Palantir e i fondi scardinano la Difesa. Serve un modello di mercato alternativo
di Claudio Antonelli
di Roberto Bongiorni
4' di lettura
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Il nome è sempre lo stesso: Land Grabbing, ovvero l’accaparramento delle terre fertili. Ma il significato che gli viene dato, e le conseguenze che vengono evidenziate, variano a seconda dei punti di vista. È quasi un “furto” di terre coltivabili, in nome del profitto o dell’accaparramento di cibo, accusa chi vuole enfatizzare l’effetto che questo tipo di compravendita produce sulle popolazioni che vivono e lavorano da generazioni su queste terre e ne vengono espropriate.
È uno dei tanti, e forse più evidenti, effetti del cambiamento climatico, precisa chi punta il dito contro i Paesi ricchi ma aridi, dediti ad acquistare terre agricole per poi spremerle ed esportare vegetali e frutta nei propri mercati.
È l’ultimo colpo inferto alla biodiversità, che si riduce inesorabilmente e facilita la strada alla diffusione di nuovi virus, lancia l’allarme chi è più attento non solo alla sopravvivenze di flora e fauna, ma anche alla cronaca di questi mesi. È, infine, l’impoverimento graduale ed inesorabile dei terreni provocato da queste gigantesche mono-culture, che agevolano e accelerano il cammino verso le desertificazioni
Il Land grabbing non è solo questo, ma è anche questo. Ed è soprattutto un fenomeno che richiede l’attenzione della comunità internazionale. Prima che sia troppo tardi. Ward Anseeuw conosce bene il fenomeno. Economista e analista politico, ricercatore presso l’Agricultural Research Centre for International Development (CIRAD), presta la sua opera come specialista senior presso l’International Land Coalition (Ilc) .«Dal 2000, da quando monitoriamo il fenomeno – ci spiega – sono stati oggetto di compravendita 33 milioni di ettari di terre fertili. Con una netta accelerazione tra il 2009 ed il 2011. Ora il fenomeno sta rallentando. Per diverse ragioni. Sono state sopravvalutate le possibilità di profitti, e sottovalutate le difficoltà di realizzazione. Ma occorre una netta inversione di tendenza se vogliamo avvicinarci ad un ambiente sostenibile».
Giusto un confronto; 33 milioni di ettari sono in pratica una superficie più grande di tutta l’Italia. La corsa all’acquisto ha accelerato nel 2007, quando la crisi dei prezzi dei prodotti agricoli ha posto in modo drammatico l’accento sul problema della sicurezza alimentare nei Paesi ricchi, mettendo in luce le grandi opportunità economiche ancora presenti nei Paesi in via di sviluppo.
Gli investimenti agricoli decollarono. Trascinandosi dietro, e non è una novità, fondi e speculatori. In soli dieci anni, dal 2008, l’anno dello scoppio della crisi finanziaria, al 2017, il fenomeno del Land grabbing è cresciuto del 1000 per cento. Terreni usati per coltivare, e poi esportare cibo, per i biodiesel, o come nuovo strumento per macinare profitti. Ma anche per progetti di estrazione mineraria, progetti industriali e turistici, urbanizzazione. A farne le spese, spesso, è il manto forestale. E le biodiversità.