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La polveriera del Sahel porta un record di migranti nelle Canarie

Prima emigravano dal Maghreb, ora fuggono dal Sahel, dicono i dati della sicurezza nazionale. Il numero di richiedenti asilo dal Mali (+726 per cento) e dal Senegal (+254 per cento) è aumentato vertiginosamente nel 2024

di Lola García-Ajofrín (ElConfidencial), Alberto Magnani (Il Sole 24 Ore)

 Sahel (Photo by Philippe ROY / Aurimages via AFP)

8' di lettura

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I feriti – a volte persino con arti amputati – che arrivano nei centri di accoglienza della Commissione spagnola per l’aiuto ai rifugiati (CEAR) hanno un profilo diverso rispetto a prima. Di solito hanno due caratteristiche: i richiedenti asilo – le persone che cercano protezione internazionale – sono sempre più numerosi, e una percentuale molto elevata proviene dal Mali, spiega Raquel Santos, direttrice dei programmi della CEAR, a El Confidencial. “Sono ragazzi davvero vulnerabili, arrivano molto provati” da tutto ciò che hanno sofferto durante il viaggio, continua Santos. In molti casi, dice, “quello via mare è solo una piccola parte del tragitto che hanno compiuto”. A questa vulnerabilità si aggiunge il loro livello di alfabetizzazione, che li porta a essere doppiamente stranieri ed estranei. Nel 2023 si è verificato “un cambio di paradigma” rispetto al tipo di persone che arrivano in Spagna via mare, secondo quanto rivela il rapporto 2024 del dipartimento della sicurezza nazionale (DSN), pubblicato il 22 maggio. Prima erano per lo più magrebini, soprattutto marocchini, mentre ora fuggono dai paesi del Sahel, quella vasta fascia di territorio semidesertico che fa da “frontiera” tra l’Africa del nord e l’Africa subsahariana. Questa tendenza è iniziata nel 2023 e si è consolidata nel 2024. Nei primi mesi del 2025, la nazionalità principale dei richiedenti asilo rimane quella maliana, anche se gli arrivi sono diminuiti.

Più di 15mila maliani sono fuggiti in Spagna

Nel 2024 sono arrivati sulle coste spagnole 15.261 maliani. Dopo il Mali, i paesi di provenienza più rappresentati sono stati Senegal (11.864), Algeria (9.552), Marocco (6.945), Repubblica di Guinea (3.890), Mauritania (2.804), Gambia (2.545), Costa d’Avorio (1.006), più altri paesi subsahariani (5.185). Nel complesso, quindi, nel 2024 gli arrivi dall’Africa subsahariana sono passati dal 62 al 72 per cento del totale. Il 2024 ha fatto anche registrare cifre record di arrivi via mare in Spagna, il numero più consistente dal 2018. Se nel 2014 erano arrivate in modo irregolare 4.552 persone via mare e 7.068 via terra, nel 2024 sono state 61.372 via mare e 2.647 via terra, con un aumento del 10,3 per cento degli arrivi via mare rispetto all’anno precedente (55.618 nel 2023). La maggior parte (oltre il 73 per cento) è arrivata alle Isole Canarie. Si tratta di un dato superiore a quello di quasi due decenni fa, quando nel 2006 si verificò la cosiddetta “crisi dei cayucos”, dal nome delle imbarcazioni utilizzate dai pescatori del Senegal e della Mauritania. L’esplosione delle richieste di asilo da parte di persone provenienti dal Mali e dal Senegal riflette due fenomeni migratori distinti. La migrazione dal Mali deriva da una crisi più ampia che si sta sviluppando nella parte occidentale del Sahel, intrappolata fra instabilità politica, violenza e insicurezza alimentare, oltre alle conseguenze dei cambiamenti climatici. Il Mali e i suoi due vicini, Burkina Faso e Niger, si trovano in un circolo vizioso simile, tra l’aumento della violenza dei gruppi armati affiliati alle reti jihadiste e la risposta indiretta a questi ultimi attraverso i colpi di stato delle giunte militari, sempre giustificati con la scusa di frenare la proliferazione dei gruppi terroristici, e gestiti male da governi corrotti e proni agli interessi occidentali. Ad aprire la strada è stato il Mali, con i colpi di stato del 2020 e del 2021, seguito rapidamente dal Burkina Faso (2022) e dal Niger (2023). La controffensiva messa in atto dai militari non sembra molto efficace. Il Burkina Faso ha registrato da solo sul proprio territorio un quinto delle vittime del terrorismo inserite nell’Indice Globale del Terrorismo, un rapporto annuale elaborato dall’Istituto per l’Economia e la Pace. La situazione non è migliore in Niger e nello stesso Mali. L’Africa occidentale è diventata l’epicentro degli attentati terroristici nel mondo.

