Svantaggi nella carriera, minore apprezzamento del lavoro svolto e impatto negativo sulla retribuzione. Nonostante le leggi, in Italia molti lavoratori Lgbtq+ continuano a essere penalizzati. Ne fa un quadro un progetto Istat-UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) che raccoglie informazioni sulle discriminazioni nel mondo del lavoro per le persone Lgbtq+.
Discriminazioni sul lavoro
Dai risultati 2024 emerge che per il 41,4% degli intervistati l’orientamento sessuale ha rappresentato uno svantaggio di carriera, retribuzione, o riconoscimento. Oltre il 60% ha evitato di parlare della propria vita sentimentale sul lavoro, mentre il 31,2% ha vissuto episodi di outing (lo svelamento della propria omosessualità da parte di altri senza consenso).
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Se poi otto su 10 affermano di aver sperimentato una forma di micro-aggressione in ambito lavorativo legata all’orientamento sessuale, uno su tre ha subito discriminazioni già nella ricerca di impiego.
Secondo un’ulteriore ricerca Istat-UNAR, la situazione vissuta dalle persone transessuali e non binarie, non cambia. Otto su 10 hanno subito micro-aggressioni per la loro identità di genere e, uno su due discriminazioni nella ricerca di lavoro. Il 46,6% non ha partecipato a colloqui, pur avendone i requisiti, perché la propria identità sessuale ne avrebbe condizionato i risultati.
L’impegno delle imprese
A questo stato, si contrappone l’impegno di contrasto di alcune aziende, tratteggiato da Lgbt+ Diversity Index di Parks, Liberi e uguali. Il primo benchmark italiano che misura il raggiungimento di obiettivi di inclusione Lgbtq+ sul lavoro, lo scorso anno ha visto +22% di imprese partecipanti.
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A fine 2024, il 93% delle 105 realtà coinvolte aveva un documento di non discriminazione sull’orientamento sessuale. Che la policy sia menzionata nel codice etico (79% dei casi) o sia un documento specifico (48%), la maggior parte dei testi presenta riferimenti a molestie (89%), aggressioni (83%) e provvedimenti adottati (61%).
Le iniziative anti-discriminazione, poi, vanno dalla formazione e sensibilizzazione (93%) alle campagne interne (75%) ed eventi aziendali (67%). L’86% dei rispondenti, infine, indica la presenza di sanzioni, da procedimenti disciplinari al licenziamento, al verificarsi di comportamenti discriminatori.
Non mancano poi le aziende che prevedono congedi parentali, ai bonus e alle borse di studio per i figli anche per le coppie omogenitoriali.
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