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Le piattaforme erodono quote di mercato alle Tv e puntano al sorpasso

Studio eMedia: dal 2020 al 2025 la quota di ricavi dei broadcaster italiani scende dal 78% al 57%. Le piattaforme globali rafforzano il controllo su distribuzione, dati e raccolta pubblicitaria.

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Il telecomando è sempre lo stesso, ma il mercato che c’è dietro è cambiato radicalmente. La distinzione tra televisione tradizionale e video online si assottiglia ogni anno, mentre le grandi piattaforme globali conquistano quote crescenti di ricavi, pubblicità e tempo di visione. E raggiungere e sorpassare la quota delle Tv tradizionali non appare più un miraggio entro qualche anno.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

È qui che si innestano i risultati di uno studio di eMedia: in Italia i broadcaster sono passati dal controllare il 78% del mercato video-televisivo nel 2020 al 57% nel 2025, una flessione che fotografa il nuovo equilibrio dell’industria audiovisiva.

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L’analisi di eMedia per Il Sole 24 Ore chiarisce il cambio di fase. Il mercato video-televisivo non è più solo Tv lineare gratuita e a pagamento: dentro ci sono le offerte online, dallo Svod al Tvod, alle video sharing platform, a partire da Youtube. Il confine si è fatto mobile: le due componenti «risultano oggi sempre più integrate lungo l’intera filiera audiovisiva», generando fenomeni «sia di complementarietà sia di sostituibilità».

Emilio Pucci, direttore di eMedia, mette il dito sul punto più scomodo per gli editori Tv: «Per quanto i broadcaster tentino con forza e con molti casi di successo di presidiare il segmento delle offerte online, la configurazione del mercato non premia le componenti e le funzioni editoriali, ma quelle post-editoriali, dominate largamente dalle video sharing platform». È il nodo politico e industriale: la partita non si gioca soltanto sui contenuti, dove i gruppi europei hanno ancora marchi, redazioni, talenti e diritti sportivi, ma nella distribuzione, nei dati e nella monetizzazione.

Il fenomeno è continentale, ma non colpisce tutti allo stesso modo. In Italia e Francia la quota dei broadcaster cala allo stesso modo: meno 21 punti. In Germania il calo è di 16 punti, nel Regno Unito di 14. In Germania i ricavi complessivi di Ard e Zdf sfiorano i 10 miliardi di euro. La Bbc vale circa 5,9 miliardi di sterline. Rai e France Télévisions si fermano invece intorno ai 3 miliardi ciascuna. La scala non è un dettaglio contabile: è potere negoziale e presidio tecnologico.

Quanto a Uk, nel 2025 Netflix ha registrato un fatturato di 2,06 miliardi di sterline per l’intero 2025, posizionandosi sopra alla principale emittente commerciale del paese (Itv) e staccando i concorrenti più piccoli Channel 4 (1 miliardo di sterline) e Channel 5 (318 milioni di sterline) di proprietà di Paramount.

La mappa dei ricavi racconta anche una gerarchia geopolitica. Le piattaforme intercettano porzioni crescenti di investimenti pubblicitari e pubblico, mentre i broadcaster nazionali restano stretti tra obblighi regolatori, missione editoriale e mercati domestici. Il paradosso è chiaro: l’Europa chiede ai propri media informazione, pluralismo, cultura, produzione locale, sport accessibile. Ma il valore economico si sposta verso operatori globali, con tecnologie e modelli di raccolta che travalicano i confini nazionali.

La trasformazione, avverte Pucci, non riguarda più soltanto scripted, film e serie tv: investe «progressivamente l’intero ecosistema audiovisivo», compresi contenuti di valore editoriale e programmazione di flusso. Sport, intrattenimento, informazione e attualità sono il nuovo terreno di conquista. È la fine dell’idea che la Tv lineare possa difendersi arroccandosi su generi considerati protetti. Anche il live, anche il quotidiano, anche il racconto dell’attualità diventano contendibili quando la piattaforma controlla attenzione e accesso.

Da qui la prossima fase: integrazione più stretta fra televisione e online video, ma anche fusioni, acquisizioni, consolidamento. L’operazione Sky-Itv in Uk ne è una chiara cartina di tornasole. In Francia si guarda non a caso al destino di M6, mentre tutti guardano a quello che sta accadendo in casa Mfe-Mediaforeurope: la trasformazione del gruppo Mediaset in una realtà paneuropea in grado di estendere il suo raggio d’azione sui mercati di Spagna e Portogallo, ma anche Italia, Germania e resto del Dach è al centro dell’attenzione degli analisti e degli investitori.

Per i gruppi televisivi europei la sfida è doppia: frenare il trasferimento di audience, pubblicità e valore verso le piattaforme globali; costruire una dimensione adeguata per competere con operatori che investono e monetizzano su scala mondiale. La domanda, per l’Italia, è se il passaggio sarà governato o subìto. Ventuno punti persi in cinque anni non sono un assestamento, ma un avviso: senza scala, tecnologia e una politica industriale dei media, la Tv europea rischia di restare editoriale nei compiti e marginale nei ricavi.

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