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“Burkina Faso, Mali e Niger sono tra i 10 paesi più colpiti dal terrorismo nel mondo, secondo l’Indice Globale del Terrorismo 2024”, sottolinea Ottilia Anna Maunganidze, dell’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza (ISS). E, come spiega Maunganidze, l’estremismo violento “ha un impatto diretto sui mezzi di sussistenza delle persone, che possono essere costrette ad abbandonare la loro terra”. La diffusione di questi regimi non sta influenzando direttamente i flussi migratori, tuttavia il loro “fallimento nel mantenere le promesse di maggior sicurezza e protezione può essere considerato un fattore che spinge le persone a migrare”, continua Maunganidze. L’insicurezza politica ed economica si intreccia al progressivo impoverimento dei raccolti agricoli, accelerato dai cambiamenti climatici, che causa migrazioni o sfollamenti.

La maggior parte degli sfollati rimane in Africa

Il conflitto in corso nella regione del Sahel centrale (Burkina Faso, Ciad, Mali e Niger), esacerbato dalla crescente crisi climatica, ha causato oltre cinque milioni di sfollati, secondo l’UNHCR, in coincidenza con il numero record di arrivi alle Canarie. Tuttavia, la maggior parte degli sfollati del Sahel è migrata “all’interno dell’Africa”, sottolinea Maunganidze.

Solo nella prima metà del 2024, circa 130mila maliani hanno cercato rifugio in Mauritania. E dal 2021 più di 150mila persone del Burkina Faso hanno chiesto asilo nei paesi della regione. A sua volta, in Burkina Faso, il numero di sfollati interni, con limitate possibilità di ritorno, potrebbe raggiungere i 3,65 milioni entro la fine del 2025.

Cambiamento delle rotte (più arrivi alle Canarie)

In questo contesto, anche le rotte migratorie sono cambiate. Nel 2024 la Mauritania è stata il principale punto di partenza per raggiungere la Spagna via mare, con oltre 25mila persone, lo stesso numero del Marocco e dell’Algeria messi insieme, secondo il DSN. Migliaia di persone che prima attraversavano il mar Mediterraneo dal Nord Africa in cerca di un futuro in Europa, ora, su consiglio dei trafficanti, tentano la traversata atlantica dalla Mauritania e dal Senegal verso le Canarie. Così, le partenze dalla rotta del Mediterraneo centrale sono diminuite del 59 per cento tra il 2023 e il 2024, mentre nell’Atlantico sono aumentate vertiginosamente. E le reti della tratta di esseri umani in Senegal e Mauritania si sono professionalizzate. Questo cambiamento delle rotte è stato in parte causato dalla recrudescenza del conflitto nel nord del Mali. Nell’agosto del 2023 sono tornate a scontrarsi le due parti che avevano firmato gli accordi di pace del 2015: le forze maliane, sostenute dai paramilitari russi del gruppo Wagner (che all’inizio di giugno del 2025 ha annunciato il ritiro dal Mali), e i movimenti ribelli del nord del paese. Il cambiamento delle rotte è inoltre una conseguenza dell’inasprimento delle politiche migratorie della Tunisia dopo i negoziati con l’Ue e delle segnalazioni di abusi in Libia, spiega un rapporto della Global Initiative Against Transnational Organized Crime.

Oltre 10mila morti sulla rotta più letale

E così le Canarie sono diventate la rotta marittima più attiva e mortale per raggiungere l’Europa. 10.457 persone sono morte nel tentativo di raggiungere la Spagna via mare nel 2024, secondo Caminando Fronteras. 9.757 di queste morti sono avvenute nell’Atlantico, la rotta più letale al mondo. Ai morti in mare “bisogna aggiungere i morti nel deserto”, afferma Augustin Prince, un camerunese di 24 anni che è fuggito dal suo paese durante le proteste nelle regioni anglofone del Camerun e, dopo un viaggio di quasi un anno, una volta arrivato in Spagna, è passato per le strutture della CEAR. Nel deserto del Niger ha visto morire uno dei ragazzi con cui viaggiava. Ha raccontato la sua storia nel libro El viaje de Prince.

Allo stesso tempo, sulle coste spagnole arrivano sempre più donne “con molti profili di violenza”, spiega Lidia Hernández, coordinatrice statale per l’assistenza umanitaria o azione umana. “Molte hanno subito violenze sessuali, violenze durante il viaggio, mutilazioni genitali femminili”, aggiunge Santos. Il diverso profilo delle persone che arrivano ha anche fatto aumentare le richieste di protezione internazionale in Spagna. Dopo la Germania, la Spagna è il secondo paese dell’Ue a ricevere il maggior numero di richieste di asilo (165.398), secondo il ministero dell’interno. In totale, i maliani hanno presentato circa 17mila domande di asilo nell’Ue+, più del doppio rispetto al 2023. La maggior parte delle richieste di cittadini maliani nell’Ue sono state presentate in Spagna (10.650), seguita dall’Italia (3.258) e dalla Francia (2.772). Anche le domande dei senegalesi (14.000) in Europa sono raddoppiate rispetto all’anno precedente. Tuttavia, in prospettiva, il numero dei rifugiati maliani in Europa è dieci volte inferiore a quello dei cittadini siriani, che continuano a essere i più numerosi tra i richiedenti asilo in Europa, nonostante la caduta del regime di Al Asad (dicembre 2024) abbia segnato un cambiamento significativo. Alcuni paesi hanno temporaneamente sospeso l’esame delle domande di asilo siriane e circa 270mila siriani sono tornati nel loro paese all’inizio del 2025, nonostante l’UNHCR abbia messo in guardia dal pericolo di rimpatri forzati. Anche le domande degli afghani sono diminuite, secondo l’Agenzia europea per l’asilo (EUAA).

