Il reportage / Pulse

Milano, redditi record e periferie in affanno: la crescita che divide

A Milano, la ricchezza concentrata nel centro città conviva con condizioni di vita precarie nelle periferie, aggravate da carenza di servizi e fragilità sociali

di Silvia Martelli (Il Sole 24 Ore, Italia), Francesca Barca (Voxeurop, Francia), Lena Kyriakidi (EfSyn, Grecia) e Ana Somavilla (El Confidencial, Spagna)

Ansa

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Le grandi città europee raccontano storie di prosperità e crescita, ma anche di profonde disuguaglianze. Milano, Parigi, Atene e Madrid mostrano come centri economici e culturali possano convivere con periferie segnate da precarietà abitativa, difficoltà di accesso ai servizi e marginalizzazione sociale. Dalle banlieues parigine ai quartieri popolari milanesi, dai sobborghi ateniesi alle periferie madrilene, emerge un filo comune: lo sviluppo urbano spesso avanza più rapidamente del tessuto sociale, generando città “a due velocità” dove le opportunità non sono distribuite in modo equo. Analizzando redditi, accesso alla casa, trasporti e spazi pubblici, questo reportage dedicato a Milano inaugura una serie, parte del progetto Pulse, che offre uno sguardo comparato su come le periferie delle metropoli europee vivano una doppia realtà, tra ricchezza e fragilità.

Milano, città a due velocità

Milano è la capitale economica del Paese, polo della finanza, dell’innovazione e della moda. È la città che ospita un terzo delle multinazionali con sede in Italia e che – secondo i dati più recenti – nel 2023 ha generato un PIL pro capite di oltre 70mila euro, più del doppio della media nazionale. Ma questa immagine di prosperità rischia di diventare parziale se non addirittura fuorviante: sotto la superficie di grattacieli, coworking e start-up, si nasconde un tessuto periferico fatto di redditi bassi, edilizia popolare spesso in condizioni precarie e famiglie che faticano a sostenere le spese quotidiane.

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Le disuguaglianze si leggono con chiarezza nei numeri. L’ultimo rapporto del MEF segnala che il reddito medio dichiarato a Milano è di circa 35.300 euro lordi, ma questa cifra nasconde uno squilibrio enorme. Nel CAP 20121, cioè in pieno centro (zona Duomo), la media sfiora i 94.400 euro, mentre a Quarto Oggiaro (20157) precipita a 18.500 euro. È un rapporto di cinque a uno che fotografa un divario strutturale.

Se ci si sposta in altre periferie storiche, lo scenario cambia poco. A Baggio e Muggiano i redditi si attestano attorno ai 23 mila euro. In Comasina o a Villapizzone siamo su valori simili, ben al di sotto della media cittadina. Si tratta di cifre che corrispondono a famiglie monoreddito che vivono in alloggi popolari, a giovani che non riescono a uscire dalla casa dei genitori e a pensionati che devono scegliere se pagare la bolletta o fare la spesa.

Il doppio volto di Milano si riflette anche nell’indice di Gini, che misura le disuguaglianze: la città raggiunge un valore di 0,54, tra i più alti d’Italia. Significa che i benefici della crescita non si distribuiscono equamente, ma si concentrano in una ristretta fascia di popolazione.

La pandemia prima e l’inflazione poi hanno accentuato queste fratture. L’Osservatorio Caritas Milano segnala che nel 2019 le famiglie seguite erano circa 100: nel 2023 sono diventate quasi 300. Gli aiuti alimentari sono più che raddoppiati nello stesso arco di tempo. Non si tratta solo di migranti o di persone senza lavoro, ma di working poor, lavoratori poveri che pur avendo un’occupazione non raggiungono un reddito sufficiente per vivere dignitosamente.

Questa frattura centro-periferia non è un tema nuovo, ma si sta cronicizzando. La città globale, che attrae investimenti e turismo, rischia di trasformarsi in una metropoli “a due velocità”, dove la distanza tra un manager che vive in un attico a Porta Nuova e un cassiere che abita in un caseggiato a Quarto Oggiaro diventa incolmabile.

Abitazioni, il nodo irrisolto delle periferie

La questione abitativa è la cartina di tornasole delle diseguaglianze milanesi. Nel 2025 il canone medio d’affitto ha raggiunto circa 270 euro al metro quadrato annui. Significa che per un bilocale di 60 mq servivano circa 1.300 euro al mese: impossibile per una famiglia che vive con 1.600 euro di stipendio.

I dati dell’Osservatorio OCA-Politecnico dicono che un operaio con un reddito netto medio di 1.360 euro al mese oggi può acquistare appena 19 metri quadrati. Un impiegato ne compra 25, un insegnante poco più di 20. Sono superfici ben al di sotto della soglia minima abitabile.

