Cooperazione sanitaria

Pressioni Usa su medici cubani in Calabria: la Regione sfida il blocco e cerca nuovi camici bianchi

L’amministrazione americana chiede l’interruzione del programma che ha portato negli ultimi due anni più di 400 sanitari dell’isola caraibica nella Regione. Occhiuto incontra Hammer e rilancia: ne servono altri 600, di qualunque nazionalità

di Donata Marrazzo

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A Polistena quella dei medici cubani è una piccola comunità ben integrata: negli ultimi due anni più di una ventina di loro, tra specialisti dell’emergenza, chirurghi, cardiologi, ematologi, radiologi, ginecologi, ortopedici, ha garantito il funzionamento del Santa Maria degli Ungheresi, ospedale al quale si rivolge l’intera Piana di Gioia Tauro. Più di 180mila utenti.

Linea dura di Trump su Cuba, ripercussioni in Calabria

Per questo, la disputa diplomatica sollevata dall’America è stata lì per lì una doccia fredda: la linea dura di Trump contro Cuba si ripercuote fino in Italia, anzi fino alla Calabria, con la pretesa che si interrompa l’impiego dei camici bianchi caraibici.

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Il diplomatico Mike Hammer, incaricato d’affari Usa a Cuba, ha incontrato il presidente della Regione Roberto Occhiuto, accompagnato da Terrence Flynn, console generale degli Stati Uniti d’America a Napoli.

Perché, mentre Hammer annuncia una possibile transizione pacifica fra Washington e L’Avana, lavora alla chiusura del programma di cooperazione sanitaria in Calabria. Contro la volontà del governatore, però. Che anzi, pur continuando a dialogare con gli Stati Uniti, annuncia che di medici cubani ne servono altri 600. Cubani, ma all’occorrenza, anche americani.

Occhiuto incontra Mike Hammer

«Ho detto ad Hammer che i medici cubani che stanno consentendo di mantenere aperti gli ospedali e i pronto soccorso della Calabria sono ancora una necessità per la nostra Regione – afferma Occhiuto - La mia priorità assoluta è quella di assicurare il diritto alla cura dei cittadini calabresi che già hanno un sistema sanitario in condizione di grande difficoltà». E visto che per tenere in vita il sistema sanitario calabrese servono altri camici bianchi, Occhiuto ora sonda nuove possibilità: «In ragione di una proficua collaborazione instaurata con il Dipartimento di Stato Usa e con il consolato americano, abbiamo deciso di verificare una strada alternativa per il reclutamento degli ulteriori medici, e lo abbiamo fatto anche attraverso la pubblicazione di una manifestazione di interesse che si rivolge a tutti i camici bianchi Ue ed extra Ue che vogliano venire a lavorare in Calabria. Ho spiegato ad Hammer che i medici stranieri sono assolutamente necessari, ma che la nostra Regione è disponibile ad accoglierli tutti, comunitari, extracomunitari, cubani non vincolati alla missione già esistente, che in autonomia vogliano venire a lavorare in Calabria, ed è disponibile a dare loro tutto il supporto logistico ed economico che abbiamo già garantito ai medici cubani che da qualche anno vivono da noi».

Una zuffa geopolitica

Così, la Calabria finisce al centro di una querelle internazionale. Ma che ha ancora il sapore di una zuffa geopolitica, ben lontana dalla realtà delle strutture ospedaliere calabresi, che senza i cubani avrebbero già chiuso, e da una quotidianità che, semmai, affratella cubani e locali: «Dottò, voliti u viniti o mari cu nnui? Ca ndi faci piaciri». Così i polistenesi la domenica invitano al mare i sanitari che non sono di turno nei reparti. E più o meno la stessa cosa accade durante le feste natalizie o per un compleanno. In caso di un incontro fortuito su via Trieste, che è il corso principale della cittadina, i medici dispensano consigli anche per strada.

«Ci chiamano fratelli»

«Si è creata una relazione fortissima fra noi e loro, abbiamo lo stesso senso di vicinanza, lo stesso altruismo, ci somigliamo tanto. Loro ci chiamano fratelli», spiega Francesco Trimarchi, vicepresidente del Comitato per la tutela della salute pubblica che di recente si è battuto contro la chiusura dell’ospedale per la grave carenza di medici: grazie a sit-in a oltranza e alla proposta del deputato di FI Francesco Cannizzaro, il comitato ha ottenuto l’approvazione di un emendamento al decreto milleproroghe, quello che ora garantisce la continuità assistenziale nei presidi ospedalieri, richiamando in servizio i medici con contratti temporanei fino ai 72 anni d’età. Un effetto tampone per l’immediato, che avvantaggia tutto il servizio sanitario, ma che non risolve il problema.

In Calabria sognando Cuba

«Appena arrivati qui, i medici cubani si sono messi alla ricerca di un’abitazione, volevano una casa, non una stanza d’albergo - racconta Trimarchi -. Per la copertura di queste spese ricevono un sussidio di 465 euro, che alla fine se ne va quasi tutto per l’affitto. Qualcuno è riuscito anche ad acquistare una piccola automobile, ma soprattutto ora comprano online pannelli solari e frigoriferi da spedire a Cuba. Sono preoccupati per quello che sta accadendo sull’isola. Sognano tutti, finita la missione, di tornare nel proprio paese».

Trattenute arbitrarie?

Il loro stipendio mensile di 4.700 euro lordi, incentivi a parte, viene versato su conti correnti italiani. In base al documento sottoscritto fra Regione e Comercializadora de Servicios Médicos Cubanos, l’ente anticipa a ogni specialista 1.200 euro come rimborso forfettario, oltre alle spese per l’alloggio e per i viaggi. Per alcuni parlamentari, trattenute arbitrarie e altre opacità rasentano forme di sfruttamento. Nel 2022 fu necessario fornire chiarimenti anche al consolato americano.

Chi resta, chi scappa

E fra i cubani c’è anche chi ha scelto di non tornare indietro, con tutte le conseguenze del caso. Come Gustavo, un anestesista, che si è sposato con una ragazza di Polistena, interrompendo quindi la sua missione. E così un ginecologo. Nel migliore dei casi, la sanzione prevede che per 8 anni i due professionisti non potranno rientrare a Cuba. Gustavo ora lavora in una struttura sanitaria sarda. Altri colleghi, invece, hanno semplicemente fatto perdere le proprie tracce.

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