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Alla scoperta del vudu e della memoria storica del Dahomey: un viaggio tra cultura, colonialismo e identità

Un racconto che intreccia un viaggio in Africa occidentale con la riscoperta del vudu, la storia della tratta degli schiavi e le complesse dinamiche culturali e politiche del Benin.

di Lara Ricci

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È il 30 settembre 1975 quando, con undici anni di ritardo, Ascanio riceve la risposta di “sua maestà” Dah René Aho Glélé, nipote diretto dell’ultimo re del potente regno del Dahomey. Promettendo di «far comprendere al mondo civilizzato i modi che utilizza la natura per tenere il mondo in equilibrio» e di presentare loro «le possibilità del mondo invisibile» Aho Glélé, che era anche capo vodun, accetta la proposta di Ascanio, che voleva girare un film sul vudu, «una cultura poco conosciuta e molto travisata, ridotta agli zombie e alle bambole con gli spilloni della magia nera», scrive Maria Pace Ottieri nel suo ultimo libro La prima volta che siamo stati bianchi. 

Una cultura che il regno, tristemente noto per il commercio degli schiavi, aveva diffuso nel mondo insieme alle persone rapite e vendute, specialmente nelle Americhe: in Brasile, nei Caraibi, in Luisiana, dove resiste ancora in una forma diasporica, sincretica, come la santeria cubana, il candomblé brasiliano, il vodou haitiano.

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È una storia vera quella che Ottieri racconta magistralmente in un testo che è insieme récit de voyage, reportage giornalistico, racconto antropologico, ma anche racconto di formazione - se per formazione si intende l’apertura dei protagonisti alla conoscenza del mondo, delle diverse culture e degli equilibri storici, sociali ed economici che lo determinano, oltre che di sé stessi. La storia di quando, cinquant’anni fa, si è trovata giovanissima a passare diversi mesi in Africa occidentale, come assistente di un enologo che avrebbe voluto fare l’etnologo, e una piccola troupe di italiani, tanto bravi a saltare sulle occasioni che gli si presentavano, quanto lo erano i loro ospiti.

Un’avventura in cui si erano gettati «come chi ruba di notte una barca e si spinge al largo, in un mare buio, sconosciuto e senza meta», il cui svolgimento ha raccontato mezzo secolo dopo, in una lingua leggera, luminosa e nitida, come lo sono i ricordi felici lontani, cambiando solo i nomi dei protagonisti italiani e ricostruendolo a partire dagli appunti, dalle immagini girate e scavando nella sua memoria, oltre che documentandosi sulle cronache di chi si era spinto in quelle terre a partire dal XVIII secolo: esploratori, militari, funzionari coloniali, impiegati delle agenzie commerciali francesi.

Un resoconto dunque dal punto di vista degli yovo, i bianchi, come è dichiarato oltre che inevitabile, ma consapevole della distorsione culturale e potremmo dire più in generale intersezionale che questo comporta, e proprio per questo anche un’interessante riflessione sulla possibilità e sulla modalità di comprensione reciproca.

Perché hanno «scelto proprio noi per rivelare al mondo i segreti del vudu»? si chiede ripetutamente Ascanio, in cui «la fede nell’invisibile era direttamente proporzionale al disincanto nei confronti dei fenomeni sotto gli occhi di tutti».

 Una sensibilità, la sua per il paranormale, che «non aveva nulla di spirituale, non aspirava a uscire dalla sfera della realtà materiale in nome di più alti e impalpabili ideali, era piuttosto dettata dal desiderio tutto terreno di estendere lo spettro delle forme di vita sperimentabili, di dominare insomma il misterioso intreccio delle corrispondenze tra l’aldiqua e l’aldilà». Una sensibilità che condivideva con il suo sodale Ulisse, la cui fertile immaginazione trasformava tutto, considerando lui «ogni perimetro assegnato una gabbia. E gli pareva meschino accontentarsi di quello che scorreva sotto gli occhi di tutti».

Chissà se - inizia a domandarsi anche tutta la troupe - questi segreti glieli riveleranno davvero? Per settimane, infatti, gli italiani restano bloccati dai permessi per filmare che non arrivano, mentre i legittimi discendenti del re iniziano a moltiplicarsi, ognuno con la sua versione dei fatti, e la prospettiva di un’immersione nella cultura sconosciuta del vudu pare in alcuni momenti prossima e in altri lontanissima.

