Dopo l’allarme di Orsini

Lavoro, tra denatalità e mismatch: ecco dove le aziende assumono (e spesso non trovano)

Nei primi tre mesi del 2025 previsti 1,4 milioni di ingressi. Ma uno su due è difficile. In affanno la manifattura, mancano competenze tecnico-scientifiche. Meno giovani e fascia centrale della forza lavoro (35-49 anni).

di Claudio Tucci

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5' di lettura

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C’è la crisi demografica che morde, uno sviluppo tecnologico sempre più rapido, e una profonda trasformazione dei modelli produttivi. Nei cambiamenti epocali che sta attraversando anche il mercato del lavoro, si amplia un fenomeno che continua da anni: le imprese non riescono a trovare i talenti necessari. Il nuovo sasso nello stagno lo ha lanciato il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, intervenendo sabato 25 gennaio a un evento organizzato a Milano da Forza Italia dedicato all’industria.

L’allarme di Orsini

«Il problema della natalità - ha spiegato Orsini - non sarà solo un problema italiano: il tema è che oggi 700mila persone vanno in pensione e abbiamo 400mila neonati. Già oggi abbiamo bisogno di 100mila persone di forza lavoro in più quindi questo è un tema che per noi sarà fondamentale».

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Oltre due aziende su tre a caccia di lavoratori

Secondo la stessa Confindustria, in un focus sulle difficoltà assunzionali, il problema «non è più trascurabile». Oltre due terzi delle aziende italiane con ricerche di personale in corso, il 69,8% per l’esattezza, incontra ormai significative difficoltà di reperimento delle competenze necessarie. I dati Excelsior di Unioncamere e ministero del Lavoro documentano che le difficoltà dichiarate dalle imprese si sono intensificate: riguardavano il 26% delle assunzioni previste nel 2019, prima della pandemia, mentre hanno superato il 45% nel 2023 (a gennaio, il dato mensile, parla di un balzo, al 49,4%). Il mismatch ha un peso economico: nel 2023 ha fatto perdere alle imprese circa 44 miliardi di mancato valore aggiunto, una cifra pari a quasi 2,5 punti di Pil (fonte Excelsior).

Dove c’è lavoro (e dove manca)

Sempre secondo Excelsior, gli ultimi dati mensili, sono oltre 497mila i lavoratori ricercati dalle imprese a gennaio e circa 1,4 milioni per il primo trimestre dell’anno. A guidare la domanda di lavoro sono le imprese turistiche che programmano nel mese +16mila assunzioni rispetto a gennaio 2024 (pari a circa 67mila entrate), seguite dal commercio con +2mila unità (con oltre 77mila entrate). In flessione, invece, le previsioni dell’industria manifatturiera e dei servizi alle imprese (entrambi -12mila unità). Dal Borsino delle professioni sono difficili da reperire sul mercato - nel gruppo delle professioni intellettuali e scientifiche - gli analisti e specialisti nella progettazione di applicazioni (62,1%) e gli ingegneri (58,5%), mentre tra le professioni tecniche si segnalano i tecnici della gestione dei processi produttivi di beni e servizi (67%) e i tecnici della salute (66,3%). Nel gruppo delle professioni qualificate nelle attività commerciali e nei servizi risultano di più difficile reperimento gli operatori della cura estetica (59,8%) e le professioni qualificate nei servizi sanitari e sociali (55,9%). Gli operai specializzati nell’installazione e manutenzione di attrezzature elettriche/elettroniche (75,5%) e i fonditori, saldatori, lattonieri, calderai, montatori di carpenteria metallica (74,5%) sono le professioni con la più elevata difficoltà di reperimento tra gli operai specializzati, mentre per i conduttori si contraddistinguono gli operai addetti a macchinari dell’industria tessile e delle confezioni (67,9%) e gli operai addetti alle macchine automatiche e semiautomatiche per lavorazioni metalliche (65,6%).

