Contro il pregiudizio

La lavanda dei piedi ai detenuti e la Porta Santa. L’attenzione per le carceri nel pontificato di Francesco

Papa Francesco è stato il Pontefice dell’apertura alle carceri, con un’attenzione verso chi ha sbagliato e, dietro le sbarre, paga e cerca di saldare il conto con la società

di Davide Madeddu

Il Papa è arrivato a Regina Coeli, visita privata ai detenuti

3' di lettura

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La lavanda dei piedi ai detenuti il Giovedì Santo, la Porta Santa aperta a Rebibbia nel nuovo complesso. E quella frase “perché voi e non io”. Papa Francesco è stato il Pontefice dell’apertura alle carceri, con un’attenzione verso chi ha sbagliato e, dietro le sbarre, paga e cerca di saldare il conto con la società. Una battaglia contro il pregiudizio ma anche, contro le derive populiste.

La testimonianza dei volontari

Parole che riecheggiano tra l’esercito dei volontari che quotidianamente presta servizio gratuitamente in carcere. «E’ stato guida e riferimento. Semplicemente con la sua amorevole attenzione e. la sua presenza fisica nelle carceri Bergoglio ha spalancato al mondo intero l’umanità sofferente che vive “ristretta” - dice Roberto Monteforte, ex vaticanista de L’Unità e oggi volontario a Rebibbia e coordinatore del notiziario Non tutti sanno-. Lo ha fatto con tanti gesti, in particolare celebrando negli anni del suo pontificato all’inizio della santa Pasqua il servizio della lavanda dei piedi del Giovedì Santo, in un carcere della capitale, o dove ha potuto». Nelle parole del Pontefice l’invito a mettere al centro, sempre, il rispetto della persona e la sua dignità, il suo diritto alla speranza e al futuro.

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L’invito a rompere gli schemi

«Con i suoi gesti papa Francesco ha invitato a rompere i meccanismi che portano a condannare senza appello e a uccidere la speranza - aggiunge Monteforte -. Per chi vive la realtà del carcere, Bergoglio è stato davvero il Papa della Misericordia e degli ultimi. Lo ha testimoniato con la sua vita. Il suo rapporto con la realtà carceraria è antico. Lo ha testimoniato lui stesso, quando ha ricordato di come, andando a trovare da vescovo di Buenos Aires i suoi “amici” detenuti, si facesse la domanda “Perché voi dentro e non io?”. Se la ripeterà sempre e lo farà spingendo tutti a riflettere sulla condizione umana, sulla possibilità che hanno tutti di commettere errori. Quindi di non farsi prigionieri dell’indifferenza e del preconcetto verso il mondo dei “ristretti”».

Dall’Arte alla Giudecca alla Porta Santa

E poi l’arte e la bellezza: «Ha voluto che entrassero nelle carceri: così il padiglione della Santa Sede alla mostra Biennale di Venezia dello scorso anno è stato allestito con le detenute all’interno del carcere femminile della Giudecca». E poi la forza dell’atto considerato più significativo di quest’anno, quello del Giubileo. «Bergoglio ha deciso che ci fosse una Porta Santa anche nel carcere di Rebibbia. Così la chiesa del Padre Nostro del Nuovo Complesso è divenuta la quinta Basilica papale, quella della “sofferenza”, della speranza e del perdono - continua Monteforte -. Un messaggio fortissimo, perché ha indicato tutti i carcerati come fratelli da amare e da accogliere».

La voce dei detenuti

Dietro le sbarre papa Francesco è stato «la voce dei detenuti e il padre più amato. Ha chiesto con determinazione rispetto per la dignità di ogni persona reclusa. Ha invocato umanità per le condizioni di vita disumane delle carceri e in questo anno di Giubileo ha chiesto ai governanti atti concreti di clemenza e di umanità. Non è stato ascoltato».

La preoccupazione per la detenzione

Impegno che andava anche oltre l’appuntamento consueto del Giovedì Santo. «Durante il suo dicastero con frequenza ha manifestato preoccupazione per le condizioni di detenzione, chiedendo anche provvedimenti di clemenza per le persone detenute - dice Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale -. Faccio un invito a tutti a leggere un discorso che nel 2014 papa Francesco rivolse agli studiosi di diritto penale a livello internazionale. Un discorso nel quale accusava i sistemi penali populisti di non guardare ai bisogni delle persone e di trasformare coloro che commettevano reati in nemici da maltrattare. Ecco, questo è il grosso pericolo dell’oggi e papa Francesco voleva che il carcere fosse l’extrema ratio della punizione. Non è un caso che l’ultimo momento pubblico vero lo abbia trascorso andando a trovare i detenuti nel carcere romano di Regina Coeli, un simbolo enorme di cui gli siamo veramente grati».

L’appello alla clemenza

Quindi l’appello perché «in ricordo del Papa i governi, a partire da quello italiano, facciano proprio l’appello per un atto di clemenza per le persone detenute».

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