La nascita della giustizia come pratica politica
La figura di Papa Gregorio VII rappresenta uno snodo cruciale nel nostro viaggio intorno all'idea di giustizia, che non si può dire interamente articolata finché non siano state rese esplicite le sue conseguenze per la teoria della politica
di Vittorio Pelligra
5' di lettura
5' di lettura
“Non esiste contrasto più profondo tra quello che divide una qualsiasi concezione greca della giustizia del quinto e quarto secolo da una qualsiasi concezione liberale moderna tipica sull'ambito della giustizia”. Così si esprime Alasdair MacIntyre nel suo Who's Justice, Which Rationality (University of Notre Dame Press, 1988, 180). Siamo andati a fondo di questa differenza quando, nelle settimane scorse, abbiamo affrontato il passaggio dall'idea greca di giustizia “locale” a quella romana e cristiana di giustizia “cosmopolita” e “universale”.
“Per un liberale moderno - continua MacInryre - le norme della giustizia devono governare le relazioni fra esseri umani in quanto tali; il fatto che le parti in gioco […] provengano da società politiche differenti o siano divise da legami di altro tipo non rende affatto la giustizia irrilevante. Invece, per Aristotele, la giustizia propriamente detta viene esercitata tra cittadini liberi e uguali nella stessa polis e sebbene la giustizia possa essere in gioco in alcuni modi circoscritti in altre relazioni […] nei trattati commerciali o militari, nelle relazioni con le mogli, i figli e gli schiavi, in generale l'ambito della giustizia viene definito dai confini di questa polis particolare” (ibid.). La giustizia che ci si può aspettare regoli i rapporti tra i cittadini maschi e liberi della propria comunità non necessariamente, per i greci, si applica alle relazioni con le donne, gli schiavi e gli stranieri, nei commerci o in guerra. Una mutazione radicale interviene a riguardo inizialmente con gli stoici e Cicerone e la loro concezione della kosmopolis, la città cosmopolita composta dai cittadini che detengono diritti indipendentemente dalla loro localizzazione geografica. “La mia polis e la mia Patris è Roma […] ma in quanto essere umano è il cosmo” scrive significativamente a riguardo Marco Aurelio.
La mutazione successiva è ancora più radicale. Con San Paolo, l'“apostolo delle genti”, tutte le “genti”, e soprattutto con Agostino di Ippona l'idea di giustizia viene declinata in termini universali. Universalità che scaturisce dall'uguaglianza degli uomini tra di loro definita, a sua volta, sulla base alla comune figliolanza del Padre Celeste che ci rende tutti, non solo uguali, ma fratelli. Il luogo delle relazioni giuste si trasforma così dalla ristretta polis, alla kosmopolis globale, fino alla civitas Dei universale.
La Chiesa come città universale dell’uomo
Questa visione teologica e filosofica della giustizia universale elaborata da Agostino trova uno sviluppo politico nel pensiero e soprattutto nell'azione di Ildebrando di Soana che nel 1073 assurgerà al soglio pontificio con il nome di Gregorio VII. Gregorio fu un riformatore all'interno della Chiesa e uno strenuo difensore delle sue prerogative nei confronti delle ingerenze del potere imperiale. La sua azione teologica e, contemporaneamente, di implementazione politica si mosse lungo quattro direttrici principali.
La prima, come si diceva, interna alla Chiesa stessa. Il progetto di Gregorio era quello di plasmare e governare la Chiesa in modo da renderla concretamente la città universale di ogni uomo. Le sfide più radicali che all'epoca minacciavano questa visione venivano dalla diffusa della pratica della “simonia”, la compravendita di cariche ecclesiastiche, da un diffuso “nicolaismo”, la presenza frequente, cioè, di preti sposati o concubinari e da forti ingerenze del potere secolare che venivano esercitate nei confronti dei vescovi attraverso le lusinghe del denaro e dei privilegi. Tutte minacce, queste, alla stessa libertà d'azione della Chiesa che entra, per questo, in un acceso conflitto politico con l'Imperatore Enrico IV.