Si scoprirà che uno dei motivi di tanta lentezza (che poi è anche quello che ha reso la loro impresa documentale, così come questo récit, ancor più importante) è che il vudu, già fiaccato dalla colonizzazione, anche religiosa e culturale, era di nuovo sotto attacco. Da poco, infatti, il Paese aveva cancellato il nome di Dahomey - che da regno era divenuto colonia francese - e aveva preso il nome di Repubblica popolare del Benin, in omaggio a un reame più vasto e antico; e il presidente, Mathieu Kérékou, che all’epoca si costruiva su una retorica marxista-leninista (o marxista-lassista, come già si ironizzava nella capitale), aveva messo al bando l’antica religione e le sue gerarchie.

Mentre i giorni caldissimi si susseguono tra «il culmine dell’ora che squaglia le coscienze» e il buio che cala di colpo, «come una saracinesca», l’obiettivo si allontana e si avvicina come un miraggio, frammentandosi in un gioco di specchi sempre più articolato, e la troupe, che può spostarsi nel Paese ma non filmare, inizia a conoscerlo in un modo che non è solo, anzi è sempre meno, razionale, ma empirico, epidermico, emotivo. I protagonisti scivolano lentamente nel tempo africano e diventano via via meno indifferenti al significato nascosto dietro a un pitone immobile di traverso alla strada o ai gruppi di feticci all’ingresso dei villaggi, «una popolazione a sé stante di creature patetiche, fragili, esposte, con i loro tratti umani appena abbozzati, gli occhi di conchiglie, la ferraglia intorno, le incrostazioni di olio di palma, di giallo d’uovo, del nero del sangue sacrificale». Feticci che erano «una cosa-dio, un’idea cosa, un po’ come l’opera nell’arte concettuale occidentale».

Non scriveremo qui se e come il vudu svelerà i suoi segreti agli occhi dei bianchi, non volendo rovinare la suspense che pervade sapientemente il racconto. Un racconto che riesce a inquadrare un Paese che è stato uno degli snodi della modernità, sviluppatasi anche per mezzo della tratta atlantica, nella quale «convergevano gli interessi delle classi dirigenti dei due continenti».

Una città, quella di Abomey, dall’«atmosfera cupa e arcana» che allora «ricordava ad ogni passo l’odiosa piaga della schiavitù, ma non la si nominava mai, quattro secoli di abominio non avevano ancora trovato il loro posto nella memoria del Paese, milioni di vite cancellate senza traccia, innumerevoli storie mai raccontate, un’incommensurabile sofferenza letteralmente inaudita perché muta». «Una fiacca messa in scena di cui gli europei avevano bisogno quanto i locali».

Quindici anni dopo, racconta Ottieri, tornata nel Paese, la tratta era apparsa nel dibattito culturale, ma «le differenze tra le vittime e i carnefici apparivano sfocate, se non addirittura cancellate nel nome di una nuova comunità omogenea».

Il porto di Ouidah, da cui furono imbarcati centinaia di migliaia di schiavi, si mostrava trasformato in un luogo di “turismo della memoria” dove i discendenti di quegli uomini e di quelle donne venivano alla ricerca delle loro origini e una statua del negriero brasiliano Francisco Féliz de Souza, descritto come «grande mercante e costruttore» era posta nella piazza a lui dedicata, proprio quella da cui si dirama la route des Esclaves che porta alla spiaggia: l’ultima strada che gli schiavi hanno percorso nella loro terra d’origine. Un luogo che è uno snodo simbolico cruciale ancora oggi, in cui la questione dell’identità è degenerata «in una rigida idea fissa in cui arroccarsi per difendersi dal rimescolamento del mondo».

Maria Pace Ottieri

La prima volta che siamo stati bianchi

Sellerio, pagg. 390, euro 15

Riproduzione riservata ©
  • Lara Ricci

    Lara Riccivicecaposervizio curatrice delle pagine di letteratura e poesia

    Luogo: Milano e Ginevra

    Lingue parlate: Inglese e francese correntemente, tedesco scolastico

    Argomenti: Letteratura, poesia, scienza, diritti umani

    Premi: Voltolino, Piazzano, Laigueglia, Quasimodo

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