Smart Cities

Grandi eventi, una roadmap per benefici duraturi

Uno studio interuniversitario suggerisce un approccio basato non solo sulle infrastrutture digitali ma sui servizi per i cittadini

di Giampaolo Colletti

La gente passeggia lungo Corso Vittorio Emanuele II, la principale via del centro di Milano, mentre le insegne al neon con il simbolo olimpico sono appese in vista delle prossime Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, (AP Photo/Luca Bruno)

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Sorpresa, o forse no. I grandi eventi non digitalizzano i servizi di una città, ma potenziano le infrastrutture come wi-fi, backbone, sensoristica e reti temporanee. Insomma, accelerano la creazione di quegli impianti che altrimenti richiederebbero molto più tempo per essere accesi: digitalizzano i cavi, ma non sempre i servizi. E poi amplificano la voce della città coinvolta, anche se solo per un lasso di tempo limitato. Croce e delizia dei nostri anni segnati da eventi di ogni sorta.

L’esame di 11 città europee

A meno di un mese dall’avvio dei giochi olimpici invernali di Milano-Cortina una ricerca interuniversitaria fa luce sul tasso di digitalizzazione connesso ai mega-eventi. Si chiama “Domare l’elefante bianco” ed è stata curata da Filippo Marchesani e Giuseppe Ceci, rispettivamente docenti dell’Università D’Annunzio di Chieti-Pescara e dell’Università La Sapienza di Roma. Uno studio per comprendere come i mega-eventi facciano sì progredire il tasso di digitalizzazione, ma con dei distinguo. I ricercatori hanno mappato profondità, ampiezza ed evoluzione della presenza digitale, analizzando come varia nel periodo che precede, accompagna e segue gli eventi sportivi analizzati. Uno scenario attuale che nelle prossime settimane si ripresenterà sul palcoscenico del mondo. Lo studio ha riguardato 11 città europee che hanno ospitato le finali di Champions League: tra queste Monaco, Londra, Milano, Parigi, Istanbul.

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Come si doma l’elefante bianco?

Il titolo è evocativo ed è un richiamo alla mitologia orientale. In Asia i re donavano elefanti bianchi ritenuti sacri a funzionari scomodi perché il costo di mantenimento li avrebbe portati lentamente alla rovina. Ecco perché in urbanistica un elefante bianco diventa un’infrastruttura spettacolare, costosa e poco funzionale dopo il suo primo utilizzo. Ma quanti elefanti bianchi lo sono per davvero nelle grandi iniziative? E come un evento straordinario migliora la vita ordinaria? Le città sfruttano questi eventi per svilupparsi sul piano infrastrutturale e comunicativo, ma si potrebbe fare molto di più affinché il valore creato non svanisca con la fine dell’evento.

Marchesani: «I servizi richiedono cambiamenti strutturali»

Un paradosso della smart city perché la parte più visibile della digitalizzazione cresce più di quella che incide davvero sulla vita quotidiana dei cittadini. «I benefici per cittadini e collettività esistono e sono reali, ma nella transizione dei luoghi la dimensione più visibile pesa più di quella invisibile. Infrastrutture e comunicazione crescono perché sono tangibili e immediatamente riconoscibili. I servizi riescono ad incidere realmente sulla vita quotidiana ma richiedono tempo e cambiamenti organizzativi strutturali», afferma Filippo Marchesani. Il rischio si accresce quando ci si concentra sull’attrattività della città più che su chi la abita. «Ospitare un grande evento è un beneficio certo e consente di integrare tecnologie e competenze prima indisponibili su infrastrutture, mobilità e sicurezza. Ma una tecnologia resta se crea valore dopo: svanisce se vive solo nello straordinario», precisa Marchesani.

Co-creazione coi cittadini

Così i grandi eventi funzionano come acceleratori, non come generatori ex novo di innovazione. «Amplificano le disuguaglianze tra città perché rafforzano traiettorie già avviate e permettono di accelerare processi e progetti esistenti, spesso facendo leva su competenze ed esperienze di aziende partner già coinvolte in altre città. Dove manca una strategia l’evento resta un episodio, mentre dove c’è visione si trasforma in moltiplicatore di opportunità», sostiene Giuseppe Ceci.

Per farlo servirebbe quella visione plurale che eviterebbe che le nuove tecnologie diventino elefanti bianchi. Il paper propone tre linee per ovviare a questo rischio: governance con città e corporate, co-creazione con i cittadini e coinvolgimento su usabilità e continuità post-evento con una roadmap per trasformare installazioni temporanee in asset permanenti. In fondo senza condivisione la digitalizzazione resta fragile. «Tutto ciò significa progettare le tecnologie con cittadini e imprese, non solo per loro. Vuol dire testarle sull’uso reale, adattarle ai bisogni quotidiani e renderle accessibili e comprensibili. Le imprese portano competenze, i cittadini valore d’uso. Senza questo equilibrio la città rischia di riproporre vecchi schemi di urbanistica imprenditoriale emersi già negli anni ’70 e che producono innovazione e visibilità ma non necessariamente benessere diffuso», dice Ceci. Prima di chi vive gli spazi nella straordinarietà, ci sono coloro che li abitano nella quotidianità. Così una smart city presuppone un cittadino connesso. Lo segnala anche Jeffrey Schnapp, riferimento mondiale nelle scienze umane applicate al digitale e direttore del Metalab all’Università di Harvard. «Siamo in una fase di ripensamento. Se prima immaginavamo le città come computer dotati di sensori e tecnologie connesse di coordinamento per gestire tutti gli aspetti della vita cittadina – dal flusso del traffico ai servizi vari per i cittadini – oggi al centro c’è la persona con le sue innumerevoli sfaccettature».

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