In questo scenario l’edilizia residenziale pubblica gioca un ruolo cruciale. Secondo analisi recenti, Milano conta circa 59 mila alloggi di edilizia residenziale pubblica gestiti da Aler e dal Comune, con oltre 130 mila residenti nel patrimonio ERP. Tuttavia una quota significativa di questi alloggi non è attualmente assegnata: solo nella città di Milano si stimano oltre 16 mila unità vuote o non utilizzate per ragioni manutentive o organizzative, contribuendo alla scarsità dell’offerta disponibile. Le graduatorie per un alloggio pubblico o a canone sociale includono decine di migliaia di famiglie, con numeri nell’ordine di 23–24 mila nuclei in lista d’attesa, ben oltre la capacità di assegnazione annuale. Sul fronte degli sfratti, i numeri relativi alle esecuzioni per morosità nel 2023 restano elevati secondo osservatori sociali e parti sindacali, anche se non esiste una statistica ufficiale pubblicata con dettaglio cittadino.

Le periferie più segnate – Gratosoglio, Quarto Oggiaro, Corvetto, Stadera – sono nate come quartieri popolari e ancora oggi portano il peso di quell’origine. Nei caseggiati di edilizia economica e popolare, l’età media degli edifici supera spesso i 60 anni. Le infiltrazioni, gli ascensori rotti, le caldaie obsolete sono la normalità. La manutenzione straordinaria procede con lentezza, anche perché i fondi disponibili non bastano a coprire l’intero fabbisogno. Nel mentre, l’urbanistica degli ultimi decenni ha privilegiato il centro e le aree di pregio. Porta Nuova, CityLife, l’ex area Expo trasformata in MIND: sono operazioni miliardarie che hanno cambiato lo skyline. Nelle periferie la rigenerazione fatica invece ad arrivare. Progetti come il “Piano Quartieri” del Comune, che prevede investimenti in 88 aree tra scuole, spazi verdi e viabilità, rappresentano un tentativo di riequilibrio, ma i tempi sono lunghi e i bisogni immediati.

Elisa Numerati, responsabile di Spazio Agorà a Quarto Oggiaro, spiega che le famiglie che frequentano il centro “sono persone che tendenzialmente non si possono permettere un affitto privato. La maggior parte abitano in alloggi popolari, che qui sono molti”. Ma anche l’accesso al pubblico non è semplice: “Tutto quello che è il mondo della residenzialità temporanea ha comunque delle liste d’attesa, anche se c’è emergenza”.

La casa resta così il simbolo di una città spaccata: da una parte loft e appartamenti di lusso venduti a oltre 10 mila euro al metro quadrato, dall’altra case popolari che cadono a pezzi e famiglie che non riescono a pagare il mutuo.

Salute e ambiente: periferie più esposte

Non c’è solo il reddito a segnare la distanza tra centro e periferia: anche la salute è diseguale. Una mappatura condotta dall’Agenzia di Tutela della Salute di Milano mostra che in alcuni quartieri periferici il tasso di mortalità è più alto fino al 60% rispetto al centro città.

Le cause sono molteplici. In primo luogo l’ambiente: le zone di traffico intenso e con meno aree verdi registrano livelli di inquinamento più alti. Particolato fine e biossido di azoto colpiscono soprattutto aree come Mecenate, Bande Nere, Lorenteggio. Qui gli indicatori sanitari peggiorano sensibilmente: più malattie respiratorie, più cardiopatie, più decessi prematuri. Ma c’è anche un fattore sociale: nei quartieri a basso reddito si osservano più spesso stili di vita meno salutari, livelli di istruzione più bassi e una minore propensione a fare prevenzione. Chi fatica ad arrivare a fine mese tende a rinviare visite mediche e controlli. Risultato: diagnosi tardive, maggiore cronicità.

Non a caso, la Caritas segnala un aumento della domanda di farmaci di base tra le famiglie assistite. E le associazioni di quartiere raccontano di un boom di richieste per i pacchi alimentari che includono prodotti freschi, spesso troppo cari per i bilanci familiari.

In questo scenario, il ruolo dei servizi psicologici sul territorio emerge come cruciale. Francesca Acerbi, psicologa e coordinatrice dell’hub Jonas di Corvetto, racconta che la pandemia e la precarietà economica hanno trasformato le richieste dei cittadini: “Le domande che incontriamo non sono di conoscenza o crescita personale, ma di bisogno concreto: famiglie che non arrivano a fine mese, adolescenti isolati, anziani soli. Il filo rosso che unisce tutto è la solitudine”.

Grazie al progetto “Jonas nelle periferie”, negli hub la terapia è accessibile a tutti: le tariffe sono sociali e vanno dalla gratuità fino a un massimo di 15 euro a seduta, sostenute anche da enti privati come la Fondazione Amplifon. L’obiettivo è garantire continuità e rispondere rapidamente alle urgenze senza creare liste d’attesa, diventando così un presidio stabile per il quartiere.