Le competenze che mancano

Le difficoltà nelle selezioni riguardano soprattutto le competenze tecniche (complessivamente segnalate dal 69,2% delle imprese) e le mansioni manuali (nel 47,9% dei casi a livello nazionale e nel 58,9% nel settore industriale). In due terzi dei casi le difficoltà vengono riscontrate nella ricerca di competenze funzionali alla transizione digitale, in quasi un terzo dei casi se funzionali a una maggiore internazionalizzazione dell’impresa, nel 15% circa dei casi in funzione della transizione green.

L’allarme demografico

L’allarme potrebbe addirittura peggiorare a breve. Sulla base delle proiezioni demografiche Istat e dell’espansione economica attesa, si stima infatti che in Italia, nel quinquennio 2024-28 (a parità di tasso di occupazione, 61,5% nel 2023) il mismatch quantitativo potrebbe ampliarsi di 1,3 milioni di unità, quale somma del calo dell’offerta di lavoro di oltre 520mila unità e di un fabbisogno di occupazione aggiuntiva di circa 815mila.

Si riduce la fascia centrale della forza lavoro, i 35-49 anni

Secondo gli ultimi dati elaborati dal Cnel, l’Italia ha un indice di dipendenza degli anziani (rapporto tra 65 e più su popolazione tra i 20 e i 64 anni) che ha superato il 40% e si trova di circa 14 punti percentuali sopra la media Ue-27. Secondo le previsioni Eurostat potrebbe continuare a salire fin oltre il 65%. L’indice di dipendenza economica (inattivi di 65 anni e oltre su occupati tra i 20 e i 64 anni) ha superato il 60%, anch’esso circa 14 punti percentuali sopra la media europea. Il problema non è l’aumento del numeratore, legato all’aumento della longevità (sfida comune a tutte le economie mature avanzate), quanto la maggior riduzione del denominatore. Il numero complessivo di occupati nella fascia 35-49 è sceso da circa 10,5 milioni nel 2014 a meno di 8,8 milioni del 2024. I residenti in Italia nella fascia di età tra i 25 e i 34 anni sono circa 6,2 milioni. Negli ultimi vent’anni sono diminuiti di circa 2,3 milioni (erano oltre 8,5 milioni nel 2004). Nello stesso periodo gli occupati in tale fascia d’età sono scesi da 6 milioni a circa 4,2 milioni (quelli nella classe più ampia 15-34 da oltre 7,5 milioni a meno di 5,5 milioni). La popolazione nella fase di entrata in età adulta non è mai stata così demograficamente debole nella storia del nostro paese.

Il caro affitto

A complicare (se possibile) questo quadro e a mantenere elevate le difficoltà nelle selezioni, specie nei territori del Centro e Nord Italia, contribuisce anche il “caro affitto”. Prezzi delle case troppo alti rispetto alla produttività creano una barriera anche in zone dove vi è alta domanda di lavoro per i lavoratori che potrebbero essere disposti a trasferirsi in queste aree. A Milano, ad esempio, ha calcolato il Csc, il canone di affitto mensile standardizzato per un’abitazione di 60 mq supera la media nazionale del 70%, mentre la produttività del lavoro è più alta solo del 40%. Questo significa che le differenze nei costi di alloggio sono sproporzionate rispetto alle differenze di produttività e, poiché salari e produttività tendono ad allinearsi, il risultato è un costo abitativo proibitivo che scoraggia la mobilità dei lavoratori. Il problema si manifesta anche a Como, Venezia, Bologna, Firenze e Roma.

Le ricette in campo

In attesa che governo e politica si rendano davvero conto dell’emergenza e mettano in campo misure importanti e di lungo periodo le ricette sono chiare e passano da un aumento del tasso di occupazione; ma anche da un maggiore afflusso, in legalità, di lavoratori stranieri; da più formazione continua (quasi due terzi delle imprese che segnalano difficoltà di reperimento, il 64,3%, intraprende azioni formative per farvi fronte), a un sempre più forte coinvolgimento delle aziende in programmi educativi sul territorio (Its Academy, scuola-lavoro, e cosi via), una strada quest’ultima seguita da più di un quarto del totale delle imprese (28,5%), oltre la metà (50,7%) tra quelle più grandi.

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