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Parigi e le banlieues: il volto nascosto e sempre più fragile

Il cuore economico di Parigi convive con periferie segnate da povertà, carenze infrastrutturali e trasformazioni urbane che minacciano la coesione sociale e l’identità comunitaria

di Silvia Martelli (Il Sole 24 Ore, Italia) e Francesca Barca (Voxeurop, Francia)

Una cosa popolare in una banlieue parigina

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Le grandi città europee raccontano storie di prosperità e crescita, ma anche di profonde disuguaglianze. Milano, Parigi, Atene e Madrid mostrano come centri economici e culturali possano convivere con periferie segnate da precarietà abitativa, difficoltà di accesso ai servizi e marginalizzazione sociale. Dalle banlieues parigine ai quartieri popolari milanesi, dai sobborghi ateniesi alle periferie madrilene, emerge un filo comune: lo sviluppo urbano spesso avanza più rapidamente del tessuto sociale, generando città “a due velocità” dove le opportunità non sono distribuite in modo equo. Analizzando redditi, accesso alla casa, trasporti e spazi pubblici, questi reportage offrono uno sguardo comparato su come le periferie delle metropoli europee vivano una doppia realtà, tra ricchezza e fragilità. Dopo la prima puntata dedicata a Milano, di seguito il reportage su Parigi.

Parigi è il cuore culturale, storico ed economico della Francia. La città attira investimenti, turismo e innovazione, ma al di là degli Champs-Élysées, dei boulevards e dei quartieri del lusso, esiste un’altra realtà. Le banlieues – i sobborghi popolari – raccontano una storia complessa di disuguaglianze sociali ed economiche, immigrazione post-coloniale, rinnovamento urbano e resilienza comunitaria.

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“La banlieue è un villaggio dove tutti si conoscono, dove ci sono delinquenti, bugiardi, persone gentili e persone cattive. Dove ci sono storie che si tramandano, disgrazie e gioie”, spiega Rachid Laïreche, giornalista di Libération originario di Montreuil, comune della Seine-Saint-Denis. “Un villaggio dove ci sono più poveri che altrove”.

Disuguaglianze economiche e sociali

La Seine-Saint-Denis, conosciuta come “Neuf-trois” (93), è il dipartimento più povero della Francia metropolitana: su 1,6 milioni di abitanti, il 27,6% vive sotto la soglia di povertà, contro una media nazionale del 15,4%. A Aubervilliers, ad esempio, il 10% delle famiglie sopravvive con meno di 609 euro al mese. “Il fatto che si tratti di quartieri precari, poveri, dice tante cose”, osserva Héléna Berkaoui, giornalista e caporedattrice del Bondy Blog, nato a seguito delle rivolte del 2005. “Ci sono delle dinamiche sociali molto forti: legami di vicinato, solidarietà tra gli abitanti, reti informali di aiuto reciproco”.

Eppure, nonostante la vicinanza al centro di Parigi, i quartieri soffrono di carenze strutturali. Manca personale scolastico, medico, forze dell’ordine e magistrati: ci sono solo 49,8 medici di base ogni 100mila abitanti, contro la media nazionale di 83,5. I tribunali sono sull’orlo del collasso e le infrastrutture industriali, data center, inceneritori e autostrade, espongono la popolazione a inquinamento, caldo torrido e precarietà energetica.

Al contempo, il dipartimento è dinamico dal punto di vista economico. La Seine-Saint-Denis ospita oltre 605 mila posti di lavoro, tra cui sedi di grandi imprese francesi come BNP, SNCF, Veolia, Generali e EDF. Tuttavia, il tasso di disoccupazione resta elevato (17,1%, contro il 12% nazionale) perché molti abitanti non possiedono le competenze richieste dai nuovi lavori, prevalentemente qualificati. “Il tasso di disoccupazione non scende perché c’è uno scollamento tra le competenze della popolazione e i lavori disponibili”, conferma Raymond Lehman, coautore di uno studio dell’Insee.

