiane. Un esempio consolidato è quello del centro Icgeb di New Delhi, fondato con il contributo del genetista italiano Arturo Falaschi e tuttora attivo nella formazione di giovani scienziati provenienti da diversi paesi, Italia compresa.

Il quadro che emerge conferma una tendenza più ampia, quella di un graduale spostamento dell’asse della ricerca e dell’innovazione verso i Paesi emergenti del Sud globale. Una dinamica che vede l’Europa in difficoltà nel trattenere talenti e che spinge ricercatori e professionisti altamente qualificati a guardare oltre l’Atlantico o il Mediterraneo.

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse”

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