Consumi

Legumi, vendite in crescita nonostante l’aumento dei prezzi

Listini lievitati del 30% in tre anni, ma nei supermercati sono state acquistate 501 milioni di confezioni per una spesa di 723 milioni (+9,6%). Pesano sul settore aumenti dei costi e crisi di Suez

di Manuela Soressi

Articolo modificato il 27 marzo 2024 alle ore 11.45

(piyaset - stock.adobe.com)

3' di lettura

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Non solo gli angeli mangiano fagioli (come dice il titolo di un popolare film) ma anche gli italiani. E tanto rispetto agli altri paesi europei, come per tutti i legumi in genere: 9,2 kg annui pro capite, rileva Ismea, contro i 3,4 kg degli spagnoli e i 2,5 kg dei francesi. Oltretutto da qualche tempo i consumi hanno ripreso ad aumentare (+33% sul 2016), invertendo il calo iniziato negli anni ’70.

«La riscoperta dei legumi è guidata dalla passione per la cucina tradizionale e dall’interesse per piatti più moderni, come l’hummus o le poke», dichiara Laura Bettazzoli, direttrice marketing di Bonduelle Italia, per cui i legumi valgono il 20% del giro d’affari (50% nelle conserve) e rappresentano un asset importante nel percorso verso un’alimentazione più sostenibile e adeguata ai nuovi stili di consumo, come il flexitarianesimo.

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Su questi aspetti ceci, lenticchie, fagioli e piselli sono promossi a pieni voti e sono campioni anche di sostenibilità economica, perché sono poco costosi: il prezzo medio in Gdo è di 2,86 euro/kg (fonte NielsenIQ). Anche per questo, nonostante un 30% circa di aumento nell’ultimo triennio, gli acquisti non ne hanno risentito, dimostrando una bassa elasticità della domanda al prezzo. Nell’anno finito a febbraio 2024 nella Gdo ne sono stati venduti 501 milioni di confezioni per un giro d’affari superiore a 722,6 milioni (+9,6% annuo).

I legumi sono molto diffusi, visto che il 74% delle famiglie li compra e mangia due volte a settimana quelli secchi (fonte SG Marketing), ma iniziano solo ora a perdere l’immagine di prodotto umile e povero, anche a causa del loro prezzo basso, in particolare nelle private label. È il paradosso dei legumi, in particolare di quelli in scatola, i protagonisti del settore con il 74% dei volumi venduti nella Gdo, ben distanti dai surgelati (18,9%) e dai freschi (7,1%), come rileva NielsenIQ.

In effetti i legumi sono la Cenerentola delle conserve italiane - ammette Giovanni De Angelis, direttore generale di Anicav, l’associazione nazionale dei produttori di conserve vegetali – anche perché scontano il ruolo ‘ingombrante’ delle conserve di pomodoro, di cui siamo i numeri uno al mondo e che generano un fatturato cinque volte maggiore rispetto agli 1,1 miliardi raggiunti dai legumi in scatola nel 2023».

Così come accade per le conserve di pomodoro, all’estero ci viene riconosciuta un’expertise storica anche nella trasformazione dei legumi. Difatti importiamo grandi quantitativi di legumi secchi (in particolare fino al 90% dei fagioli, come i borlotti che arrivano dal Sudamerica o dall’Egitto), li reidratiamo, lavoriamo, confezioniamo e rivendiamo in tutto il mondo, portando ovunque il sapore della cucina italiana: dai piselli, che spopolano in Germania e crescono nell’Africa occidentale, fino ai fagioli, i nostri best seller soprattutto nel Regno Unito e in forte sviluppo in Australia ed Emirati Arabi.

Gli icononici fagioli al pomodoro di Bud Spencer sono diventati un prodotto, venduto anche in Gdo, grazie alla start-up Bud Power, fondata dai nipoti dell’attore e dedicata a integratori e alimenti proteici, che ha appena avviato la seconda campagna di crowdfunding.

Complessivamente, stima Anicav, nel 2023 l’export di legumi in scatola ha raggiunto i 650 milioni di euro, l’8% in più rispetto al 2022 a sostanziale parità di volumi, a conferma che i mercati internazionali ne riconoscono la qualità e la distintività.

Ma non mancano le criticità, dettate dalle tensioni sul mar Rosso, che stanno provocando difficoltà e ritardi su forniture e trasporti, oltretutto in un contesto in cui l’Italia dipende sempre più dalle importazioni, a causa del costante calo della produzione nazionale, scesa a 172mila tonnellate, un quinto in meno rispetto al 2018, secondo Ismea.

Una conseguenza della riduzione delle superfici dedicate (89.283 ettari, -16% in cinque anni), per fare spazio a coltivazioni più richieste e redditizie, come girasole e cereali. «Per evitare l’abbandono dei legumi e incentivare la filiera italiana, abbiamo riconosciuto ai nostri soci conferitori un aumento consistente dei prezzi», commenta Federico Cappi, direttore marketing di Conserve Italia, che copre circa il 50% del suo fabbisogno con i legumi coltivati in Italia. Il gruppo cooperativo è uno dei pochi a coltivare piselli e borlotti, che lavora da freschi, e dal prossimo settembre avrà il 100% di soia edamame prodotta in Italia. Un plus comunicato anche ai consumatori, grazie a un QR inserito sulle etichette dei legumi Valfrutta con cui si può risalire all’azienda agricola da cui provengono.

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