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La guerra in Sudan ha fatto un ulteriore e drammatico salto di qualità. È entrata in una fase ancora più pericolosa dopo il suo sconfinamento in Ciad, un passaggio che alimenta nuove preoccupazioni sulla dimensione regionale del conflitto. L’esercito ciadiano ha accusato le Forze armate sudanesi (SAF) di aver colpito un convoglio all’interno del territorio nazionale. Secondo lo Stato maggiore di N’Djamena, l’attacco è avvenuto intorno alle 20 del 20 agosto nel dipartimento di Mourdi, nella provincia orientale di Ennedi-Est, vicino al confine con il Sudan. Aerei e droni attribuiti alle SAF o ai loro alleati avrebbero inseguito e bombardato il convoglio per oltre 100 chilometri oltre frontiera. Secondo le autorità ciadiane, il mezzo trasportava rinforzi destinati alle Rapid Support Forces (RSF), che l’esercito sudanese considera un gruppo ribelle. Gli Stati Uniti hanno condannato l’attacco, chiedendo la cessazione di ogni sostegno esterno alle parti in conflitto. Massad Boulos, consigliere senior del presidente americano per gli affari arabi e africani, ha affermato che Washington si oppone all’espansione della violenza oltre i confini sudanesi e che non esiste una soluzione militare alla crisi. «Le parti devono accettare immediatamente una tregua umanitaria, proteggere i civili e consentire un accesso umanitario senza ostacoli», ha dichiarato l’inviato speciale Usa. Boulos ha inoltre chiesto di estendere a tutto il Sudan l’embargo sulle armi delle Nazioni Unite, oggi limitato al Darfur, accusando le potenze straniere di contribuire all’escalation. «Anche il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite deve agire con urgenza per garantire che l’embargo sulle armi e il regime di sanzioni riflettano la realtà del conflitto odierno e chiamino a rispondere coloro che alimentano ed espandono questa guerra. Il sostegno finanziario e militare esterno alle parti in conflitto deve cessare», ha concluso. Washington ha più volte avvertito che l’appoggio esterno sta aggravando il conflitto e che il crescente impiego di droni armati rischia di compromettere ulteriormente ogni prospettiva di pace.
La guerra è iniziata il 15 aprile 2023, quando lo scontro tra le SAF e le RSF è esploso sullo sfondo della crisi della transizione politica sudanese e del contenzioso sull’integrazione delle RSF nell’esercito regolare. L’attacco in territorio ciadiano riporta ora al centro dell’attenzione due questioni cruciali: da un lato, l’espansione geografica della guerra; dall’altro, la crescente dipendenza delle capacità aeree delle SAF dal sostegno straniero, in particolare attraverso l’impiego di droni turchi.
Secondo un’inchiesta del quotidiano francese Le Monde, la Turchia si è affermata come il principale sostenitore militare dell’esercito sudanese dall’inizio della guerra. Il giornale sostiene che Ankara abbia fornito droni Bayraktar TB2 e Akinci, accompagnandoli con personale istruttore. Sempre secondo il quotidiano, l’Arabia Saudita avrebbe finanziato l’acquisto di droni turchi e di armamenti pakistani destinati alle SAF. Il rapporto si inserisce in un quadro di crescente avvicinamento politico tra la Turchia e la leadership militare sudanese. Il 7 agosto Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno firmato il Makkah Joint Defense Agreement, che stabilisce che un attacco armato contro uno dei tre Paesi sarà considerato un attacco contro tutti. Secondo Le Monde, la cooperazione sul dossier sudanese precede comunque questo accordo. Riyadh avrebbe finanziato forniture di droni turchi e di armi pakistane per l’esercito sudanese, mentre Islamabad sarebbe coinvolta in un contratto da 1,5 miliardi di dollari comprendente caccia, veicoli blindati e droni. Dalla fine del 2024, i Bayraktar TB2 e gli Akinci di fabbricazione turca sono entrati nell’arsenale aereo in espansione delle SAF. L’esercito sudanese ha inoltre impiegato droni iraniani Mohajer-6, mentre le RSF hanno schierato sistemi cinesi CH-95 e FH-95, a conferma del peso crescente della tecnologia militare straniera nel conflitto.
Non esistono al momento prove definitive che colleghino un drone Bayraktar al raid in Ciad. Tuttavia, la presenza della tecnologia militare turca nella guerra sudanese appare sempre più documentata. Nel marzo 2025, The Washington Post ha riferito che la società turca Baykar avrebbe fornito all’esercito sudanese equipaggiamenti militari per almeno 120 milioni di dollari, compresi droni TB2 e centinaia di testate. L’inchiesta, basata su contratti, corrispondenza, registri e materiale visivo, ha inoltre documentato la presenza di personale Baykar impegnato nel supporto tecnico in Sudan. Nel maggio 2026, Chatham House ha analizzato le notizie sulle forniture di droni turchi alle SAF, ricordando al tempo stesso la smentita di Ankara rispetto a consegne dirette. La relazione ha assunto un profilo politico ancora più evidente nel giugno successivo, quando il presidente Recep Tayyip Erdogan ha ricevuto ad Ankara il capo dell’esercito sudanese Abdel Fattah al-Burhan. La presidenza turca ha riferito che i due Paesi puntano ad ampliare la cooperazione in settori come commercio, agricoltura, energia e difesa. Più in generale l’espansione di sistemi d’arma turchi comincia a essere visibile in numerosi Paesi dell’area. Non solo Libia, ma anche Burkina Faso, Mali (l’azienda Aselsan fornisce sistemi ad ampio spettro) e Somalia, dove a gennaio 2026 jet turchi hanno condotto azioni di bombardamento contro nuclei di al-Shabab.
Il coinvolgimento turco in Sudan, dunque, va ormai oltre la semplice questione delle singole forniture militari. Ankara sta consolidando i propri rapporti con la leadership delle SAF, pur continuando a presentarsi come interlocutore diplomatico nel conflitto. I legami tra Turchia e Sudan, peraltro, affondano le radici in una relazione di lunga durata. L’incontro del 2017 tra Erdogan e Omar al-Bashir aveva già mostrato il forte interesse strategico di Ankara per la costa sudanese del Mar Rosso. La futura ricostruzione del Sudan richiederà investimenti ingenti in infrastrutture, energia, agricoltura e altri comparti chiave, mentre la posizione sul Mar Rosso e le risorse minerarie del Paese ne accrescono il valore strategico e commerciale. Le potenze straniere stanno quindi influenzando non solo le modalità con cui la guerra viene combattuta, ma anche gli interessi che si addenseranno attorno al Sudan nel dopoguerra.