Tutela del made in Italy

Legge Pmi, da oggi la stretta sui finti prodotti artigianali

L’articolo 16 della legge 34/2026 cerca di porre un freno all’abusivismo nel settore dell’artigianato con sanzioni a partire da 25mila euro

di Camilla Colombo

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Una delega al governo per il riassetto della disciplina dell’artigianato e un divieto, già operativo dal 7 aprile, per l’utilizzo improprio o ingannevole dei termini «artigiano», «artigianato», «artigianale». È in questi due articoli, il 15 e il 16, che sono racchiusi gli interventi che l’annuale legge sulle Pmi (34/2026), in vigore dal 7 aprile, ha riservato al comparto artigiano al fine sia di razionalizzare, riordinare e aggiornare la normativa vigente, di modo che sia al passo con le nuove esigenze di mercato e l’evoluzione tecnologica, sia di fornire maggiore chiarezza e certezza giuridica alle imprese che intendono usare la denominazione di «artigianato». L’articolo 16, «Riferimento all’artigianato nella pubblicità», interviene per semplificare le procedure d’iscrizione all’albo provinciale delle imprese artigianate, specificando che «Nessuna impresa può adottare, quale ditta o insegna o marchio o nella promozione dei propri prodotti o servizi da essa commercializzati, una denominazione in cui ricorrano riferimenti all’artigianato e all’artigianalità dei prodotti e dei servizi, se essa non è iscritta all’albo di cui al primo comma e non produce o realizza direttamente i prodotti e servizi pubblicizzati o posti in vendita qualificandoli come artigianali; lo stesso divieto vale per i consorzi e le società consortili fra imprese che non siano iscritti nella separata sezione di detto albo». Pena, aggiunge la legge 34/2026, «una sanzione amministrativa consistente nel pagamento di una somma di denaro pari all’1 per cento del fatturato dell’impresa. La sanzione non può comunque essere inferiore a euro 25.000 per ogni violazione».

La reazione di Confartigianato

«Finisce l’era dell’ambiguità terminologica. Con la nuova normativa, contenuta nella legge annuale Pmi, il termine “artigiano” cessa di essere un facile aggettivo pubblicitario per diventare un titolo protetto legalmente», commenta il presidente di Confartigianato, Marco Granelli. «La normativa introduce una stretta senza precedenti contro l’abusivismo, colpendo chi usurpa il prestigio e la qualità del saper fare italiano rappresentato da 1.250.000 imprese artigiane che danno lavoro a 2.500.000 addetti». A fare le spese di questa concorrenza sleale - si stima che siano oltre 850mila gli operatori abusivi che si spacciano per imprenditori artigiani - sono soprattutto le 588mila imprese artigiane regolari attive nei settori più esposti alle infiltrazioni dell’abusivismo e alle zone d’ombra normativa: dalla manifattura d’eccellenza, come alimentare, moda, arredamento, fino alle attività di servizio come acconciatori, idraulici e autoriparatori. La stretta terminologica si accompagna, come detto, all’introduzione di sanzioni ad hoc: ogni violazione sull’uso improprio dei termini protetti sarà punita con una sanzione amministrativa che parte da un minimo di 25mila euro. «Fine della concorrenza sleale: vince l’autentica eccellenza del made in Italy», aggiunge Granelli. «Da oggi, chi acquista “artigiano” ha la certezza legale di premiare il lavoro, l’ingegno e la passione dei nostri veri imprenditori».

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La soddisfazione di Cna

Anche il presidente di Cna, Dario Costantini, esprime soddisfazione per la novità normativa. «Ora è essenziale assicurare controlli capillari da parte delle autorità competenti, a garanzia degli artigiani e soprattutto dei consumatori». Grazie anche all’impegno di Cna, che ha spinto per una regolamentazione chiara e incisiva, si ristabilisce un principio semplice ma fondamentale: l’artigianato non è uno slogan, è un mestiere. Una misura significativa per la garanzia della qualità e la tutela dell’identità artigiana, a presidio della scelta consapevole e informata dei consumatori, spesso vittime della concorrenza sleale praticata da imprese non artigiane.

La riforma del settore

L’articolo 15 della legge 34/2026 delega invece il Governo ad attuare la riforma dell’artigianato. In particolare, si chiede di:

  • adeguare la disciplina, valorizzando lafigura dell’imprenditore artigiano, nell’ottica dello sviluppo del dimensionamento aziendale e della rimozione di vincoli societari non più adeguati, della trasmissione intergenerazionale delle competenze e della sostenibilità ambientale, sociale ed economica dell’impresa;
  • incentrare la nuova disciplina sulla figura dell’imprenditore artigiano e sul suo apporto personale e professionale al processo produttivo e individuare criteri quantitativi che definiscano il concetto di prevalenza dell’attività di produzione di beni o di prestazione di servizi rispetto alle attività strumentali e accessori e all’esercizio dell’attività artigiana;
  • promuovere l’aggregazione fra le imprese artigiane, anche rimodulando il contratto di rete e gli altri strumenti aggregativi, al fine di migliorare la competitività e l’accesso a opportunità di commesse e finanziamenti non ottenibile nella dimensione singola;
  • consentire l’utilizzo dei riferimenti all’artigianato nello svolgimento di attività promozionale, pubblicitaria e di vendita solo alle imprese iscritte all’albo delle imprese artigiane, o alla relativa sezione speciale del registro delle imprese, e rendere effettivi i controlli sul possesso dei relativi requisiti.

Nove i mesi, a disposizione del Governo, per adottare i decreti legislativi necessari a mettere a terra il progetto di riforma dell’artigianato, favorendo la competitività delle piccole e medie imprese italiane, tutelando la creatività dei veri artigiani e rassicurando i consumatori sull’effettiva veridicità delle definizioni loro proposte nei messaggi pubblicitari.

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