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Le sette vite dei social, i brand rilanciano su creator e community

Unilever conferma che oltre la metà del proprio budget andrà su collaborazioni online

di Giampaolo Colletti e Fabio Grattagliano

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Si sa, l’anno inizia sempre con i buoni propositi che via via vengono disattesi. Eppure la campagna appena lanciata sul mercato statunitense da Crunch Fitness – tra le principali catene di palestre a basso costo – racconta come la formula del successo dei loro club passi dalla community. Lo spot è stato diretto dal pluripremiato regista Hype Williams e sottolinea il potere trasformativo dell’allenamento. La società ha progettato un’esperienza che migliora il benessere fisico e mentale dei suoi iscritti, coinvolgendoli nell’elargire consigli di ogni tipo. Alla fine è come se ogni iscritto diventasse a sua volta personal trainer per altri iscritti, mentre la palestra viene vista come intrattenimento per trasformare l’ansia da performance in appartenenza.

Un’idea di co-creazione che è tutto già racchiusa nell’intuizione del fondatore Doug Levine, quando nel 1989 a New York con soli cinquemila dollari decise di aprire il primo club. Oggi il brand è presente in America, Canada, Spagna, Portogallo e conta tre milioni di iscritti per un fatturato che si aggira sul miliardo di dollari. La palestra come luogo sociale. Un racconto plurale dove l’azienda non è necessariamente protagonista.

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Abitare le conversazioni

Non è la sola realtà ad aver scommesso sulla community. A far rumore in questo inizio d’anno è Unilever, protagonista di un’intervista sul Guardian che segna una virata verso logiche di ascolto attivo. La multinazionale britannica di beni di consumo titolare di 400 marchi tra i più diffusi al mondo e con un giro d’affari da 50 miliardi di euro ha deciso di rivedere radicalmente la propria strategia pubblicitaria, investendo sulle conversazioni online e verificando in laboratorio molte idee virali, quindi collaborando con i creator per amplificarle, mantenendo autenticità e dialogo con le community.

È un cambio di paradigma epocale: il nuovo Ceo Fernando Fernández mira a destinare fino alla metà del budget ai contenuti online e alle collaborazioni con gli ambasciatori social al posto della tradizionale pubblicità. Tutto parte dal fenomeno virale spontaneo legato al suo marchio Vaseline su TikTok. La crema – prodotto iconico da oltre 150 anni – è stata rilanciata con consigli pratici da parte degli utenti che la utilizzano in modi creativi: dal pulire le scarpe al prolungare la durata del profumo. Invece di ignorare questi contenuti, Unilever ha deciso di valorizzarli. Una transizione dal modello uno-a-molti a relazioni molte-a-molti con comunità attive e frammentate.

È il trionfo dei superconsumer, così definiti sull’Harvard Business Review da Eddie Yoon: non si tratta di semplici utilizzatori, ma di persone emotivamente coinvolte. «La domanda non è come veicolare un messaggio, ma come essere parte della conversazione», ha detto Fernández al Guardian, dichiarando di lavorare già con 300.000 influencer nel mondo e annunciando un piano per aumentare di 20 volte il numero di collaborazioni, come ha riportato Business Insider.

Il brand amplificatore

Sette vite come i gatti, o forse anche di più. Chi avrebbe scommesso sull’adattabilità dei social, ancora centrali nelle strategie di marca. D’altronde il marketing sta andando oltre la logica del broadcasting per abbracciare dinamiche di narrowcasting: meno pubblico indistinto, più comunità rilevanti con messaggi mirati. Crescono così le piattaforme relazionali per aziende che diventano amplificatori delle interazioni, non megafono di sé stesse. Un’evoluzione che però potrebbe incrementare il disordine comunicativo. «La svolta molti-a-molti può ridurre un pezzo di disordine – meno messaggi calati dall’alto, più ascolto, più feedback – ma tende anche ad amplificarne altri perché moltiplica i punti di emissione, frammenta i pubblici, accelera la circolazione e rende più difficile distinguere tra informazione, intrattenimento e promozione. In questo senso non usciamo dal regime pubblicitario: lo vediamo trasformarsi. Non è dalla pubblicità alla conversazione, ma pubblicità che si mimetizza nella conversazione e ne assume i codici come autenticità, intimità e partecipazione, spesso dentro un’architettura algoritmica che premia polarizzazione e performance». Così afferma Giovanni Boccia Artieri, professore ordinario di sociologia della comunicazione e dei media digitali all’Università di Urbino e autore di «Sfiduciati» per Feltrinelli.

Tribù a rischio intrusione

Ma c’è dell’altro. Ossia le community non sono solo mercati, ma anche spazi simbolici e identitari. «Quando un brand vi entra esercita potere di visibilità e di definizione perché sposta attenzione, gerarchie interne, temi e linguaggi perché porta risorse e amplificazione. Il rigetto nasce quando la presenza è percepita come colonizzazione con l’appropriazione di codici, l’intrusione, l’estrazione di attenzione e di dati senza reciprocità: allora arrivano ironia, call-out, boicottaggi e perdita di fiducia anche verso i creator coinvolti», precisa Artieri.

La soglia è legata alla trasparenza: se il brand non restituisce qualcosa, viene respinto. «In una società esposta la marca può diventare indispensabile quando aumenta autonomia e benessere dell’esperienza quotidiana delle persone attraverso servizi utili, riduzione di attriti e diffusione di valori positivi, coerenza tra ciò che promette e ciò che fa. Il confine con la manipolazione sta in trasparenza, misura e responsabilità: dichiarare intenti e sponsorship, non trasformare ogni interazione in cattura d’attenzione, rendere conto degli effetti. Se vuole solo la nostra attenzione, non è rilevanza bensì occupazione del feed».

Così la posta in gioco diventa la responsabilità, evitando di trasformare la conversazione in tecniche di persuasione. Ma allora puntare sui creator come mediatori di credibilità può funzionare? «Sì ma ha una sua fragilità perché il creator trasferisce capitale relazionale al brand a patto di coerenza e trasparenza. Il rischio è l’esternalizzazione della responsabilità. Invece in una società esposta serve accountability: dichiarare interessi, dati, limiti e reggere il contraddittorio», conclude Artieri.

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