Un quarto dei rifugiati arriva in aereo

Un quarto delle domande di asilo nell’Ue+ è presentato da cittadini di paesi che non richiedono un visto, ovvero che arrivano in aereo. Siriani, afghani, turchi, venezuelani e colombiani sono stati, in ordine, i cittadini che hanno presentato più domande di asilo in Europa. Per il terzo anno consecutivo, sono state presentate circa un milione di domande di asilo nell’Ue+. Nel caso della Spagna, nel 2024 è diminuita la percentuale di colombiani che hanno chiesto asilo (-25 per cento), ma è aumentata quella dei maliani (+726 per cento) e dei senegalesi (+254 per cento).

“Spesso non sanno che il motivo per cui hanno lasciato il loro paese può dare diritto a una richiesta di protezione internazionale”, precisa Santos, che spiega che, una volta attivati i servizi di emergenza, queste persone possono trascorrere fino a sei mesi in un centro di accoglienza della CEAR, prima di integrarsi nella società. Questi sei mesi sono una corsa contro il tempo, durante la quale si pensa a soddisfare innanzitutto i bisogni primari, cioè l’alimentazione e l’assistenza sanitaria. In un secondo momento interviene un team di psicologi, avvocati e assistenti sociali. I richiedenti devono sfruttare il tempo trascorso nei centri di accoglienza per seguire corsi di formazione linguistica e professionale.

La sovrapesca minaccia l’occupazione in Senegal

In Senegal non è il jihadismo, ma la pesca a spingere i giovani ad andarsene. Qui, i motivi più comuni per emigrare sono la povertà e la mancanza di lavoro, in un clima di tensione verso le autorità, che si è tradotto nella vittoria elettorale del tandem formato da Sonko, il principale leader dell’opposizione, e Faye, il suo numero due. Nel marzo del 2024, dopo tre anni di proteste, i senegalesi hanno eletto presidente Bassirou Diomaye Faye, un ex ispettore fiscale antisistema che si è presentato con un programma di rottura e promesse di trasparenza.

Nei giorni precedenti il voto, nelle strade di Dakar si respirava un’aria di cambiamento, che è esplosa in un tripudio di gioia all’annuncio dei risultati. Oggi l’entusiasmo è svanito, a causa della linea più moderata di Faye e Sonko, mentre il malcontento dovuto alla povertà persiste e una nuova emergenza chiama in causa l’Europa: la cosiddetta sovrapesca, che minaccia le risorse ittiche locali. Secondo un rapporto degli Stati Uniti, un senegalese su sei lavora nel settore della pesca. Per il momento, il nuovo governo senegalese non ha rinnovato l’accordo di pesca firmato con l’Ue che, dal 2019, permetteva alle navi europee di pescare nelle acque senegalesi. In questo angolo d’Africa, la pesca industriale straniera, in costante aumento, ha “un impatto ambientale e socioeconomico crescente”, secondo un rapporto della Environmental Justice Foundation. I pescatori artigianali sono particolarmente colpiti da metodi distruttivi come la pesca a strascico, la pesca intensiva e la sovrapesca illegale praticata dalle flotte industriali europee e cinesi. Queste flotte, che spesso operano nell’ambito di accordi congiunti poco trasparenti, esauriscono le riserve ittiche e aggravano l’insicurezza alimentare“. ”Mi dà molto fastidio quando [le nazioni straniere] si lamentano dell’immigrazione, perché sono loro i veri pirati e quello che hanno fatto è peggio dell’immigrazione clandestina”, critica Karim Sall, presidente di AGIRE, un’organizzazione senegalese che opera nell’area marina protetta di Joal-Fadiouth. “Noi rischiamo la vita per andarcene, e loro vengono qui a rubarci il pesce”, si lamenta. Per Sall, “è un furto”, perché, dice, “saccheggiano le nostre risorse per sfamare i loro abitanti mentre noi soffriamo”. 

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse”

Riproduzione riservata ©
  • Alberto Magnani

    Alberto MagnaniCorrispondente

    Luogo: Nairobi

    Lingue parlate: inglese, tedesco

    Argomenti: Lavoro, Unione europea, Africa

    Premi: Premio "Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015" di Agrofarma Federchimica e Fondazione Veronesi; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"

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