L’abitazione come specchio delle disuguaglianze

L’edilizia popolare gioca un ruolo cruciale nella vita delle banlieues. A Aubervilliers, 90 mila abitanti convivono in una città dove il 41% delle famiglie è sotto la soglia di povertà e il 22% è disoccupata. Didier Hernoux e Bernard Orantin, dell’associazione “Société de l’histoire et de la vie à Aubervilliers”, raccontano che la città è passata da borgo agricolo a centro industriale, e oggi vive una post-industrializzazione che ha lasciato spazi vuoti e cantieri sparsi ovunque.

“Ci sono persone che arrivano qui a causa della rapida espansione immobiliare, ma la maggior parte non ha legami con la città”, spiegano Hernoux e Orantin. Il rischio è che Aubervilliers diventi “una città dormitorio”. Le scelte urbanistiche e politiche, aggiungono, determinano se il comune punta sul lavoro o si trasforma in dormitorio senza legami comunitari.

Sébastien Radouan, storico dell’AMuLoP (Association pour un Musée du Logement Populaire), racconta che attraverso la ricostruzione di appartamenti vissuti nei grands ensembles si può comprendere la storia sociale francese: lavoro, edilizia, immigrazione, cultura dell’abitare. La Cité Emile-Dubois, ad esempio, ospitava 796 appartamenti popolari; oggi metà è già demolita e sostituita da abitazioni private e nuove case popolari, spesso più costose. “Per alcuni abitanti è doloroso vedere l’edificio degradato. Il processo di demolizione attiva anche il bisogno che qualcosa sopravviva”, spiega Radouan.

Questo rientra nei piani di rinnovamento urbano promossi dall’ANRU, nati per favorire la “mixité sociale”, ossia la diversità economica dei quartieri, ma comporta spesso allontanamenti forzati: “Il prezzo degli immobili diventa troppo alto, le persone sono costrette a trasferirsi. È inevitabile che una città come Parigi si espanda, ma questo non avviene con i poveri, ma contro i poveri”, spiega Berkaoui.

Gentrificazione e mixité sociale

Le politiche di rinnovamento urbano e le grandi opere legate al Grand Paris e alle Olimpiadi 2024 hanno accelerato la trasformazione dei quartieri. Piscine, strutture sportive e nuovi ecoquartieri sono sorti accanto alle linee della metro in costruzione, come la futura linea 15. Ma questi progetti spesso non tengono conto dei legami comunitari, creando una periferizzazione della povertà e un senso di dislocazione per chi viene trasferito. “Si traduce in isolamento, depressione e stress elevato”, scrive l’urbanista Dorina Pllumbi, osservando analogie con altre realtà europee.

Anne Clerval denuncia come la “mixité sociale” possa essere uno strumento per disperdere le classi popolari, senza risolvere i problemi strutturali: “Si ignorano i vantaggi dell’ancoraggio in un quartiere popolare in termini di solidarietà, accesso a negozi abbordabili e posti di lavoro”.

Identità, cultura e resilienza

Le banlieues presentano anche disuguaglianze ambientali e sanitarie: quartieri come la Seine-Saint-Denis soffrono di inquinamento industriale e traffico intenso, con conseguenze sulla salute della popolazione. La carenza di medici e servizi sanitari, insieme a stili di vita precari, aumenta la cronicità e la diagnosi tardiva di malattie.

I giovani sono particolarmente esposti: il 42% degli abitanti ha meno di 30 anni e molti si trovano in una condizione di NEET, senza lavoro né formazione. “Chi nasce in un contesto svantaggiato, senza una rete educativa che sopperisca allo svantaggio, rischia di cadere in disagio educativo e dispersione scolastica”, osserva Berkaoui.

Le banlieues parigine, come quelle milanesi, mostrano quindi un doppio volto: vicine al centro, integrate nell’economia, ma lontane dall’uguaglianza sociale e dalle opportunità.

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