Gli hub non offrono solo terapie individuali: creano reti tra scuole, servizi sociali, comunità e altre istituzioni, aiutando le persone a orientarsi nel territorio e a trovare sostegno anche per esigenze concrete come l’asilo politico o il supporto educativo. L’approccio è multidisciplinare e orientato alla continuità.

Oltre alla cura psicologica e psicoterapeutica, l’hub Jonas organizza conferenze e attività culturali, con l’idea che la cultura stessa sia un presidio per la collettività e possa contrastare l’isolamento: “Non vogliamo che l’aggregazione si fondi solo sull’emarginazione o trovi spazio nella criminalità”, spiega Acerbi, “ma che ci sia un luogo in cui la cultura vitalizza il legame tra le persone”.

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Composizione sociale e giovani

Le periferie milanesi non sono tutte uguali, ma condividono alcune caratteristiche che ne evidenziano fragilità e disuguaglianze. Una di queste è la forte presenza di popolazione straniera: in quartieri come Corvetto o Gratosoglio, un neonato su due ha almeno un genitore straniero. Si tratta di comunità spesso ben integrate, ma che vivono condizioni economiche precarie e si concentrano in aree a basso costo abitativo.

Accanto a questo, le periferie registrano una maggiore presenza di famiglie monoreddito o monoparentali, spesso con madri sole che lavorano part-time o in occupazioni saltuarie. “Le persone che vediamo sono famiglie principalmente di origine straniera e nella stragrande maggioranza lavora solo un membro,” spiega Numerati. Questa condizione espone a vulnerabilità: basta un imprevisto, una malattia o la perdita del lavoro per scivolare rapidamente nella povertà.

Un fenomeno che amplifica queste fragilità è la “desertificazione commerciale”: molti quartieri hanno perso botteghe e negozi di prossimità, sostituiti da grandi catene o lasciati sfitti, riducendo la vitalità dei rioni e aumentando la percezione di abbandono. La frammentazione sociale alimenta anche insicurezza percepita, anche se i dati sui reati non mostrano incrementi significativi.

Anche i giovani subiscono le conseguenze di queste disuguaglianze. Circa il 20% dei ragazzi tra i 15 e i 29 anni a Milano rientra nella categoria dei NEET (Not in Education, Employment or Training), con concentrazione nelle periferie come Comasina e Quarto Oggiaro. Come sottolinea Luca Giunti, autore del report “Giovani e periferie” di Polis, “Milano presenta degli indicatori in media tendenzialmente meno allarmanti rispetto ad altri comuni capoluogo di città metropolitana, sul fronte del disagio socio-educativo”. Tuttavia, in alcune zone periferiche la quota di giovani in uscita precoce dall’istruzione può superare il 20%, con valori “in linea o superiori alle grandi città del Sud, ad esempio Triulzo Superiore e Parco Monluè - Ponte Lambro, al 28% circa”.

Il disagio giovanile è multidimensionale: economico, educativo e spesso psicologico. Giunti osserva che “chi nasce in un contesto svantaggiato, se non c’è una rete educativa a sopperire a questo svantaggio, è probabile che ricada in una condizione di disagio educativo, visibile nei fenomeni di dispersione, apprendimenti insufficienti e abbandono scolastico”. Anche il caro casa contribuisce a ridurre le opportunità disponibili per i giovani, incidendo sul reddito delle famiglie.

A Quarto Oggiaro, spiegano gli operatori, dopo il 2020 qualcosa è cambiato. “Dal 2020 in poi abbiamo osservato che la fascia di preadolescenti e adolescenti fa molta più fatica a stare in relazione e a gestire le proprie emozioni, il proprio mondo interiore”, racconta Numerati. “C’è stato un anno che ogni due per tre arrivava un’ambulanza per un attacco di panico a scuola”.

La qualità dei servizi locali può però attenuare questi svantaggi. Giunti spiega: “Se una famiglia svantaggiata ha l’opportunità di iscrivere i propri figli in scuole che funzionano, e nel quartiere c’è una rete sociale ed educativa forte, gli svantaggi di partenza difficilmente potranno essere annullati, ma possono essere almeno ridotti”. Per questo, “investire sull’insieme di servizi pubblici e su quella rete socio-educativa che può migliorare la condizione di chi nasce in una famiglia in partenza svantaggiata è il principale strumento di contrasto alle disuguaglianze esistenti”.

Milano continua a correre. Ma come dice Acerbi, per non lasciare indietro nessuno, è fondamentale che il prendersi cura della periferia diventi responsabilità collettiva, e che ci siano presidi permanenti di sostegno, non solo interventi occasionali.

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse”

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